martedì 30 aprile 2019

"The more this model grows, the more inefficient it becomes"

Music Streaming Services Are Gaslighting Us
(immagine via Spotify)

Qualche giorno fa, Spotify ha annunciato con molta enfasi di avere superato i 100 milioni di utenti paganti (intanto, però, la media dei ricavi per utente è scesa in tutto il mondo, e di conseguenza è sceso anche il valore delle azioni di Spotify). Stavo per dimenticare la notizia quando un paio di giorni dopo ho cominciato a vedere linkato ovunque questo articolo intitolato "Music Streaming Services Are Gaslighting Us", scritto da Darren Hemmings, curatore tra l'altro della newsletter Motive Unknown.
La premessa dell'articolo è abbastanza risaputa da almeno una decina d'anni:
We are constantly being told by the likes of Spotify that they can enhance our music discovery. Algorithms and their own curated playlists should give us no end of music to enjoy. But the sheer volume, coupled with zero friction, results in the much-cited “paradox of choice”.
Lo sviluppo del discorso mi interessa perché anche io, come immagino molti altri, sempre più spesso vivo il cambiamento di ritmo degli ascolti musicali con fastidio: montagne di dischi (montagne impalpabili, fatte di file o, ancora peggio, di link) ascoltati di passaggio "per rendersi conto di cosa parlano tutti oggi", a cui seguono periodi di letterale rifiuto di ascolto. La (quasi) completa accessibilità della musica, l'accumulo convulso di discorsi sempre meno significativi intorno a dischi e band, e la mancanza di quella "friction" di cui parla Hemmings portano a una condizione di nausea. Il contrario del piacere che dovrei trovare in una delle cose a cui ho dato più importanza nella mia vita. Si parla di "enjoy", ma lo si intende davvero?
Il problema del "piacere" era stato al centro di un articolo scritto da Jayson Greene qualche mese fa su Pitchfork, "Are We Having Fun Yet? On Pop’s Morose New Normal", in cui si analizzava la prevalenza di temi cupi e angosciosi nel pop contemporaneo. Di passaggio, si citava anche lo streaming:
Streaming extends music's reach into our lives while diminishing its position — thanks to its ease, and the availability of mood-based playlists, we listen to music more often, and we also do more half-listening than even before. Streaming is more isolated than older media, both more ephemeral and more intimate. Even with something as incorporeal as an MP3, there was still one click, one discreet credit-card charge, one consumer decision, and one implicit bargain made in the process—this song will be worth your 99 cents. Streaming entire catalogs shifts the emphasis, subtly but surely. Music listening, particularly the casual kind, is no longer so much as a choice as a reflex — come home, turn on the lights, let a playlist murmur away.
Potremmo fermarci qui, e questo sarebbe un qualunque post da "vecchiazza" pubblicato qui sul blog circa nel 2009. Ma Hemmings spinge la riflessione oltre, chiedendosi quanto sia sostenibile tutto ciò, quanto la nostra personale condizione di "fastidio" non solo sia conseguenza ma influenzi e, alla lunga, danneggi la cultura stessa in cui si trovano a operare gli artisti:
Just like Silicon Valley in general, there is this mindset that having everything available all the time is a good thing. It isn’t — and it is arguably damaging art and culture as a result. [...] In 2019, artists need meaningful patronage, not a speech about how they could get more streams. That patronage might come from merch or other means, but it should come from music too.
L'esempio che porta Hemmings è quello di Bandcamp, una piattaforma che permette alle band di distribuire in streaming e vendere (sia musica che merchandising), e in cui la maggior parte dei soldi che noi spendiamo arriva direttamente agli artisti stessi, attraverso un contatto diretto. Aggiungo anche che Bandcamp ha una sezione editoriale di consigli e approfondimenti da far invidia a testate ben più blasonate, e che da poco ha annunciato l'ingresso nella produzione di vinili. Insomma: un ecosistema in cui la fruizione della musica sembra essere ancora al centro e avere ancora un ritmo umano (non sarà un caso che Bandcamp è anche la piattaforma preferita della rinascita delle tape labels).
Intendiamoci: Bandcamp non è il Sole Dell'Avvenire, è una company come altre e deve fare profitto, non è immune da difetti, probabilmente tra pochi anni avrà nuovi concorrenti o il mercato richiederà nuovi strumenti. Ma un'idea che la massa di musica ("40.000 tracks uploaded every day!") non sia soltanto il combustibile per una piattaforma che sembra avere come unico scopo la propria espansione mi sembra già un passo in una direzione diversa e più salutare.
Lo so che è anacronistico, ma qualunque mezzo, qualunque alternativa "meaningful", come dice Hemmings, riesca a (ri)dare alla musica (e a me) un contesto, un senso di appartenenza e la sensazione di non rendere il mondo un posto peggiore e più povero ogni giorno che passa credo sia da sostenere.


