giovedì 28 febbraio 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (febbraio 2019)

Close Lobsters - Just Too Bloody Stupid



Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/02/26)

Playlist:
01. Sambassadeur – Memories
02. Business Of Dreams – Keep The Blues Away
03. The Clean – Do Your Thing
04. My Teenage Stride – That Should Stand For Something
05. Twerps – This Guy
06. EGGS – Ugly
07. The Goon Sax – Susan
08. Dag – Benefits Of Solitude
09. Pete & The Pirates - Ill Love (demo)
10. Cause Co-Motion – You Lose
11. The Close Lobsters - Just Too Bloody Stupid (demo)
12. Beat Happening – Foggy Eyes
13. Qlowski – Golden Boy
14. The Bartlebees – Eskimos Have 40 Words For Snow
15. Television Personalities – The Glittering Prizes
16. Comet Gain – Just Fourteen
17. The Oilies – Psychic Dog
18. Tallies – Have You
19. Be Forest – Bengala


mercoledì 27 febbraio 2019

Keep the blues away

BUSINESS OF DREAMS

I giorni in cui ti sembra di avere fatto tutto quello che dovevi; i giorni in cui “ehi, non ci possiamo certo lamentare”; i giorni in cui ti sei comportato da diligente impiegato nell'ufficetto della tua esistenza: eppure, alla fine, lì dentro qualcosa ancora non torna. Qualcosa ti manca e sbatti contro una frustrazione che non sai dove scacciare. I giorni in cui credevi di meritare finalmente qualcosa di più, e invece non arriva niente e nessuno, se non qualche nuova bastonata. Tutti quei giorni, che diventano stagioni e anni, passati ad aspettare che la vita cominci, a mettere da parte buoni propositi e idee per quando sarà il nostro momento. Ma il momento era qui.
Di questo canta, nonostante tutto con sorprendente leggerezza e schiettezza, Ripe For Anarchy, il nuovo album di Business Of Dreams, ovvero Corey Cunningham, già nei nostri amati Terry Malts e prima ancora nei Magic Bullets. A partire da titoli come Negativity Rules Everything Around Me oppure I Feel Dread si intuisce il filo conduttore di queste undici canzoni, ma l’acutezza della penna di Cunningham sta nel riuscire a tenersi lontano dai toni più drammatici e restituirci un racconto nitido e autentico dei rimpianti e delle fatiche della vita di tutti i giorni. Una certa discrezione anche nell'essere perdenti: "while the time saps your soul / a hole grows where hope corrodes".
C’è una vecchia città in cui siamo cresciuti e che, a un certo punto, ci sembra di non riconoscere più. Ci sono le illusioni di un’altra età più giovane che tornano a soffiare sul cuore e ci fanno sentire sconfitti. Ci sono lettere a lontani amori che meritavano di essere trattati meglio da noi. C’è l’interminabile lotta per strappare due soldi e non soccombere alla fine di ogni giornata.
Cunningham ha abbandonato la scena musicale californiana alcuni anni fa per tornare a casa nel Tennessee dopo la morte del padre, e questo stato d’animo evidentemente lo porta a confrontarsi con temi difficili anche nelle sue canzoni. Ma la limpida linearità dei versi, da un lato, e la scelta di arrangiamenti che vanno verso un synth-pop quasi trasparente (vengono subito in mente certi Field Mice, oppure i Magnetic Fields) fanno di Ripe For Anarchy un disco che sa trattare la propria tristezza e malinconia senza suonare troppo triste o malinconico, almeno in apparenza. Anche la scelta di una cover amarissima come Hatchet Song degli Sparklehorse diventa l’occasione per tirare fuori una piccola gemma twee come forse sarebbe riuscita ai Pains Of Being Pure At Heart dell’ultima parte della carriera.
I versi con cui si chiude il disco sono quelli più cupi di tutti: "grief is a constant friend / I close my eye and embrace the end". Ma si trovano anche dentro una delle canzoni più scintillanti della scaletta, quasi New Order, tutta protesa a inseguire una luce sfuggente, sorretta dalla propulsione del basso. Un finale che si eleva. Ed è questo contrasto, in ultima analisi, a fare di Ripe For Anarchy un lavoro tutt'altro che rassegnato o disperato: un indiepop che sa riscattarsi e non rinuncia a restare in cerca di sé stesso.





