mercoledì 13 marzo 2019

A hundred wishes

polaroid - un blog alla radio - S18E09

"polaroid - un blog alla radio" S18E09 @ NEU RADIO

Sambassadeur – Foot Of Afrikka
Business Of Dreams – Ripe For Anarchy
Astragal – Moderne Luxury
Qlowski – Golden Boy
Swimming Tapes – Pyrenees
Unlikely Friends – Your Asterisk
Flying Fish Cove – Sleight Of Hand
[in collegamento dentro Radio Sverso con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Teenage Fanclub – Everything Is Falling Apart
Tallies – Have You
Baseball Gregg – Waiting (feat. Sleap-e)
Heartlings – A Hundred Wishes


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giovedì 7 marzo 2019

Indiepop Jukebox (marzo 2019)

THE OILIES

Carly Putnam ha fatto parte di band come The Mantles e Art Museums, e collabora con The Reds, Pinks & Purples: non bastasse questo curriculum di tutto rispetto ha un progetto solista molto promettente chiamato The Oilies, con cui scrive indiepop che intende combinare "the subtle creepiness of Rose McDowall with the wistfulness of the Marine Girls". Io aggiungerei tra le influenze anche qualcosa alla Softies o Lois, una certa immediatezza All Girl Summer Fun Band ma "da cameretta". Sta per arrivare il debutto su 7 pollici per la strepitosa Fruits & Flowers Records (stupid music for smart people!) e il leggero tocco di chitarre scordate della title track Psychic Dog è semplicemente delizioso:




Flying Fish Cove

Nel primo singolo tratto dall'album di debutto dei Flying Fish Cove c'era una special guest molto speciale: Greta Kline, ovvero Frankie Cosmos! La sua voce si unisce a meraviglia a quella della cantante del gruppo di Seattle Dena Zilber, anche perché l'universo di riferimenti musicali è decisamente affine. In attesa che Help Yourself Records pubblichi il debutto su LP At Moonset è uscita questa nuova Sleight Of Hand, già primaverile come un inno degli Heavenly:




Tight Knit

Tre fanciulle di Melbourne lasciano un CD-R demo nello storico negozio di dischi Monorail di Glasgow e vengono intercettate da Brogues, del fu blog Not Unloved, ora etichetta indipendente: il risultato è Too Hot, il primo sette pollici delle Tight Knit, carico di un indiepop ostinato che mi ha ricordato certe atmosfere delle Liechtenstein o delle Vivian Girls. Il lato B I Want You è un po' più romantico, con un ritornello che "would be chanted, arms aloft by weary but happy punters on the final night of the next Indietracks!" (giusto per dare un'idea degli orizzonti):





Sempre da Melbourne vengono i Possible Humans, quintetto dal suono spigoloso, a volte nevrotico, a volte più asciutto e introverso. Il secondo album, intitolato Everybody Split e in arrivo ad aprile su Hobbies Galore è stato registrato insieme ad Alex MacFarlane (The Stevens), già al lavoro con band come Boomgates e Scott and Charlene's Wedding. Questa The Thumps mette in mostra il lato più jangling dei Possible Humans e mi ricorda i momenti migliori dei My Teenage Stride:




Heartlings - A Hundred Wishes

Degli Heartlings non so molto, a parte il piccolo gioco di parole da cui prendono il nome, e il fatto che sembrano provenire dalla città indonesiana di Depok [errata corrige: dice Benty che sono di Jakarta, mentre di Depok è soltanto la label]. Non trovo nemmeno una loro pagina su qualche social, ma di una cosa almeno sono sicuro, ed è quella che conta: il loro singolo A Hundred Wishes, pubblicato dalla Don't Fade Away Records, mi ha fatto innamorare al primo ascolto. La title track sembra arrivare direttamente dall'epoca Emmerdale dei Cardigans e risplende di tenerezza e arcobaleni!

martedì 5 marzo 2019

What’s your favorite band and who taught you to kiss that way?

