domenica 31 marzo 2019

A drive in progress, my style, my substance

The Stroppies – Whoosh (Tough Love Records)

Una sola è la preghiera che rivolgo a Voi, canuti e sgualciti Dei dell'Indie Rock, e in eterno la ripeterò: non lasciate che io perda mai l'irresistibile desiderio di saltare in piedi e tirare pugni al cielo quando mi arriva addosso per la prima volta una canzone come Nothing At All degli Stroppies. Non lasciate mai, prodigiosi Spiriti del DIY, che io smetta di avere questa pelle d'oca quando queste chitarre a bassa fedeltà scalciano sopra il ritmo nervoso, e ogni battuta sembra accelerare dopo la precedente per tenere il passo del mio cuore. È necessario. È necessario come questo brivido. È necessario come l'insensatezza di questi versi: "mistime my move / it's aimed at nothing less / go on surprise me / it's nothing at all". Perché in quell'insensatezza io mi ritrovo e ritrovo tutto quello di cui ho bisogno (musica che agita e pensa e sorride). È necessario come il momento in cui gli Stroppies confessano "I never looked for / meaning in a song", perché immediatamente ogni "meaning" si manifesti e dia sostanza e forza a queste dieci canzoni. È necessario come il nonsenso nel titolo di questo album, Whoosh, che "conjures up images of something absurd and transient - two things fundamental in the experience of listening to or making good pop music". Jangling pop, kiwi pop, post-punk: possiamo trovarci tutti più o meno d'accordo su come modulare definizioni vecchie e nuove, ma quello che fa la differenza è la maniera in cui una canzone gentile, forse appena un po' lunatica o distratta, come My Style, My Substance può riuscire a prenderti per le spalle e sollevarti da terra quando entra il ritornello e quell'organo Flying Nun dissolve la tensione. Quella che fa la differenza è la giustapapposizione tra le voci di Gus Lord e Claudia Serfaty: a tratti sardonico lui; serena, quasi distaccata lei. Quello che fa la differenza è la giocosa leggerezza con cui gli Stroppies possono permettersi di cantare "on my way home / I built a language": grazie, era proprio il linguaggio di cui avevo bisogno! Non per nulla le parole che chiudono il disco recitano: "I can push my ideas faster yeah! / I'm switched on!". Da una specie di supergruppo formato da gente passata per Twerps, Boomgates, The Stevens, Blank Statements e altri, non potevamo aspettarci niente di meno che uno dei dischi dell'anno. I logori e antiquati Dei dell'Indie Rock ancora una volta hanno esaudito la mia preghiera.




sabato 30 marzo 2019

Think about you a lot

Spice Boys & Boys - Think About You A Lot

Ieri è uscito il secondo e ultimo album degli Spice Boys, band indie rock di Umeå che aveva annunciato lo scioglimento subito dopo la pubblicazione dell'esordio Glade, poco più di un anno fa. Quanto meno gli Spice Boys, è il caso di dirlo, ci lasciano col botto: Speed 2 raccoglie sette tracce una più incalzante dell'altra, con suoni che sanno farsi sporchi e caotici, come in Concentrate, o quasi shoegaze, come nel singolo Dream Vendor. Ma è il gran finale, la traccia da oltre sette minuti che chiude il disco, ad appassionarmi in questo radioso weekend di primavera: è l'epica I Think You About  A Lot, che vede il featuring di Boys, ovvero Nora Karlsson, e che giustamente precisa subito"but I don't think about you all the time". Una ballatona grondante di echi e di archi che sembra arrivare da qualche lontano passato dei Flaming Lips e che continua a fluttuare, espandendosi e avviluppandosi, proiettandosi sempre più in alto, un po' come se fosse la stessa canzone a non voler davvero lasciar andare via per sempre gli Spice Boys. Addio ragazzi, siete stati una delle mia band preferite di casa PNKSLM, spero torniate presto con qualche nuovo progetto.