giovedì 21 febbraio 2019

I know that maybe it's better, but I can't forget the time

The Lemonheads - Varshons 2

Le cover hanno costellato tutta la lunga carriera dei Lemonheads. A volte sembrava quasi che Evan Dando avesse messo su il gruppo soltanto per poter omaggiare i suoi artisti preferit e per suonare alla sua maniera canzoni un po' oscure e dimenticate. Di cover ne ha fatte davvero tante, e senza nessuna prudenza: da Suzanne Vega ai KISS, da quelle quasi "dovute", come i Big Star o Gram Parsons, a quelle decise forse più per il LOL o per la sfida, come Christina Aguilera o Whitney Houston. Senza dimenticare ovviamente quella di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel, uno dei momenti più alti dei suoi oltre tre decenni di musica.
Questa domenica, il nuovo tour europeo di Evan Dando e dei suoi Lemonheads farà tappa a Bologna, al Locomotiv Club. Immagino che, insieme ai classici della sua nutrita discografia, Dando ci regalerà anche non poche tracce dal recente Varshons 2, disco per l'appunto composto interamente di cover. Il numero "due" del titolo fa riferimento al primo episodio di una raccolta simile, uscita dieci anni fa, di cui tutti ricordano almeno: le comparsate di ospiti illustri come Kate Moss e Liv Tyler alle voci in un paio di episodi, e l’assortimento abbastanza bizzarro delle canzoni scelte.
Questa più recente raccolta, invece, vede in scaletta, tra gli altri, Yo La Tengo, Jayhawks, Nick Cave & The Bad Seeds, e suona decisamente più omogenea e organica. A mio parere, riesce anche meglio a mostrare la poesia spontanea dei Lemonheads.
Evan Dando, l'indimenticato e travagliato protagonista della stagione Anni Novanta dell’indie rock, quello dal fascino eterno e anche eternamente sciupato, quello che guardavi sempre con qualche pensiero tra il rammarico e l'ammirazione, tipo "ah, cosa avrebbe potuto fare" (come se non avesse avuto davvero tutto il successo che ha avuto), oggi sembra trovare un nuovo equilibrio cimentandosi proprio con la scrittura altrui, anche quando non interviene più di tanto negli arrangiamenti, come nella bella cover di Old Man Blank dei Bevis Frond, o di Take It Easy degli Eagles, che chiude la raccolta e forse non ne rappresenta l’episodio più memorabile. Ma quello che fa la differenza, senza dubbio, è la presenza della sua voce, ancora splendida, capace sia di raccontare un folk agrodolce, sia di lanciarsi nel rock più elettrico e scatenato, sempre morbida e seducente.
Comunque la si pensi sui dischi di cover, è davvero un piacere ritrovare Evan Dando così in forma, lì vicino a un vecchio juke-box con il suo immancabile sguardo sornione, mentre sceglie le sue canzoni preferite per farcele ascoltare.