TULLYCRAFT

Arrivare a quasi un quarto di secolo di carriera e avere ancora l'energia e l'allegria per infilare citazioni più o meno nascoste dei Lucksmiths o dei Pastels o addirittura dei Nervous Twitch in mezzo ai versi, inventarsi un titolo come The Cat's Miaow In A Spacesuit (*), e rendere omaggi a figure come le Goldie & the Gingerbreads e Shirley Bassey: deve essere per forza l'indiepop - quel piccolo e trascurabile genere musicale che ripensa di continuo la propria storia - a mantenere in eterno il cuore così giovane. I Tullycraft sono considerati dei pilastri dell'indiepop, e a buona ragione. Loro è il perenne motto: "Fuck Me, I'm Twee"; loro è l'inno che ci riscatta da una vita di patimenti: "Pop Songs Your New Boyfriend Is Too Stupid To Know About". Ma questi scatenati ragazzi di Seattle, in giro dal 1995, non accennano a fermarsi ancora.
Tagliato il traguardo del settimo album, questo nuovo The Railway Prince Hotel pubblicato da Happy Happy Birthday to Me Records, i Tullycraft si confermano una band in grandissima forma, capace di sorprendere tanto quanto di far tesoro della propria lunga e non comune esperienza. Ehi, potremmo quasi dire: "Old Traditions, New Standards"! Il comunicato stampa spiega che questo nuovo disco è stato per la maggior parte scritto in studio, pratica inedita per loro, con una certa dose di urgenza e improvvisazione. Il risultato è che queste dodici canzoni suonano scanzonate e dirette, traboccano schietto divertimento e volano via in un attimo, lasciandoti il bisogno di tornare subito a suonarle dall'inizio.
Saranno quei suoni asciutti ed essenziali, chitarra, basso e batteria senza fronzoli che ogni tanto fanno spazio a una melodica, a un piano elettrico o alle classiche scorribande di fiati "à la Tullycraft", come nell'apertura tutta in levare di Midi Midenette. Saranno quei cori trascinanti, quei ritornelli a presa rapida che sgorgano a getto continuo dalle melodie di queste canzoni. Sarà lo humour ingegnoso delle di queste sovrabbondanti strofe (We Couldn't Dance To Billy Joel), stipate di name-dropping (Vacaville) e impliciti riferimenti spesso volutamente oscuri (It's Not Explained, It's Delaware), giravolte di ironia e ostinata ingenuità (Has Your Boyfriend Lost His Flavor On The Bedpost Overnight?), inside jokes e dichiarazioni d'amore (Beginners At Best), in cui tutto corre e corre (quasi sempre) a perdifiato, come se non potessimo mai fermarci un momento, riposare, perdere terribilmente tempo.
I Tullycraft di Railway Prince Hotel mettono in campo tutta l'energia di una band all'esordio, che esplode dalla voglia di farsi sentire, con il divertito disincanto dei veterani che non hanno paura di fare i conti con "It was long ago, and it was far away, and it was so much better than it is today". Forse è vero, forse è sempre stato così, la nostalgia è il pane quotidiano dell'indiepop, ma la risposta non si fa attendere: "Time tested markers of a whim / we always said we’d learn to swim / not soon enough and we don’t care / despite dispersions in the past / we kept it simple built it fast / it’s well enough and we don’t care".
E se mi è permesso aggiungere un'ulteriore nota, io direi molto, molto più che "well enough".





venerdì 1 marzo 2019

In that place where we felt young


La voce di Elizabeth Morris ci mancava da troppo tempo. I suoi Allo Darlin' si sono sciolti da ormai più di due anni e non vedevo l'ora di sapere qualcosa di più del nuovo progeto Elva, portato avanti insieme al marito Ola Innset, già nei norvegesi Making Marks. Finalmente ora è uscito Athens, primo singolo che anticipa Winter Sun, in arrivo il prossimo 19 aprile su Tapete Records, label tedesca che sta accogliendo svariati reduci della compianta Fortuna POP!.
Athens è una dolcissima ballata folk in punta di piedi, e appartiene al lato più intimo e delicato della musica di Allo Darlin' (lo so, non è corretto, ma credo non potrò fare a meno di continuare a chiamarla così, almeno per un po'), anche se occorre precisare che il disco in realtà è scritto a quattro mani: "It was great to be able to share songwriting duties with Ola, as finding time to write is trickier these days with a baby in tow, so it really took the pressure off to write all the songs myself. It also gives the album another dimension, and I have always loved bands with two songwriters, like The Go-Betweens".
Come la parola da cui prende nome il gruppo ("elva" significa fiume in norvegese), questo Winter Sun si annuncia come un disco ispirato in larga parte alla natura: dall'abbagliante sole estivo del Nord, così come dalla durezza degli inverni. "Our world is blue and white", canta questa Athens, e io mi auguro che questa musica arrivi a portare un po' dei riflessi della sua luce anche qui giù da noi.