Speed 2 esce in vinile 12 pollici, "just 100 copies on white vinyl being made (no represses)".



venerdì 29 marzo 2019

Just look at that girl with the lights comin' up in her eyes

SIDNEY GISH - SOMEBODY'S BABY (JACKSON BROWNE COVER)

Per la terza volta, negli ultimi tempi, una serie di coincidenze porta Jackson Browne tra i miei ascolti. Sarà il caso di prestare attenzione. Oggi è la volta della mia amata Sidney Gish che all'improvviso, a oltre un anno dal suo album No Dogs Allowed, fa uscire una cover di Somebody's Baby (canzone che tra le altre, aveva avuto una fenomenale interpretazione anche degli Yo La Tengo la bellezza di trent'anni fa). Il singolo fa parte di una raccolta intitolata Animal Kingdom, curata da Cavetown, ovvero il giovane cantautore britannico Robin Skinner.
Qualche mese fa, il progetto era stato presentato così su Reddit: "Animal Kingdom is a series of five two-track singles (splits) that'll be releasing intermittently for the next few months. The first of these five splits, Sandy, has just been released, featuring one track credited to Cavetown and one track credited to Simi. Together these splits will form to create a cohesive 10-track mixtape. The project appears to have been described as both a 'mixtape' and a 'series' - half of the tracks in this series will be credited to Cavetown, and half will be credited to a series of guests that Robin will produce for".
La versione di Sidney Gish (b-side del singolo che chiude la compialtion) regala una sensualità più leggera, quasi estiva, alla canzone di Browne, e lascia che la storia, tutta giocata nell'attimo che precede un approccio, stemperi la tensione verso un ritmo in levare e suoni di synth in punta di piedi. Non posso far altro che sperare che questa cover sia l'anticipazione di un nuovo, attesissimo, disco.

giovedì 28 marzo 2019

Love is a wave, hate is included

BLUE ORCHIDS - LOVE IS A WAVE

Spesso si ricordano i Blue Orchids "soltanto" per essere una band nata da ex componenti della prima formazione dei Fall, mettendo così in secondo piano oltre tre decenni di una carriera che, per quanto irregolare e dagli esiti alterni, ha mostrato una tenace coerenza e anche una certa intransigenza che mi sembrano semplicemente ammirevoli. Gente come Martin Bramah e Una Baines, ma penso anche al loro contemporaneo Vic Godard con i suoi Subway Sect, a cui i Blue Orchids si possano accostare, è fatta di una stoffa di altri tempi, più robusta e duratura.
Nel 2018 i Blue Orchids hanno pubblicato Righteous Harmony Fist e, a quanto pare, hanno già pronto un seguito. Nel frattempo, a giugno faranno uscire un album di cover intitolato The Magical Record Of Blue Orchids. Anzi, per la precisione, nove cover più un testo originale e inedito di Mark E. Smith intitolato Addicted To The Day messo ora in musica da Bramah. Lo stesso Bramah ha raccontato alla webzine Louder Than War la genesi del disco:
On this album we use other people’s words to tell a story not originally intended by the various writers. We weave a thread of our own intent through these disparate fragments binding them in a commonality of purpose to coax into coalescence a conception.
This is the telling of a Faustian story as old as the soul of Man but told in the exalted language of psych/garage rock.
Tra le varie cover, ce n'è una molto cara a questo blog: Love Is A Wave dei Crystal Stilts, a cui i Blue Orchid restituiscono un vecchio favore:
Some six years ago, Crystal Stilts - with infinite taste - covered Blue Orchids' Low Profile and did a fine job strengthening its elegiac tone without losing the song's subtle message of inspiration, making it among the best cover of a Blue Orchids tune ever. So taken by this version was Martin Bramah that when he was putting together a sort of concept album of covers by (mostly) obscure 60s bands, he couldn't resist doing a cover of Crystal Stilts' Love Is A Wave which slows the song down a bit to bring its lovely melody to fore and make even more obvious that a well-written song is adaptable to many forms.
A dire il vero, a un primo ascolto la cover mi sembrava un po' legnosa e troppa asciutta, tanto ero abituato al suono profondo e frenetico della band newyorkese. A poco a poco, però, ho imparato ad apprezzare come i Blue Orchids siano riusciti a estrarre da questo piccolo classico (almeno per me) un'anima più semplice e Sixties, di una spensieratezza quasi Kinks.