mercoledì 20 febbraio 2019

With no regard to forthcoming trouble

Tallies - Tallies

Avremo nuove parole da custodire nei nostri diari, per sempre in attesa di nuove stagioni, aggrappati all'incrollabile convinzione che le nuove stagioni per noi continueranno ad arrivare. Tutte quelle pagine, vedrai, un giorno torneranno utili, e le parole che abbiamo provato e riprovato saranno finalmente libere. L’indiepop è anche questo: il sogno, dietro quella sua apparenza di nostalgia, è il sogno di non provare più nostalgia.
Sognante e fiduciosa, immersa in una luce celestiale, è la musica dei Tallies, ma è come se quel sogno lo guardasse a occhi spalancati, affamata. O come non vedesse l'ora di correrti incontro e raccontarti ogni cosa. I versi delle canzoni dei Tallies sono spesso brevi, sfuggono, si sbriciolano, quasi non potessero trattenersi. Del resto, perché dovrebbero perdere tempo a raccontare una storia per filo e per segno quando c'è tutto quel fiume di pagine che scoppia di parole? "What do you say, without saying words? / Without speaking sounds" si chiede la dolcissima Have You, prima di lanciarsi in un ritornello che è vero abbraccio. Ed è proprio quello slancio, quell'infatuazione, quella sensazione di avere di fronte un costante impeto appassionato e invincibile, una tenerezza che non ha riguardi, che ti rimane addosso già al primo ascolto. "Welding our veins to sway / With no regard to forthcoming trouble" (Trouble).
Anche se le radici del suono dei Tallies, come spiegano le biografie ufficiali, stanno ben salde in quel transito tra Anni Ottanta e Novanta di band come Sundays e Lush, o ancora prima, nelle raffinatezze dei Cocteau Twins, lo stile della band di Toronto è del tutto contemporaneo e questo loro album di debutto mi sembra trovi più di un'affinità in quello che fanno altre band come Alvvays o Tennis: un indiepop che non è semplice catalogazione vintage, ma cerca di dare forma a una nuova poesia scritta al tempo presente. Certo, l'attacco di chitarra di Midnight sembra proprio un trasparente omaggio agli Smiths, il singolo Mother ha quell'incedere fiero e jangling di certi irresistibili Heavenly, e la voce di Sarah Cogan arriva direttamente da qualche vecchia cassetta ritrovata in un cassetto a casa dei nostri genitori. Ma il risultato di tutti questi elementi è emotivamente superiore a una semplice somma. Il "dream" dentro "dream pop" non ha qui i contorni vaghi di una fantasticheria, non insegue l'illusione, ma suona cristallino anche sotto la spessa trama di chitarre e riverberi. Resta un sogno, ma libero da ogni nostalgia. "Can you give me a reason?" chiede ripetutamente l'ultimo ritornello che chiude il disco, e mi viene il dubbio sia una domanda retorica. Il cuore raggiante di queste canzoni è la migliore risposta che i Tallies potesse darci.






sabato 16 febbraio 2019

We Blast Last! A Love Letter to the Fabulous Bands of the Pacific Northwest

 We Blast Last! A Love Letter to the Fabulous Bands of the Pacific Northwest

Mi piace pensare che le quattro persone che ancora leggono questo blog siano il tipo di persone che si lanciano a ballare SELVAGGIAMENTE appena attacca la prima nota della prima canzone qui sotto: un'appassionata e radiosa cover di Your Asterisk, capolavoro degli storici Halo Benders (Calvin Johnson dei Beat Happening + Doug Martsch dei Built to Spill!), realizzata dagli Unlikely Friends, a loro volta una specie di supergruppo che vede al suo interno Dave Krain dei BOAT, Charles Bert dei Math & Physics Club e Chris McFarlane della Jigsaw Records, più un numero variabile di musicisti della scena di Seattle.
La canzone proviene da un album intitolato We Blast Last! A Love Letter to the Fabulous Bands of the Pacific Northwest (extra punti se cogliete la citazione nel titolo!), una raccolta di cover di band della regione che gli Unlikely Friends hanno cominciato a pubblicare da qualche giorno e che si arricchisce ogni settimana di nuove tracce: "We've been recording these songs because it seemed like a fun thing to do, but also because these bands mean something to us. They’re the bands we listened to growing up, or the bands that those bands listened to".
Le canzoni per ora sono in free download, ma ogni offerta andrà in beneficenza per la Tacoma Humane Society, il più grande centro dello Stato per la raccolta e la cura degli animali abbandonati, fondato nel 1888. E poi, il 15 marzo l'album completo di We Blast Last sarà pubblicato in cassetta e cd.
Ogni canzone è accompagnata da alcune note personali: per esempio, per registrare Aces dei Dharma Bums Charles Bert ha potuto suonare la chitarra del suo idolo dell'adolescenza, Jim Speltra. Credo che gesti alla We Blast Last, puro amore per la musica e per quello che ancora può fare nelle nostre vite, siano quello che continua a mandare avanti anche questa trasmissione e queste pagine, e anche se la mia conoscenza dall'area nord-occidentale degli Stati Uniti è molto approssimativa, in qualche modo, ora la sento più vicina: "you can draw a straight line through 60 years of Pacific Northwest garage and punk from 1960 to today".