... I've wasted all my time
Don't pay me any mind...
*

lunedì 29 aprile 2019

Nothing at all

The Stroppies // polaroid – un blog alla radio S18E11

"polaroid - un blog alla radio" S18E11 @ NEU RADIO

The Stroppies – Nothing At All
Zebra Hunt – See Through You
The Boys With The Perpetual Nervousness – Close The Doors
Beach Youth – Classroom
Sidney Gish – Somebody’s Baby (Jackson Browne Cover)
Cherry Pickles – It Will All End In Tears
Spice Boys – Think About You A Lot (feat. Boys)
Westkust – Do You Feel It?
Agent Blå – Child’s Play
Nah – Apple Blossoms
The Hannah Barberas – I Like You In Blue
Costa Brava – Ambassador
Eugenia Post Meridiem – Low Tide
Sasami – Free (feat. Devendra Banhart)


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giovedì 18 aprile 2019

Indiepop Jukebox - Aprile 2019

JEANINES - JEANINES (SLUMBERLAND RECORDS)

▶️ È passato un anno da quando mi sono innamorato dei primi demo dei Jeanines e finalmente sta per arrivare un intero album! Il duo di New York, formato da Alice Jeanine insieme a Jedediah Smith dei super My Teenage Stride (nonché, più di recente, Mick Trouble), non poteva che debuttare su altra label che la Slumberland. Chitarre che arrivano da qualche scantinato della C86-era, ritmo indiavolato, melodie di una dolcezza Talulah Gosh e pure una cover dei Siddeleys in scaletta! Il singolo che anticipa le sedici canzoni dell'album (intitolato semplicemente come loro) è questa strepitosa Either Way ("Even though I don't know where I stand / I thought that you could take my hand"). Come ha scritto BrooklynVegan, "It’s a banger for folks who call Dolly Mixture songs bangers", e potete scommetere che questo blog è uno di quelli:




Nah - Apple Blossoms

▶️ Ormai presenza fissa di questa piccola rubrica, il duo diviso tra Münster e Amsterdam dei NAH è tornato giusto in tempo per l'inizio della primavera con un nuovo singolo intitolato, in maniera molto appropriata, Apple Blossoms. Tra l'altro, come b-side troviamo una canzone intitolata proprio Primavera, più bossanoveggiante e lieve, a completare il quadro. Estella Rosa e Sebastian Voss tornano su atmosfere ancora una volta molto luminose e molto Elefant Records, e anche se "We’ve noticed we’re no longer / on the blooming side of life", alla fine, sulla brezza di una fisarmonica "your smile transformed the coldness into warmth".




The Death of Pop - Six

▶️ Il quintetto londinese The Death Of Pop è in giro dal 2013 e ha già all'attivo diversi EP e cassette per Discos De Kirlian e Art is Hard Records. Per celebrare questo sesto anno di attività, ha fatto uscire per l'etichetta francese Hidden Bay Records una compilation su cassetta intitolata, per l'appunto, Six, che raccoglie vecchi brani suonati con nuovi arrangiamenti. Definiscono il loro suono "janglegaze", mescolando influenze diverse e ricordandomi, in alcuni momenti, alcune belle invenzioni pop dei nostri vecchi Love The Unicorn.