martedì 26 marzo 2019

"polaroid - un blog alla radio": SPECIALE SXSW 2019!

'polaroid - un blog alla radio' SPECIALE SXSW 2019!

Una settimana è durato il nostro SXSW 2019 e una settimana (abbondante) è servita per riprendersi dal jet-lag sentimentale e mettere assieme un po’ di pezzi, canzoni, band e indirizzi. Il nuovo podcast di “polaroid – un blog alla radio" fa scalo a Bologna sulle pagine di NEU Radio e vi porta questa specie di foto di gruppo mossa, scattata alla fine del celebre festival texano.
Ci sono un sacco di cose che non sono riuscito a registrare: una corsa in monopattino giù per East Austin, Bob Boilen di NPR che passa davvero alla nostra serata dopo un maldestro invito, l’euforia contagiosa dei Baseball Gregg, la blogger arrivata da New York per Birthh, i capelli di Giungla che volano controluce mentre lei suona scatenata sopra la barca in mezzo al fiume, incontrare facce di regaz bolognesi come Pier Danio Forni Jr. degli Husky Loops a banco dall’altra parte del mondo, gli occhi Mark E. Smith che ha Grian Chatten dei Fontaines D.C. (devastanti) al centesimo concerto in cinque giorni, i messicani estasiati che pogano senza senso mentre Deerhunter suona solo feedback, incontrare finalmente Lorenzo di Petite League, Sidney Gish che mi fulmina con lo sguardo da dietro il microfono quando io innamorato perso azzardo un coro sul ritornello “these sweet instincts / ruin my life”, i cuochi che sfornano hamburger a ritmo continuo sulla “nostra” terrazza in cima al grattacielo, ricordarsi di mettere in playlist le Black Candy, sempre e ovunque, la mamma di una delle Pantones che lavora sorridente e orgogliosa al banchetto del merchandising, l’arcobaleno del Cheer Up Charlie’s, i daini tra gli alberi di notte dietro casa, l’ultimo concerto (i Tallies, dolcissimi!) recuperato per fortuna poche ore prima dell’aeroporto, come se ancora non bastasse...
Tra margaritas, tacos, showcase, barbecue, birre e concerti, ricorderò l’edizione 2019 del SXSW anche per le molte voci che attraversano questa puntata: Nur e Chiara dell’Italia Music Export, Costanza, Erica e Nicola dei Be Forest, Sara di Her Skin, Samuele e Alessandro di We Were Never Being Boring e tutti gli altri che hanno sopportato il mio entusiasmo, le discutibili selezioni musicali dei miei dj-set e le mie chiacchiere sconclusionate tra le strade e i locali della città texana. Grazie di cuore a tutti. “Ciao Austin!




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sabato 23 marzo 2019

How does it feel getting younger as days go by?