venerdì 15 febbraio 2019

One Day, A Thousand Autumns

Urali - Ghostology

La serata emo-straziante e imperdibile di oggi, qui in città, è senza dubbio quella del Freakout Club, con Urali e Riviera a dividere il palco del locale di Via Emilio Zago. So già che i Riviera saranno come sempre trascinanti, urlanti e divertenti, ma quello che mi incuriosisce di più è il progetto di Ivan Tonelli che presenta il suo terzo album Ghostology (pubblicato da To Lose La Track, Malestro e General Soreness).
Il titolo è un evidente rimando all'hauntology, termine che negli ultimi anni ha avuto una diffusione esponenziale (e non sarà un caso), e in qualche modo riflette intorno all'idea di "fantasma" che sembra incidere sempre più spesso e sempre più a fondo l'adattamento della nostra personalità nel tempo presente. Urali traveste questi pensieri dentro una storia che si dipana lungo le otto canzoni della raccolta, quasi come fossero tavole di una graphic novel o episodi di una serie, al tempo stesso, fantascientifica e metafisica.
La protagonista, come spiega in un'intervista Ivan, è una specie di intelligenza artificiale (immaginata come un personaggio femminile) che, passo dopo passo, sviluppa una coscienza, inizia ad avere una memoria e lotta per la propria indipendenza. Il suo nemico principale è il suo stesso creatore, uno scienziato che la voleva sottomessa e priva di volontà ("Your teeth mark is still deep / on my synthetic skin"), e verso la fine del disco sembra essere raggiunta, assieme all'indipendenza, anche quella che sembra una serena accettazione della propria esistenza, un riscatto attraverso il dolore ("I’ll keep on sailing on the wavy hills / cause I need my sorrows to be eased").
«Credo di aver voluto e dovuto riflettere sulla mascolinità tossica, su quanto siamo ancora in uno stato profondamente patriarcale e quanto questo sia brutale e ingiusto, quanto freni tutto lo sviluppo della società. Io purtroppo posso fare queste riflessioni solo dal mio punto di vista di maschio, bianco ed etero. Era necessario cercare di mettersi nei panni di una vittima di questo sistema».
Per raccontare questa storia la musica di Urali attraversa atmosfere molto diverse: da uno scarno folk a cupi droni elettrici, da muri di feedback a pianoforti cristallini (qui e là mi tornano in mente certi Karate, altre recensioni citano Sun Kil Moon). Spesso rimbombano percussioni minacciose, mentre la voce resta sempre in primo piano, quasi a prendere per mano l'ascoltatore lungo i vari capitoli (e in un'occasione si fa anche accompagnare da Erica Terenzi dei Be Forest). Un post-rock multiforme, che cerca di dire qualcosa alla contemporaneità immaginando un'avventura fuori dal tempo, un esperimento forse non facile ma di sicuro impatto e prezioso.

it was a ghost what you were looking for
in the end it was the ghost that followed you





giovedì 14 febbraio 2019

I love it how you keep me feeling good in what I do


Sono quasi sempre un amante delle convenzioni e dei convenevoli, ma oggi ero distratto e non avevo intenzione di postare sul blog nulla che avesse a che fare con San Valentino (direi che l'indiepop, a questo riguardo, ha già dato in abbondanza). Poi mi sono imbattuto in questo nuovo singolo dei Lazy Day, la band londinese guidata da Tilly Scantlebury, e ho dovuto rivedere i programmi per via di questa strofa:

I think it’s amazing the strength that you give
It’s constant and it’s big
It makes me feel like it’s all just gone away
I love it how you keep me feeling good in what I do


Forse non sarà troppo romantica o sdolcinata, e forse non sta nemmeno parlando di una storia d'amore nella maniera più consueta, ma mi piace il modo in cui racconta qualcosa che l'abituale iconografia della festa degli innamorati lascia un po' in secondo piano, preferendo cioccolatini e mazzi di fiori. Se chi ami non ti fa sentire più forte e non sostiene quello che sei e che fai, che razza di amore è?
Double J è la prima anticipazione dal prossimo EP dei Lazy Day, intitolato Letters. La voce della Scantlebury insegue dichiaratamente alcuni modelli femminili forti come PJ Harvey e Karen O (ma io citerei pure nomi più contemporanei come Waxahatchee e Courtney Barnett), mentre le chitarre spingono con la giusta arroganza senza però turbare l'equilibrio della canzone.
"I wrote Double J about my best friend and how she gets me through a lot. [...] These are the happiest lyrics I’ve ever written, and I wanted the music to properly reflect that - to be a fierce celebration of friendship”.
In conclusione, che sia San Valentino o meno, auguriamoci una "fierce celebration".