LIPS - LIPS EP

▶️ Provengono da Falmouth, cittadina sulla costa della Cornovaglia, e hanno appena debuttato su una piccola ma storica etichetta indiepop come la Sunday Records di Chicago: si chiamano Lips e la maniera con cui costruiscono le loro canzoni un po' sognanti e un po' fuzzy intorno alla voce celestiale di Rachel Anstis mi ricorda a volte gli Alvvays, come per esempio nella traccia d'apertura Apartment. Il loro primo EP vola via in un attimo, come un ricordo d'estate, tra reminiscenze di Sundays ed echi shoegaze. Un inizio molto, molto promettente:




Bee Bee Sea -  Be Bop Palooza

▶️ Non si possono certo definire indiepop, ma dal vivo sono sempre talmente divertenti e questo nuovo singolo è così clamoroso, che mi sembrerebbe davvero un peccato escludere da questa playlist i Bee Bee Sea e la loro nuova e contagiosa Be Bop Palooza. Questa volta il trio di Castel Goffredo ha deciso di staccarsi dal più schietto garage rock e puntare verso un glam da festa, con tanto di falsetti e stop-&-go irresistibili. Obiettivo centrato ancora una volta!




TORREY - SISTER

▶️ Non ho trovato molte informazioni in giro su di loro, so soltanto che si chiamano Torrey, sono un quartetto e vengono da San Francisco. Niente facebook, appena un account instagram con un'unica foto e una pagina bandcamp con questo loro primo EP di sei tracce, intitolato Sister. Mostrano un'indole che qualche anno fa avrebbe immediatamente fatto scrivere nelle recensioni "surf rock", e in genere mi riportano alla mente un'epoca in cui relazionarsi all'indie era più semplice e diretto (ma te la ricordi Best Coast). Se amate il lato più pop di Courtney Barnett o Angel Olsen (ma perché citare solo nomi femminili? Aggiungiamo anche, per esempio, il sottovalutato Fred Thomas), penso apprezzerete questa prima prova dei Torrey, in attesa di saperne di più.





▶️ Grazie a Benty per avermi fatto conoscere questi Knifeplay, band di Philadelphia che suona un curioso misto di shoegaze e indie rock dalle venature folk, in cui le atmosfere a volte si fanno sognanti, a volte più dark e torbide. Nati nel 2012 per iniziativa del frontman e autore, Tj Strohmer, arrivano dopo diversi EP e cassette a questo Pearlty, il loro primo album vero e proprio. Le dieci tracce alternano momenti in cui il rumore libero dei feedback prende il sopravvento, ad altri in cui si dilatano introspezioni notturne, quasi slow-core. L'insieme mi affascina e ottiene un curioso effetto "Anni Novanta" che su di me funziona sempre:




SUPER PARADISE - 6:30

▶️ Un'altra band italiana andata a cercare migliore fortuna all'estero: riappaiono i Super Paradise, formati a Milano da Francesco Roma e Nicolò Spreafico e poi emigrati da qualche anno a Londra, dove la formazione si è allargata fino a diventare oggi un quintetto. Tre anni fa i Super Paradise avevano pubblicato addirittura con la Jigsaw Records un interessante album piuttosto divertente e sfrontato, andando a recuperare suoni belli arroganti tipo Bloc Party, Hot Hot Heat e Franz Ferdinand, e infilando senza alcun timore anche una cover di All My Friends degli LCD Soundsystem. Ora riemergono, con la formazione leggermente rimaneggiata, presentano questo nuovo singolo 6:30 (prodotto da Euan Hinshelwood, già al lavoro con Young Husband e Wesley Gonzales) e il suono sembra avere preso una piega ancora più roboante. Il comunicato stampa li presenta come "dream-garage" ma io direi che hanno preso una direzione più Japandroids / No Age: musica che punta a dissolversi in pura magniloquenza rumorosa.
«The main inspiration came from "6:30” as a Caribbean dance move. But I like that it could also mean 6:30am, dawn. End of the night, end of the dance. It’s always a bit of a weird time. You could still be out after an insane night, yet you’ll walk past people who are doing the complete opposite on their way to work. There’s a bit of uncertainty about it».


venerdì 12 aprile 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (aprile 2019)

ASTRAGAL - Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/04/10)



"Musica Per AperiTweevi" VS Radio Raheem (2019/04/10)