Golden Daze : Simpatico

Sembra quasi un delitto, appena all'inizio della primavera, innamorarsi così tanto di un disco che riesce a mettere in musica alla perfezione una sensazione da languida fine estate. Eppure mi è successo, e dentro le morbide canzoni di Simpatico mi abbandono e non provo nessun rimorso. I Golden Daze già dal nome sembrano abbracciare senza mezze misure un suono sognante, immerso nella luce ricca e sentimentale di quegli attimi che stanno per sciogliersi dentro un tramonto. Simpatico, seconda prova del duo ora residente a Los Angeles formato da Ben Schwab e Jacob Loeb (e che fino a qualche anno fa si faceva chiamare Golden Days), è un disco che eredita in eguale misura le atmosfere impalpabili dei Beach House (evidente, per esempio, in Amber) e la malinconica indolenza dei Real Estate (vedi la title-track), ma riesce a mescolare tutti queste suggestioni in un racconto che, pur procedendo per frammenti e piccole immagini, risulta superiore alla semplice somma dei propri elementi.
Non per niente, Simpatico è prodotto dai Golden Daze insieme a Vinyl Williams, mentre al mixer siede Jarvis Taveniere dei Woods, altro nome che può tornare utile per descrivere questa musica. Quelle armonie vocali che sembrano disfarsi come miraggi (ecco come suonerebbero i Clientele se al posto dell'eleganza british avessero quella disinvoltura West Coast), gli arrangiamenti che accumulano strati su strati per poi dissolversi tra i riverberi ("its overall tone slightly resembling the Brian Wilson-via-High Llamas school of ornate melancholia", secondo la All Music Guide), e quell'aria di fondo vagamente Anni Settanta, a tratti un po' Nick Drake ma senza tormenti, disegnano i contorni di un puro piacere da pigro pomeriggio d'estate, sempre sul punto di allontanarsi, di tramutarsi in ricordo indelebile mentre è ancora presente.
Drift, la mia canzone preferita dell'album (e che potrebbe quasi sembrare la cover di una traccia dimenticata di Chelsea Girl), a un certo punto descrive quell'attimo sospeso con questi versi: "It's just a hollow mood / too much of a good thing too soon / it's all returned to you in time". Mentre nelle note del disco, dopo i ringraziamenti, compare una piccola poesia tra virgolette (una citazione? Non sono riuscito a trovare la fonte), che si chiude con "I don't remember what I said, only how I felt". Ecco, tra questi due poli, tra il tempo che restituisce ogni cosa e i ricordi che a poco a poco svaniscono senza perdere di importanza, riesce a trovare un meraviglioso equilibrio di poesia questo album.



venerdì 22 marzo 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (marzo 2019)






Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/03/19)
"Post-SXSW blues" playlist:


01 - Fontaines D.C. - Too Real
02 - Deeper - Message Erased
03 - Disq - Communication
04 - Sasami - Morning Comes
05 - Illuminati Hotties - Shape Of My Hands
06 - The Chills - Snow Bound
07 - The Beths - You Wouldn't Like Me
08 - Ratboys - GL
09 - YOY - Infinite (feat. Birthh)
10 - Gurr - She Says
11 - Black Midi - Savage Gary's DbDbDb
12 - Sidney Gish - Sin Triangle
13 - Sports Team - Margate
14 - Gurr - Hot Summer
15 - Priests - Right Wing
16 - Giungla - In My Head
17 - Be Forest - Gemini
18 - Her Skin - Angles


mercoledì 13 marzo 2019

A hundred wishes

polaroid - un blog alla radio - S18E09

"polaroid - un blog alla radio" S18E09 @ NEU RADIO

Sambassadeur – Foot Of Afrikka
Business Of Dreams – Ripe For Anarchy
Astragal – Moderne Luxury
Qlowski – Golden Boy
Swimming Tapes – Pyrenees
Unlikely Friends – Your Asterisk
Flying Fish Cove – Sleight Of Hand
[in collegamento dentro Radio Sverso con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Teenage Fanclub – Everything Is Falling Apart
Tallies – Have You
Baseball Gregg – Waiting (feat. Sleap-e)
Heartlings – A Hundred Wishes


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giovedì 7 marzo 2019

Indiepop Jukebox (marzo 2019)