giovedì 28 febbraio 2019

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (febbraio 2019)

Close Lobsters - Just Too Bloody Stupid



Musica Per AperiTweevi VS Radio Raheem (2019/02/26)

Playlist:
01. Sambassadeur – Memories
02. Business Of Dreams – Keep The Blues Away
03. The Clean – Do Your Thing
04. My Teenage Stride – That Should Stand For Something
05. Twerps – This Guy
06. EGGS – Ugly
07. The Goon Sax – Susan
08. Dag – Benefits Of Solitude
09. Pete & The Pirates - Ill Love (demo)
10. Cause Co-Motion – You Lose
11. The Close Lobsters - Just Too Bloody Stupid (demo)
12. Beat Happening – Foggy Eyes
13. Qlowski – Golden Boy
14. The Bartlebees – Eskimos Have 40 Words For Snow
15. Television Personalities – The Glittering Prizes
16. Comet Gain – Just Fourteen
17. The Oilies – Psychic Dog
18. Tallies – Have You
19. Be Forest – Bengala


mercoledì 27 febbraio 2019

Keep the blues away

BUSINESS OF DREAMS

I giorni in cui ti sembra di avere fatto tutto quello che dovevi; i giorni in cui “ehi, non ci possiamo certo lamentare”; i giorni in cui ti sei comportato da diligente impiegato nell'ufficetto della tua esistenza: eppure, alla fine, lì dentro qualcosa ancora non torna. Qualcosa ti manca e sbatti contro una frustrazione che non sai dove scacciare. I giorni in cui credevi di meritare finalmente qualcosa di più, e invece non arriva niente e nessuno, se non qualche nuova bastonata. Tutti quei giorni, che diventano stagioni e anni, passati ad aspettare che la vita cominci, a mettere da parte buoni propositi e idee per quando sarà il nostro momento. Ma il momento era qui.
Di questo canta, nonostante tutto con sorprendente leggerezza e schiettezza, Ripe For Anarchy, il nuovo album di Business Of Dreams, ovvero Corey Cunningham, già nei nostri amati Terry Malts e prima ancora nei Magic Bullets. A partire da titoli come Negativity Rules Everything Around Me oppure I Feel Dread si intuisce il filo conduttore di queste undici canzoni, ma l’acutezza della penna di Cunningham sta nel riuscire a tenersi lontano dai toni più drammatici e restituirci un racconto nitido e autentico dei rimpianti e delle fatiche della vita di tutti i giorni. Una certa discrezione anche nell'essere perdenti: "while the time saps your soul / a hole grows where hope corrodes".
C’è una vecchia città in cui siamo cresciuti e che, a un certo punto, ci sembra di non riconoscere più. Ci sono le illusioni di un’altra età più giovane che tornano a soffiare sul cuore e ci fanno sentire sconfitti. Ci sono lettere a lontani amori che meritavano di essere trattati meglio da noi. C’è l’interminabile lotta per strappare due soldi e non soccombere alla fine di ogni giornata.
Cunningham ha abbandonato la scena musicale californiana alcuni anni fa per tornare a casa nel Tennessee dopo la morte del padre, e questo stato d’animo evidentemente lo porta a confrontarsi con temi difficili anche nelle sue canzoni. Ma la limpida linearità dei versi, da un lato, e la scelta di arrangiamenti che vanno verso un synth-pop quasi trasparente (vengono subito in mente certi Field Mice, oppure i Magnetic Fields) fanno di Ripe For Anarchy un disco che sa trattare la propria tristezza e malinconia senza suonare troppo triste o malinconico, almeno in apparenza. Anche la scelta di una cover amarissima come Hatchet Song degli Sparklehorse diventa l’occasione per tirare fuori una piccola gemma twee come forse sarebbe riuscita ai Pains Of Being Pure At Heart dell’ultima parte della carriera.
I versi con cui si chiude il disco sono quelli più cupi di tutti: "grief is a constant friend / I close my eye and embrace the end". Ma si trovano anche dentro una delle canzoni più scintillanti della scaletta, quasi New Order, tutta protesa a inseguire una luce sfuggente, sorretta dalla propulsione del basso. Un finale che si eleva. Ed è questo contrasto, in ultima analisi, a fare di Ripe For Anarchy un lavoro tutt'altro che rassegnato o disperato: un indiepop che sa riscattarsi e non rinuncia a restare in cerca di sé stesso.