mercoledì 13 febbraio 2019

Here and then

EARACHE - LAST

Una parte del nostro cuore deve essere corsa a chiudersi nella proverbiale cameretta intorno al 1995, più o meno nello stesso momento in cui la Sarah Records si prendeva un giorno "for destroying things". Da allora non ha più voluto uscire. Noi abbiamo stretto i pugni e siamo andati avanti, per sempre incompleti, cercando di convincerci che certi nuovi dischi erano importanti, anche dopo di allora. Era vero, ed è vero. Ogni tanto, però, torniamo ad appoggiare la mano su quella porta, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo la musica che arriva attutita dall'altra parte: è un suono che riconosciamo e che ci appartiene ancora.
È un suono molto simile a quello che si trova dentro Last, l'album di debutto degli Earache, duo di Canberra formato da Gemma Nourse (No Stars, Shopgirl) e David Fenderson (Territory, Sob Story). Chitarra, basso e drum machine, due voci colme di tenerezza e solitudine che si rincorrono lungo otto scarne canzoni. Timidezza e passione, parole sussurrate e subito seppellite dai feedback, la noia di quell'età e uno speciale superpotere che ti fa sognare a occhi aperti come nessuno. Gli Earache suonano una specie di post-punk introspettivo, da cameretta, appunto, che "si guarda le scarpe" ma indovina anche tutte le melodie che ti abbracciano. Forse devono ancora imparare a elaborare un po' più a fondo le loro idee, a rendere più solide certe strutture: ma intanto, il loro esile indiepop ti ha già conquistato, e sai già che conquisterà anche quel vecchio cuore nascosto e in ascolto dietro la porta.






venerdì 8 febbraio 2019

Video première: Catalog - "By The Mountains"

CATALOG

Nella primavera dell'anno scorso la band reggiana dei Catalog pubblicava l'EP di esordio intitolato Happy OK per La Barberia Records. Un lavoro che, seppure in poche tracce, riusciva a mettere in mostra un gusto musicale sofisticato, capace di mescolare influenze indie rock e Nineties con atmosfere più new wave, grazie anche a innesti di synth e percussioni elettroniche. I Catalog stanno lavorando al primo LP vero e proprio, ma intanto, per non rimanere troppo con le mani in mano, hanno deciso di pubblicare un ultimo video tratto da quell'EP, per la mia traccia preferita By The Montains, e io sono molto felice di presentarlo oggi qui in anteprima, insieme a una piccola intervista con la band.


Per cominciare, mi raccontate da dove arriva l'idea per questo video, con il suo curioso mood Anni Settanta, e come è stato realizzato?
Antonio: Il video nasce molto spontaneamente, cercando vecchie pubblicità sui meravigliosi archivi vintage che si trovano online. Avevamo una canzone dell’EP che secondo noi meritava qualcosa di più, e ci dispiaceva lasciarla senza un video tutto suo. Abbiamo usato materiale promozionale per un quartiere popolare di Siviglia, Ciudad Aljarafe. Mi piacevano molto i contrasti tra quello che dice la canzone e le immagini.

Il video di By The Mountains esce a quasi un anno dal vostro EP d'esordio Happy OK: come si è evoluto in questi mesi il progetto della band? Le prime esperienze live hanno influito sul vostro suono?
Ema: Ripartire da By The Mountains ci sembrava una buona idea per aprire il dialogo sul nuovo album che era già abbozzato quando è uscito l'EP Happy OK. I due lavori sono collegati anche per questo, ma è più un collegamento cronologico che stilistico. Abbiamo chiesto a Stefano Bortoli de La Falegnameria Records di curare l'album in uscita e questo ha influito molto sul suono.

Quale direzione ha preso l'album con la produzione di un collaboratore esterno alla band? E a proposito: c'è già una data di uscita indicativa?
Ema: Ha influito molto, ma più che come un esterno noi lo vediamo come il quarto Catalog. Siamo fortunati perché Stefano sì è appassionato al progetto, ha anche suonato in molti brani del disco. Abbiamo avuto anche Marco Degli Esposti a regalarci la chitarra in un brano, entrambi suonano nel bellissimo progetto La Notte delle Streghe. Per strafare con la fortuna, siamo anche affiancati da La Barberia Records che cura ogni uscita con il tipico entusiasmo contagioso! Il nuovo album è in buone mani insomma e sarà possibile ascoltarlo in primavera.