THE OILIES

Carly Putnam ha fatto parte di band come The Mantles e Art Museums, e collabora con The Reds, Pinks & Purples: non bastasse questo curriculum di tutto rispetto ha un progetto solista molto promettente chiamato The Oilies, con cui scrive indiepop che intende combinare "the subtle creepiness of Rose McDowall with the wistfulness of the Marine Girls". Io aggiungerei tra le influenze anche qualcosa alla Softies o Lois, una certa immediatezza All Girl Summer Fun Band ma "da cameretta". Sta per arrivare il debutto su 7 pollici per la strepitosa Fruits & Flowers Records (stupid music for smart people!) e il leggero tocco di chitarre scordate della title track Psychic Dog è semplicemente delizioso:




Flying Fish Cove

Nel primo singolo tratto dall'album di debutto dei Flying Fish Cove c'era una special guest molto speciale: Greta Kline, ovvero Frankie Cosmos! La sua voce si unisce a meraviglia a quella della cantante del gruppo di Seattle Dena Zilber, anche perché l'universo di riferimenti musicali è decisamente affine. In attesa che Help Yourself Records pubblichi il debutto su LP At Moonset è uscita questa nuova Sleight Of Hand, già primaverile come un inno degli Heavenly:




Tight Knit

Tre fanciulle di Melbourne lasciano un CD-R demo nello storico negozio di dischi Monorail di Glasgow e vengono intercettate da Brogues, del fu blog Not Unloved, ora etichetta indipendente: il risultato è Too Hot, il primo sette pollici delle Tight Knit, carico di un indiepop ostinato che mi ha ricordato certe atmosfere delle Liechtenstein o delle Vivian Girls. Il lato B I Want You è un po' più romantico, con un ritornello che "would be chanted, arms aloft by weary but happy punters on the final night of the next Indietracks!" (giusto per dare un'idea degli orizzonti):





Sempre da Melbourne vengono i Possible Humans, quintetto dal suono spigoloso, a volte nevrotico, a volte più asciutto e introverso. Il secondo album, intitolato Everybody Split e in arrivo ad aprile su Hobbies Galore è stato registrato insieme ad Alex MacFarlane (The Stevens), già al lavoro con band come Boomgates e Scott and Charlene's Wedding. Questa The Thumps mette in mostra il lato più jangling dei Possible Humans e mi ricorda i momenti migliori dei My Teenage Stride:




Heartlings - A Hundred Wishes

Degli Heartlings non so molto, a parte il piccolo gioco di parole da cui prendono il nome, e il fatto che sembrano provenire dalla città indonesiana di Depok [errata corrige: dice Benty che sono di Jakarta, mentre di Depok è soltanto la label]. Non trovo nemmeno una loro pagina su qualche social, ma di una cosa almeno sono sicuro, ed è quella che conta: il loro singolo A Hundred Wishes, pubblicato dalla Don't Fade Away Records, mi ha fatto innamorare al primo ascolto. La title track sembra arrivare direttamente dall'epoca Emmerdale dei Cardigans e risplende di tenerezza e arcobaleni!

martedì 5 marzo 2019

What’s your favorite band and who taught you to kiss that way?