giovedì 21 febbraio 2019

I know that maybe it's better, but I can't forget the time

The Lemonheads - Varshons 2

Le cover hanno costellato tutta la lunga carriera dei Lemonheads. A volte sembrava quasi che Evan Dando avesse messo su il gruppo soltanto per poter omaggiare i suoi artisti preferit e per suonare alla sua maniera canzoni un po' oscure e dimenticate. Di cover ne ha fatte davvero tante, e senza nessuna prudenza: da Suzanne Vega ai KISS, da quelle quasi "dovute", come i Big Star o Gram Parsons, a quelle decise forse più per il LOL o per la sfida, come Christina Aguilera o Whitney Houston. Senza dimenticare ovviamente quella di Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel, uno dei momenti più alti dei suoi oltre tre decenni di musica.
Questa domenica, il nuovo tour europeo di Evan Dando e dei suoi Lemonheads farà tappa a Bologna, al Locomotiv Club. Immagino che, insieme ai classici della sua nutrita discografia, Dando ci regalerà anche non poche tracce dal recente Varshons 2, disco per l'appunto composto interamente di cover. Il numero "due" del titolo fa riferimento al primo episodio di una raccolta simile, uscita dieci anni fa, di cui tutti ricordano almeno: le comparsate di ospiti illustri come Kate Moss e Liv Tyler alle voci in un paio di episodi, e l’assortimento abbastanza bizzarro delle canzoni scelte.
Questa più recente raccolta, invece, vede in scaletta, tra gli altri, Yo La Tengo, Jayhawks, Nick Cave & The Bad Seeds, e suona decisamente più omogenea e organica. A mio parere, riesce anche meglio a mostrare la poesia spontanea dei Lemonheads.
Evan Dando, l'indimenticato e travagliato protagonista della stagione Anni Novanta dell’indie rock, quello dal fascino eterno e anche eternamente sciupato, quello che guardavi sempre con qualche pensiero tra il rammarico e l'ammirazione, tipo "ah, cosa avrebbe potuto fare" (come se non avesse avuto davvero tutto il successo che ha avuto), oggi sembra trovare un nuovo equilibrio cimentandosi proprio con la scrittura altrui, anche quando non interviene più di tanto negli arrangiamenti, come nella bella cover di Old Man Blank dei Bevis Frond, o di Take It Easy degli Eagles, che chiude la raccolta e forse non ne rappresenta l’episodio più memorabile. Ma quello che fa la differenza, senza dubbio, è la presenza della sua voce, ancora splendida, capace sia di raccontare un folk agrodolce, sia di lanciarsi nel rock più elettrico e scatenato, sempre morbida e seducente.
Comunque la si pensi sui dischi di cover, è davvero un piacere ritrovare Evan Dando così in forma, lì vicino a un vecchio juke-box con il suo immancabile sguardo sornione, mentre sceglie le sue canzoni preferite per farcele ascoltare.