1. Astragal - Bloomer
2. High Sunn - Polaroids
3. The Bodines - William Shatner
4. Kiwi Jr. - Swimming Pool
5. Yo La Tengo - Somebody's Baby (Jackson Browne cover)
6. Rat Fancy - Making Trouble
7. Unlikely Friends - Ontario (The Posies cover)
8. The Monochrome Set - The Monochrome Set
9. Neverever - Wedding Day
10. Television Personalities - Honey For The Bears
11. Heathers - Wedding Song
12. Terry Malts - Off My Back
13. Comet Gain - Labour
14. Mccarthy - Something Wrong Somewhere
15. Cats On Fire - Draw In The Reins
16. Cuffs - You Can Come True
17. Orange Juice - You Old Eccentric
18. Gary Olson - The Old Twin

: )

mercoledì 10 aprile 2019

Addio al Matta

Mattatio Club - Carpi (MO) - opening party flyer

Da qualche parte in rete esistono un paio di tremende foto di me in condizioni impresentabili mentre metto i dischi e brindo alla festa di inaugurazione del Mattatoio Culture Club di Carpi, in provincia di Modena. Me ne vergogno ancora abbastanza, ma ci sono affezionato lo stesso, perché fu una festa memorabile, perché era un momento complicato e quella festa segnava la nascita di un posto nuovo, diverso e speciale. Piccolo, ma dallo sguardo lungo. Era l'inizio dell'estate del 2007. Da allora, in quella sala stretta dalle pareti di legno ho visto alcuni dei miei concerti preferiti di sempre: così a memoria potrei citare Car Seat Headrest (il mio primo stage diving! e quando mai capiterà di rivederlo così da vicino!), Fanfarlo e A Classic Education insieme sul minuscolo palco e noi con loro, Pains Of Being Pure At Heart, Motorama, Cats On Fire, svariate reunion dei Lomas... Ognuno potrebbe aggiungere i suoi.
Ieri Marco ha annunciato sulla pagina facebook del locale che quella storia è arrivata a una fine. Le consuete motivazioni burocratiche contro cui sembra impossibile lottare, la miopia di chi non capisce che "il Matta" è sempre stato qualcosa di più di "un posto per concerti" in mezzo alla pianura emiliana.
Sono sicuro che ritroveremo presto lo spirito del Matta da qualche altra parte e che avremo anche nuove foto di cui vergognarci, del resto la Bassa rinasce sempre. Ma almeno per oggi lasciatemi dire che quel posto un po' mi mancherà. Grazie per tutta la musica che avete suonato, per avere lasciato che ne suonassi un poco persino io, per tutte le persone fantastiche che si incontravano lì, per tutti gli infiniti giri a banco di questi anni.

[foto di Andrea]

(mp3) Ex-Otago - Amato The Greengrocer
(mp3) The Calorifer Is Very Hot! - Evolution on Stand-by

martedì 9 aprile 2019

I like you in blue

The Hannah Barberas Get Physical

Dopo svariate uscite digitali, The Hannah Barberas decidono di raccogliere quasi tutta la loro produzione in un CD intitolato, guarda caso, The Hannah Barberas Get Physical, pubblicato dalla Subjangle, piccola ma già molto attiva etichetta nata dal blog Janglepophub. Oltre alle migliori tracce dei loro precedenti EP, la formazione londinese aggiunge anche tre inediti in coda, e confeziona così un'ottima ed esaustiva istantanea della propria musica. Un indiepop che, come raccontano loro, è molto "varied, but always catchy, fun and fast". Ci sono momenti come Now (Is Here At Last) che sembrano piuttosto Smithsiani, altri candidamente Tender Trap (Spellbound o la nuova I Like You In Blue), e anche una piccola perla un po' Zombies / Beach Boys come Cafe Song, in cui prevale con assoluta naturalezza un'aria Sixties che forse gli Hannah Barberas potrebbero tentare di più. Al centro della scaletta, la deliziosa cover di Go Go Pepper, di una band giapponese degli Anni Novanta che non avevo mai sentito nominare, i Tip Top Planets, e che sentite queste promesse mi riprometto di approfondire.
Formati da componenti del sottobosco indie di Londra provenienti da Father e The Postcards, con l'aggiunta decisiva della voce femminile di Lucy Fir, nati quasi per caso per partecipare a una compilation natalizia della Emotional Response, The Hanna Barberas hanno per fortuna deciso di proseguire assieme e ora sono una delle più interessanti e brillanti novità della nostra piccola scena twee. Se il prossimo disco, com'è ragionevole aspettarsi, riuscirà a essere un po' meno discontinuo mantenendo la stessa freschezza, gli Hannah Barberas potrebbero diventare uno dei nostri nuovi "cartoni" preferiti!





venerdì 5 aprile 2019

Première: ascolta "Friends, Everywhere" dei Costa Brava!