Quindi cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi dai Catalog? By The Mountains è la canzone forse più solare e schiettamente indie rock della vostra cassetta: farla uscire ora rappresenta in qualche modo un trait d'union tra il passato e l'immediato futuro della band?
Antonio: Credo di sì, come ti dicevo ci sono canzoni nell’album che sono nate parallelamente a By The Mountains e in qualche modo sono sorelle di un periodo di scrittura più scanzonata e diretta. È difficile però definire un trait d’union tra le nostre canzoni, che crediamo (speriamo) siano parecchio varie e diverse tra loro, e che rispecchino le varie e diverse influenze musicali di noi tre. Di solito non ci focalizziamo su uno stile o su un genere, costruiamo le canzoni in sala prove in modo molto spontaneo ed essenziale.
Pisto: By The Mountains non é soltanto uno dei tanti nostri brani che iniziano con la lettera B (anche se la cosa non è voluta), ma è un pezzo che si suona da solo: ormai conosce la strada e ci riporta sempre a casa. Per essere sicuro di non perdermi tra gli alberi del bosco l'ho impostato come suoneria del telefono.
Ema: È anche il brano con la struttura più classica dell'EP, il più rassicurante da ascoltare. Come un vecchio amico che ritrovi e la cosa ti fa piacere anche se non ricordi bene come si chiama. Mettici appunto anche gli alberi e le piante in questa immagine. Sul nuovo album ci sarà un'atmosfera simile, ma alcune piante saranno carnivore.



giovedì 7 febbraio 2019

“I’m waiting myself hidden somewhere in my heart”

Be Forest - Knocturne - photo by Luca Sorbini

Dentro a un buio che non è solo notte, in fondo a un buio che non ha mappe, né pareti da raggiungere per aggrapparsi e avanzare verso qualche luce. Nessun riferimento: oltre le mani soltanto questo buio, per galleggiare o per lasciarsi andare. La musica del nuovo disco dei Be Forest si espande in ogni direzione, si immerge nell’oscurità fino a esserne fatta della stessa sostanza. Knocturne: knock, un colpo, un segnale dalla notte. Questo disco è un richiamo nel buio e al tempo stesso la risposta.
I Be Forest mancavano dal 2014, dai tempi dell’acclamato Earthbeat, e per il loro ritorno hanno voluto scegliere con cura e pazienza il modo giusto, mettendo a punto un’opera che li rappresentasse dalla prima all’ultima nota, un disco che fosse, innanzitutto, onesto, diretto. Lo si avverte subito dal suono, al tempo stesso più spoglio e più ricco, il più possibile analogico. Nonostante la produzione di ogni traccia sia stata molto meditata e stratificata, i Be Forest hanno raggiunto qui la loro musica più sincera di sempre, pura.
"Abbiamo impiegato tanto a scrivere questo album, a registrarlo e finirlo, ma ci abbiamo messo molto più tempo a capirlo noi per primi. A differenza degli altri nostri dischi, non ha un luogo di riferimento o dei colori: non siamo in Norvegia in mezzo a un bosco, né in una riserva indiana seduti intorno al fuoco. All'inizio, pensavamo che questo disco fosse ambientato nello spazio... poi ci siamo sentiti attratti dall’opposto, dagli abissi più profondi, dall’idea di quel buio interminabile. E in un certo senso, questa è stata l’immagine che si è impressa più di tutte in queste canzoni."
In mezzo a quei riverberi così caratteristici dei Be Forest, tra delay che si sovrappongono, percussioni dolenti e rabbiose, e quella voce come un sussurro in un sogno, Knocturne racconta la necessità di parlare con sé stessi nel modo più leale possibile, dichiarare i propri limiti per poi crescere e diventare ciò che si è, e non ciò che si vuol essere. “I’m waiting myself hidden somewhere in my heart”, canta Bengala. Mentre le ultime parole di You, Nothing, la traccia che chiude il disco, sono: “Looking for a new world / We lost ourselves / Different from all others / We've not fear of nothingness”.
Knocturne cattura questo sentirsi smarriti nel “tempo di mezzo”: non più bambini, non ancora adulti. “Sun and moon / Split in two […] Which is me? Which is you?” si domanda Gemini. Non a caso, nel primo video tratto da Knocturne, quello per Atto I, c’è un sipario nero che si apre. Noi, raccontano i Be Forest, siamo il pubblico, la vita di tutti i giorni, e sul palcoscenico c’è quello che siamo, l'abisso in cui dobbiamo imparare a nuotare. Knocturne vuole restare sulla linea del sipario, nel mezzo, tra le pieghe del velluto, immerso nel buio, cupo e curioso.