mercoledì 20 febbraio 2019

With no regard to forthcoming trouble

Tallies - Tallies

Avremo nuove parole da custodire nei nostri diari, per sempre in attesa di nuove stagioni, aggrappati all'incrollabile convinzione che le nuove stagioni per noi continueranno ad arrivare. Tutte quelle pagine, vedrai, un giorno torneranno utili, e le parole che abbiamo provato e riprovato saranno finalmente libere. L’indiepop è anche questo: il sogno, dietro quella sua apparenza di nostalgia, è il sogno di non provare più nostalgia.
Sognante e fiduciosa, immersa in una luce celestiale, è la musica dei Tallies, ma è come se quel sogno lo guardasse a occhi spalancati, affamata. O come non vedesse l'ora di correrti incontro e raccontarti ogni cosa. I versi delle canzoni dei Tallies sono spesso brevi, sfuggono, si sbriciolano, quasi non potessero trattenersi. Del resto, perché dovrebbero perdere tempo a raccontare una storia per filo e per segno quando c'è tutto quel fiume di pagine che scoppia di parole? "What do you say, without saying words? / Without speaking sounds" si chiede la dolcissima Have You, prima di lanciarsi in un ritornello che è vero abbraccio. Ed è proprio quello slancio, quell'infatuazione, quella sensazione di avere di fronte un costante impeto appassionato e invincibile, una tenerezza che non ha riguardi, che ti rimane addosso già al primo ascolto. "Welding our veins to sway / With no regard to forthcoming trouble" (Trouble).
Anche se le radici del suono dei Tallies, come spiegano le biografie ufficiali, stanno ben salde in quel transito tra Anni Ottanta e Novanta di band come Sundays e Lush, o ancora prima, nelle raffinatezze dei Cocteau Twins, lo stile della band di Toronto è del tutto contemporaneo e questo loro album di debutto mi sembra trovi più di un'affinità in quello che fanno altre band come Alvvays o Tennis: un indiepop che non è semplice catalogazione vintage, ma cerca di dare forma a una nuova poesia scritta al tempo presente. Certo, l'attacco di chitarra di Midnight sembra proprio un trasparente omaggio agli Smiths, il singolo Mother ha quell'incedere fiero e jangling di certi irresistibili Heavenly, e la voce di Sarah Cogan arriva direttamente da qualche vecchia cassetta ritrovata in un cassetto a casa dei nostri genitori. Ma il risultato di tutti questi elementi è emotivamente superiore a una semplice somma. Il "dream" dentro "dream pop" non ha qui i contorni vaghi di una fantasticheria, non insegue l'illusione, ma suona cristallino anche sotto la spessa trama di chitarre e riverberi. Resta un sogno, ma libero da ogni nostalgia. "Can you give me a reason?" chiede ripetutamente l'ultimo ritornello che chiude il disco, e mi viene il dubbio sia una domanda retorica. Il cuore raggiante di queste canzoni è la migliore risposta che i Tallies potesse darci.






sabato 16 febbraio 2019

We Blast Last! A Love Letter to the Fabulous Bands of the Pacific Northwest

 We Blast Last! A Love Letter to the Fabulous Bands of the Pacific Northwest

Mi piace pensare che le quattro persone che ancora leggono questo blog siano il tipo di persone che si lanciano a ballare SELVAGGIAMENTE appena attacca la prima nota della prima canzone qui sotto: un'appassionata e radiosa cover di Your Asterisk, capolavoro degli storici Halo Benders (Calvin Johnson dei Beat Happening + Doug Martsch dei Built to Spill!), realizzata dagli Unlikely Friends, a loro volta una specie di supergruppo che vede al suo interno Dave Krain dei BOAT, Charles Bert dei Math & Physics Club e Chris McFarlane della Jigsaw Records, più un numero variabile di musicisti della scena di Seattle.
La canzone proviene da un album intitolato We Blast Last! A Love Letter to the Fabulous Bands of the Pacific Northwest (extra punti se cogliete la citazione nel titolo!), una raccolta di cover di band della regione che gli Unlikely Friends hanno cominciato a pubblicare da qualche giorno e che si arricchisce ogni settimana di nuove tracce: "We've been recording these songs because it seemed like a fun thing to do, but also because these bands mean something to us. They’re the bands we listened to growing up, or the bands that those bands listened to".
Le canzoni per ora sono in free download, ma ogni offerta andrà in beneficenza per la Tacoma Humane Society, il più grande centro dello Stato per la raccolta e la cura degli animali abbandonati, fondato nel 1888. E poi, il 15 marzo l'album completo di We Blast Last sarà pubblicato in cassetta e cd.
Ogni canzone è accompagnata da alcune note personali: per esempio, per registrare Aces dei Dharma Bums Charles Bert ha potuto suonare la chitarra del suo idolo dell'adolescenza, Jim Speltra. Credo che gesti alla We Blast Last, puro amore per la musica e per quello che ancora può fare nelle nostre vite, siano quello che continua a mandare avanti anche questa trasmissione e queste pagine, e anche se la mia conoscenza dall'area nord-occidentale degli Stati Uniti è molto approssimativa, in qualche modo, ora la sento più vicina: "you can draw a straight line through 60 years of Pacific Northwest garage and punk from 1960 to today".