Costa Brava - 'Friends, Everywhere'

Domenica sera, 7 aprile, al Freakout Club è in calendario un piccolo evento per la scena indie rock bolognese: i Costa Brava tornano finalmente a suonare dal vivo e, soprattutto, presentano un nuovo album, Friends, Everywhere, in uscita per la nostra cara More Letters Records. Oggi sono molto orgoglioso di farvelo ascoltare qui su polaroid, in anteprima, come fanno i blog quelli belli.
Da quando vidi il loro concerto di debutto, e da quando ci regalarono un memorabile live in radio, sono cambiate un bel po' di cose, e non solo per loro. Così ho pensato di girare ai Costa Brava qualche domanda: leggetevi l'intervista qui sotto mentre fate partire il player Bandcamp. E poi ci si vede a banco domenica!


Cominciamo dalla domanda più scontata. Dato che questo nuovo disco vede la luce dopo una lunga pausa, sia di uscite che di concerti, potete fare un riassunto delle puntate precedenti dei Costa Brava, per chi magari arriva a conoscervi soltanto ora? Da dove nasce il progetto, come si è consolidata la formazione attuale e cosa è successo in mezzo?
Costa Brava
Volendo fare un riassuntone della storia dei Costa Brava, si può dire innanzitutto che siamo nati nell'autunno del 2012, credo. L'aria che tirava era millenaristica. Serena e Claudia, che suonavano nelle Signorine Taytituc, si ritrovavano a corto della loro batterista Erica, in Olanda per motivi di studio. Io stesso non stavo suonando granché in quel periodo: la mia band dell'epoca, gli Ossah, era un po' in stallo. Una mattina Serena mi chiese se mi andava di formare un trio insieme a lei al basso e a Claudia alla batteria, l'intento era naturalmente quello di suonare pop e, per essere sincero, non aspettavo altro.
Il nome del gruppo mi venne in mente dopo aver ascoltato il brano di Ted Leo La Costa Brava. Sulle orme de I ragazzi che amavano il vento (un'antologia di versi di Byron, Keats e Shelley), decidemmo allora di scrivere delle canzoni sul mare, sui paesaggi, sulle condizioni meteorologiche. Naturalmente di mezzo ci andarono a finire anche delle canzoni malinconiche e qualche solita canzone d'amore. Per tutto il 2013 suonammo in giro e purtroppo, per cause contingenti, decidemmo di scioglierci sullo scorcio delle stesso anno, senza ancora aver registrato nulla e con grande dispiacere da parte di tutti e tre.
In seguito Serena e Claudia ripresero a suonare con le Signorine Taytituc incidendo tra l'altro un bellissimo split insieme alle She Said Destroy!. Per quanto mi riguarda, formai i Mt. Zuma, band con la quale continuo a suonare tuttora. Claudia poi decise di trasferirsi a vivere all'Isola d'Elba, lasciando così Bologna.
Nel 2017 però sentii squillare il telefono e vidi che era Serena a chiamarmi. Mi contattava perché, dopo aver riascoltato delle nostre vecchie registrazioni fatte in casa anni prima, aveva pensato che sarebbe stato molto bello se ora, passato così tanto tempo, quelle canzoni fossero venute alla luce.
Non avevo mai pensato esplicitamente a riformare i Costa Brava, probabilmente per salvaguardarmi da un possibile dispiacere. Quella telefonata di Serena è stata dunque l'inizio (o il ri-inizio) di tutto. Per tanto tempo ci siamo trovati io e lei a casa sua a riprovare alcuni nostri vecchi pezzi in acustico, poi abbiamo deciso di scrivere dei pezzi nuovi e di chiamare Edoardo (con me nei Mt. Zuma) per supportarci alla batteria. Siamo figli di una telefonata, ed è il massimo.