Oggi pomeriggio avrò l'onore di presentare Knocturne su Radio Raheem proprio insieme ai Be Forest: streaming live dalle 16 su www.radioraheem.it!
E poi stasera la band pesarese sarà in concerto al Circolo Ohibò, mentre arriveranno a Bologna il prossimo primo marzo al Covo Club.
Trovate qui tutte le altre date del tour italiano appena partito, mentre BrooklynVegan ha annunciato quello imminente negli Stati Uniti.


mercoledì 6 febbraio 2019

Addio agli Ocean Party

THE OCEAN PARTY

Dopo la notizia della davvero troppo prematura morte di Zac Denton a soli 24 anni (trovate un bel ricordo su Noisey, e un piccolo doveroso omaggio l'avevo dedicato anche io in radio qualche tempo fa), gli Ocean Party hanno purtroppo deciso di sciogliersi:
After our brother, friend and bandmate Zac Denton tragically passed away in late 2018, we felt that writing new material without him wouldn’t feel right and the time has come to call it quits.
C'è però un ultimo disco in arrivo per il super prolifico gruppo australiano, una manciata di canzoni scritte dallo stesso Denton che andranno a comporre un EP d'addio intitolato Nothing Grows: "Zac recorded all of his parts for the songs and directed the other band members to add to them in their own time. The process was out of character for the band who usually recorded together and tried to be minimal with over-dubs, but with Zac's death in late 2018 it was clear that there could have been no other way".
La title-track che apre e anticipa l'uscita della raccolta suona incredibilmente amara, con l'immagine di una isolata fattoria che cade a pezzi mentre passano le stagioni e la solitudine consuma ogni idea di vita: "It's too cold here in the winter / And nothing grows here in the summer / Light the fires please my sweet / Let's just lie here in peace".

"In peace", caro Zac.

lunedì 4 febbraio 2019

Looking for a place to get away

 Sambassadeur - Foot of Afrikka

Non poteva davvero esserci maniera migliore per cominciare questa settimana che quella di scoprire il ritorno dei nostri amati svedesi Sambassadeur!
A nove anni dall'ultimo album European (e sette dopo l'esultante sette pollici Memories), la voce di Anna Persson è tornata all'improvviso ad accarezzarmi il cuore, con la consueta melodia dolcissima sprofondata dentro elegantissimi archi. Il nuovo super malinconico singolo della band di Göteborg si intitola Foot Of Afrikka e anticipa un album in arrivo il prossimo 12 aprile, Survival. Come il resto del disco, è stato registrato a Stoccolma insieme a Gustav Ejstes e Reine Fiske dei Dungen, Christoffer Gunrup dei The Amazing, e Ramo Spatalovic (già nelle formazioni di Joel Alme, Franke e - chicca per emmabodamaniaci - We Are Soldiers We Have Guns).
Il fatto che che il disco, prodotto da Mattias Glavå (uno che ha messo le mani sui dischi di Broder Daniel, Vapnet e Håkan Hellström, tra gli altri), sia stato registrato a Stoccolma, a quanto pare, ha significato molto per i Sambassadeur: «Always great to get away for a while. To "get away", and that people have different ways of doing that, is sort of what this song is about».
Altro dettaglio piuttosto importante: Survival sarà il primo disco della band a non uscire per la storica etichetta Labrador, bensì autoprodotto per la European Records. Si tratta davvero un nuovo inizio per i Sambassadeur, quasi quindici anni dopo essere stato rapito dalla loro poesia indiepop dai colori pastello, e io non potrei essere più felice.