TULLYCRAFT

Arrivare a quasi un quarto di secolo di carriera e avere ancora l'energia e l'allegria per infilare citazioni più o meno nascoste dei Lucksmiths o dei Pastels o addirittura dei Nervous Twitch in mezzo ai versi, inventarsi un titolo come The Cat's Miaow In A Spacesuit (*), e rendere omaggi a figure come le Goldie & the Gingerbreads e Shirley Bassey: deve essere per forza l'indiepop - quel piccolo e trascurabile genere musicale che ripensa di continuo la propria storia - a mantenere in eterno il cuore così giovane. I Tullycraft sono considerati dei pilastri dell'indiepop, e a buona ragione. Loro è il perenne motto: "Fuck Me, I'm Twee"; loro è l'inno che ci riscatta da una vita di patimenti: "Pop Songs Your New Boyfriend Is Too Stupid To Know About". Ma questi scatenati ragazzi di Seattle, in giro dal 1995, non accennano a fermarsi ancora.
Tagliato il traguardo del settimo album, questo nuovo The Railway Prince Hotel pubblicato da Happy Happy Birthday to Me Records, i Tullycraft si confermano una band in grandissima forma, capace di sorprendere tanto quanto di far tesoro della propria lunga e non comune esperienza. Ehi, potremmo quasi dire: "Old Traditions, New Standards"! Il comunicato stampa spiega che questo nuovo disco è stato per la maggior parte scritto in studio, pratica inedita per loro, con una certa dose di urgenza e improvvisazione. Il risultato è che queste dodici canzoni suonano scanzonate e dirette, traboccano schietto divertimento e volano via in un attimo, lasciandoti il bisogno di tornare subito a suonarle dall'inizio.
Saranno quei suoni asciutti ed essenziali, chitarra, basso e batteria senza fronzoli che ogni tanto fanno spazio a una melodica, a un piano elettrico o alle classiche scorribande di fiati "à la Tullycraft", come nell'apertura tutta in levare di Midi Midenette. Saranno quei cori trascinanti, quei ritornelli a presa rapida che sgorgano a getto continuo dalle melodie di queste canzoni. Sarà lo humour ingegnoso delle di queste sovrabbondanti strofe (We Couldn't Dance To Billy Joel), stipate di name-dropping (Vacaville) e impliciti riferimenti spesso volutamente oscuri (It's Not Explained, It's Delaware), giravolte di ironia e ostinata ingenuità (Has Your Boyfriend Lost His Flavor On The Bedpost Overnight?), inside jokes e dichiarazioni d'amore (Beginners At Best), in cui tutto corre e corre (quasi sempre) a perdifiato, come se non potessimo mai fermarci un momento, riposare, perdere terribilmente tempo.
I Tullycraft di Railway Prince Hotel mettono in campo tutta l'energia di una band all'esordio, che esplode dalla voglia di farsi sentire, con il divertito disincanto dei veterani che non hanno paura di fare i conti con "It was long ago, and it was far away, and it was so much better than it is today". Forse è vero, forse è sempre stato così, la nostalgia è il pane quotidiano dell'indiepop, ma la risposta non si fa attendere: "Time tested markers of a whim / we always said we’d learn to swim / not soon enough and we don’t care / despite dispersions in the past / we kept it simple built it fast / it’s well enough and we don’t care".
E se mi è permesso aggiungere un'ulteriore nota, io direi molto, molto più che "well enough".





venerdì 1 marzo 2019

In that place where we felt young


La voce di Elizabeth Morris ci mancava da troppo tempo. I suoi Allo Darlin' si sono sciolti da ormai più di due anni e non vedevo l'ora di sapere qualcosa di più del nuovo progeto Elva, portato avanti insieme al marito Ola Innset, già nei norvegesi Making Marks. Finalmente ora è uscito Athens, primo singolo che anticipa Winter Sun, in arrivo il prossimo 19 aprile su Tapete Records, label tedesca che sta accogliendo svariati reduci della compianta Fortuna POP!.
Athens è una dolcissima ballata folk in punta di piedi, e appartiene al lato più intimo e delicato della musica di Allo Darlin' (lo so, non è corretto, ma credo non potrò fare a meno di continuare a chiamarla così, almeno per un po'), anche se occorre precisare che il disco in realtà è scritto a quattro mani: "It was great to be able to share songwriting duties with Ola, as finding time to write is trickier these days with a baby in tow, so it really took the pressure off to write all the songs myself. It also gives the album another dimension, and I have always loved bands with two songwriters, like The Go-Betweens".
Come la parola da cui prende nome il gruppo ("elva" significa fiume in norvegese), questo Winter Sun si annuncia come un disco ispirato in larga parte alla natura: dall'abbagliante sole estivo del Nord, così come dalla durezza degli inverni. "Our world is blue and white", canta questa Athens, e io mi auguro che questa musica arrivi a portare un po' dei riflessi della sua luce anche qui giù da noi.