Nel comunicato che accompagna l’uscita di Friends, Everywhere citate l’ispirazione di una “linea emiliana” pop punk lo-fi. Fate anche il nome delle Black Candy, e già con questo vi siete conquistati il mio totale amore, ma se vogliamo aggiungere un po’ di cattiveria alla domanda, vorrei chiedervi se, secondo voi, oggi esiste ancora qualcosa del genere, se e dove (band, scene, locali...) si è tramandato qualcosa di quello spirito.
Costa Brava
L'espressione “linea emiliana” pop punk lo-fi mi è venuta in mente semplicemente ripensando ad alcune band tra Modena, Ferrara, Bologna (e non solo) che per noi sono state dei punti di riferimento. Il nome delle Black Candy non poteva mancare tra le nostre influenze e, anzi, potrei addirittura dire che era a loro che pensavamo quando ci formammo nel 2012. Christine, Straight To Your Hands, Red Skirt Issue, Revolution Winter (poi coverizzata dai Tunas nel loro terzo album), Rix-O-Tic Is A Dinosaur sono delle canzoni che ancora oggi, nonostante le ascolti a scadenze regolari, mi fanno commuovere tutte le volte. Le Black Candy sono state molto importanti non solo per noi Costa, ma per moltissimi altri (Tunas, Bob Corn, ecc. e anche per te Enzo!) e penso che il motivo principale sia, oltre ad una mirabile capacità compositiva, anche e soprattutto la loro sincerità disarmante. Inoltre, il loro richiamarsi a tratti anche al movimento politico, musicale e sentimentale della Revolution Summer di Washington DC è stato, almeno per quanto mi riguarda, recepito forte e chiaro. Tu chiedi se secondo noi esiste ancora qualcosa del genere: certamente. Alcuni avvenimenti, come tra gli altri lo sgombero di Atlantide, per quanto riguarda Bologna, e in generale il sempre minore spazio che riescono a conquistarsi e a salvaguardare i centri sociali e occupati, tuttavia, mi fanno tentennare nel dare questa risposta. Ci sono, comunque, molti luoghi e progetti che mettono ancora al primo posto quella sincerità di cui dicevo poco sopra, e tanta gente che si impegna perché ciò sia ancora possibile. Per quanto riguarda le band, per esempio le In.versione Clotinsky mi piacciono molto, ho appena felicemente scoperto che i Clever Square faranno uscire finalmente un nuovo disco il prossimo maggio, ci sono i nuovissimi Mersch (ex Operazione San Gennaro) dove suona Amarezza delle Black Candy appunto, le Tacobellas il cui primo disco è uscito da pochissimo, Ferro Solo con il suo importante primo concept-album e poi tanti altri gruppi validissimi in Emilia e in Romagna (tra i miei preferiti i Chow, gli X-ray Picnic e i Flyin' Zebra) che mescolano una innegabile vena espressiva pop a un background punk e ad una attitudine d.i.y.

È corretta l’impressione che, con il tempo e gli anni, certe irruenze nella vostra musica si sono ammorbidite e smussate? In questo album le ballate e i suoni acustici si dividono equamente lo spazio con i pezzi più tirati: dipende dagli ascolti, che non sono più gli stessi di dieci anni fa, o da qualcosa di nuovo che volevate raccontare in queste nuove canzoni?
Costa Brava - 'Friends, Everywhere'
Sicuramente i nostri ascolti in questi anni sono cambiati, così come sono naturalmente cambiate moltissime cose. Tuttavia i riferimenti cui guardano anche le nuove canzoni dei Costa, mi viene da dire che sono gli stessi. Se ai tempi della nostra prima formazione con Claudia alla batteria risultavamo più irruenti, forse uno dei motivi era proprio la nostra batterista! Claudia era ed è molto energica e aveva alle spalle degli ascolti che l'avvicinavano di più per esempio al rockabilly e al rock'n'roll, e tutto questo si riverberava sulle dinamiche dei nostri pezzi, che quindi risultavano un po' più “tirati”. Con Edoardo alla batteria anche il nostro sound è cambiato, e ha finito per assecondare di più la melodia. È vero anche che probabilmente questa “smussatura” è ricollegabile alla stessa tematica del disco, perché fin da subito è andata formandosi l'idea di voler creare una sorta di concept-album sulle amicizie a distanza, una tematica che, almeno per quanto ci riguarda, ci sembrava andasse trattata con molta delicatezza e gentilezza. Se da una parte infatti ci sono alcune canzoni più veloci e contente, che a posteriori potrei dire rappresentino i momenti volitivi e di reale allegria conseguenti alla constatazione che è possibile mantenere amicizie anche se lontane, basate su ricordi lieti e divertenti passati insieme quando si era vicini (e su telefonate e videochiamate!); dall'altra parte ci sono ballate e pezzi più lenti ad esprimere non tanto la solita malinconia sempre dietro il maledetto angolo, quanto gli inevitabili momenti di pausa, di quiete, di silenzio che costituiscono una parte altrettanto importante di una relazione a distanza.

Il secondo pezzo, Ambassador, di cui tra poco uscirà il videoclip, è una delle vostre canzoni di più vecchia data e ad ascoltarla sembra avere un carattere quasi emo e infila tra i versi addirittura una citazione degli Smiths: come è finita lì e qual è la storia dietro questa canzone?
Costa Brava
Ambassador è una dei nostri pezzi più vecchi, è vero, insieme a Disaster Blue e a To the Dog I Never Had, che sono infatti anche le canzoni più malinconiche del disco, frutto senza dubbio di un altro periodo della nostra vita. La storia della composizione di Ambassador mette infatti le radici in particolare nelle contingenze della mia vita nel 2012. In un periodo di scorno infatti, mi ritrovai a voler parlare di una comunissima esigenza che mi premeva, l'esigenza di uscire di casa, di vedere amici e gente in generale, giusto per distrarmi da quei faticosissimi rovelli che mi impegnavano fin troppo.
Guardandomi intorno, decisi di fare di questa canzone una sorta di patchwork, prendendo da varie parti diverse ispirazioni e citazioni e collegandole insieme, alla bell'e meglio, senza alcuna pretesa di coerenza e organicità. E così mi rivolsi a tre fonti in particolare che in quel momento avevo sotto mano. La prima fu il cortometraggio di Stanlio e Ollio Anniversario di Nozze (Twice Two, 1933) dove Stanlio e Ollio sono sposati rispettivamente con Ollio e Stanlio donne. In una scena Stanlio-donna supplica suo marito Ollio di portarla via, fuori da quella casa infernale dove avevano organizzato una impossibile cena a quattro: “Come Ollie dear! Let's go to the Ambassador! Where we can get something good to eat!” (e subito in risposta da Ollio-donna proviene un bel: “I hope you choke!”). Il titolo del pezzo e una parte del testo viene proprio da qui.
La seconda fonte cui guardai è il pezzo Life Is White del secondo bellissimo album dei Big Star: “Your life is white, and I don't think I like you hanging around”.
E infine, mi rivolsi alla canzone malinconica per eccellenza, che ben si adattava alla mia situazione in quel momento, ovvero There Is A Light That Never Goes Out degli Smiths, una band a cui sono grato per tanti motivi. Ecco, in questa canzone era già stato detto (e pure molto bene) ciò che avrei voluto esprimere, ma che per vari motivi non riuscivo a fare: “Take me out tonight, cause I want to see people and I want to see lights”.
Unendo insieme questi tre elementi che, forse con un'interpretazione un po' forzata, mi sembrava a posteriori parlassero sostanzialmente della stessa cosa, è nata Ambassador.
Insomma, è andata che in quel momento del 2012, in cui non stavo granché e non sapevo bene come dirlo, ho preferito usare le bellissime parole di qualcun altro.


Friends, Everywhere by Costa Brava - limited C30 black cassette out now on More Letters Records

giovedì 4 aprile 2019

Do you feel it all come through?

WESTKUST - WESTKUST

C’è una parola che mi torna sempre in mente quando ascolto la musica dei Westkust, e che per me continua a descriverla e a racchiuderne ancora l’idea dopo tutti questi anni: vertiginosa. Che siano le chitarre a volte sognanti, a tratti più cupe e rabbiose, degli esordi oppure le vette supersoniche del nuovo album, vertiginosa resta la loro maniera abbastanza inconfondibile di aggiornare un genere che ormai ha già attraversato svariate ondate di revival e oblio come lo shoegaze.
La band di Göteborg racconta che questo nuovo album, intitolato semplicemente Westkust, ha dovuto superare un ulteriore scoglio, l’ennesimo radicale cambio nella formazione. Tre su cinque se ne sono andati per seguire gli altri progetti paralleli (in primo luogo Makthaverskan e Guggi Data). Decisiva è stata la partenza di Gustav Andersson, che divideva le voci insieme a Julia Bjernelind. Ora sono un quartetto, alla chitarra è tornato Brian Cukrowski e Julia risplende più che mai nelle sue melodie iperdrammatiche.
Ma quello che continua a resistere, immutabile e incrollabile nonostante ogni avversità, e ha resistito lungo l’intera storia dei Westkust, è l’ispirazione di un suono che riesce sempre ad avere quell’attitudine “contro tutto e contro tutti”. Sono canzoni che si buttano avanti a testa bassa, che spingono la tensione ogni volta al limite, che puntano verso l’alto e svettano, appunto, vertiginose. “With you in my arms I can beat them down / And then I walk among the clouds” canta con arroganza Junior. Il singolo Cotton Skies è immerso in un paesaggio frenetico: “The days move faster than they ever did before”. Ma Do You Feel It rassicura “I’ll never fall asleep / I will go on”. I testi forse non sono così importanti per i Westkust ma trasmettono comunque tenacia e ostinazione, la stessa tenacia e ostinazione che satura la musica dei Westkust, tanto che a volta le canzoni sembrano traboccare di feedback e riverberi, incapaci di trattenere l’urto della musica. Eppure, alla fine, la forza dei Westkust si mostra in questo loro restare sempre in piedi, quasi vivessero ogni canzone come una lotta, in questo disco più sfrenata e gioiosa che mai.

PS: Questo disco è anche un modo splendido di congedarsi dalla Luxury, etichetta a suo modo fondamentale che sta per chiudere e che sarà difficile rimpiazzare nella scena indie rock e indiepop svedese.



martedì 2 aprile 2019

No more a nervous man

The Boys With The Perpetual Nervousness - Dead Calm

Avere un nome lungo e bizzarro che cita i Feelies e rimanda a tutta un'idea di rock anfetaminico, e poi suonare dalla prima all'ultima nota come il migliore pop scozzese figlio dei Teenage Fanclub (a loro volta figli delle chitarre jangling dei Byrds), con belle armonie vocali che ricordano qui e là altri classici tipo Crosby Still & Nash: potresti anche dire che il "trucco" di questi The Boys With the Perpetual Nervousness sta tutto qui. Eppure, ascoltando e riascoltando le dieci canzoni del loro album d'esordio, ironicamente intitolato Dead Calm (pubblicato dalla eccellente label spagnola Pretty Olivia Records), abbandonandosi a queste melodie morbide e nitide, ti rendi conto che l'unico "trucco" che in realtà ti interessa è quello di una scrittura così sicura e impeccabile. Il trucco di darti i brividi (l'attacco di Close The Doors) e di farti sentire a casa (il ritornello di Runaway). Il motivo è che dietro al progetto, nato quasi per gioco, ci sono due musicisti tutt'altro che esordienti, ovvero Andrew Taylor dei Dropkick (da Edimburgo) e Gonzalo Marcos degli El Palacio de Linares (da Madrid). Un'amicizia di lunga data, uno scambio di favori tra dischi e organizzazioni di tour li ha portati a trovarsi una sera assieme in studio di registrazione. Queste canzoni, a quanto raccontano, sono nate così: in maniera spontanea e immediata. E infatti, la spontaneità e l'immediatezza sono due qualità che riconosci subito, appena la musica comincia. E ogni nervosismo, come per magia, svanisce. Non è un trucco: è solo magnifico indiepop.