venerdì 15 febbraio 2019

One Day, A Thousand Autumns

Urali - Ghostology

La serata emo-straziante e imperdibile di oggi, qui in città, è senza dubbio quella del Freakout Club, con Urali e Riviera a dividere il palco del locale di Via Emilio Zago. So già che i Riviera saranno come sempre trascinanti, urlanti e divertenti, ma quello che mi incuriosisce di più è il progetto di Ivan Tonelli che presenta il suo terzo album Ghostology (pubblicato da To Lose La Track, Malestro e General Soreness).
Il titolo è un evidente rimando all'hauntology, termine che negli ultimi anni ha avuto una diffusione esponenziale (e non sarà un caso), e in qualche modo riflette intorno all'idea di "fantasma" che sembra incidere sempre più spesso e sempre più a fondo l'adattamento della nostra personalità nel tempo presente. Urali traveste questi pensieri dentro una storia che si dipana lungo le otto canzoni della raccolta, quasi come fossero tavole di una graphic novel o episodi di una serie, al tempo stesso, fantascientifica e metafisica.
La protagonista, come spiega in un'intervista Ivan, è una specie di intelligenza artificiale (immaginata come un personaggio femminile) che, passo dopo passo, sviluppa una coscienza, inizia ad avere una memoria e lotta per la propria indipendenza. Il suo nemico principale è il suo stesso creatore, uno scienziato che la voleva sottomessa e priva di volontà ("Your teeth mark is still deep / on my synthetic skin"), e verso la fine del disco sembra essere raggiunta, assieme all'indipendenza, anche quella che sembra una serena accettazione della propria esistenza, un riscatto attraverso il dolore ("I’ll keep on sailing on the wavy hills / cause I need my sorrows to be eased").
«Credo di aver voluto e dovuto riflettere sulla mascolinità tossica, su quanto siamo ancora in uno stato profondamente patriarcale e quanto questo sia brutale e ingiusto, quanto freni tutto lo sviluppo della società. Io purtroppo posso fare queste riflessioni solo dal mio punto di vista di maschio, bianco ed etero. Era necessario cercare di mettersi nei panni di una vittima di questo sistema».
Per raccontare questa storia la musica di Urali attraversa atmosfere molto diverse: da uno scarno folk a cupi droni elettrici, da muri di feedback a pianoforti cristallini (qui e là mi tornano in mente certi Karate, altre recensioni citano Sun Kil Moon). Spesso rimbombano percussioni minacciose, mentre la voce resta sempre in primo piano, quasi a prendere per mano l'ascoltatore lungo i vari capitoli (e in un'occasione si fa anche accompagnare da Erica Terenzi dei Be Forest). Un post-rock multiforme, che cerca di dire qualcosa alla contemporaneità immaginando un'avventura fuori dal tempo, un esperimento forse non facile ma di sicuro impatto e prezioso.

it was a ghost what you were looking for
in the end it was the ghost that followed you





giovedì 14 febbraio 2019

I love it how you keep me feeling good in what I do


Sono quasi sempre un amante delle convenzioni e dei convenevoli, ma oggi ero distratto e non avevo intenzione di postare sul blog nulla che avesse a che fare con San Valentino (direi che l'indiepop, a questo riguardo, ha già dato in abbondanza). Poi mi sono imbattuto in questo nuovo singolo dei Lazy Day, la band londinese guidata da Tilly Scantlebury, e ho dovuto rivedere i programmi per via di questa strofa:

I think it’s amazing the strength that you give
It’s constant and it’s big
It makes me feel like it’s all just gone away
I love it how you keep me feeling good in what I do


Forse non sarà troppo romantica o sdolcinata, e forse non sta nemmeno parlando di una storia d'amore nella maniera più consueta, ma mi piace il modo in cui racconta qualcosa che l'abituale iconografia della festa degli innamorati lascia un po' in secondo piano, preferendo cioccolatini e mazzi di fiori. Se chi ami non ti fa sentire più forte e non sostiene quello che sei e che fai, che razza di amore è?
Double J è la prima anticipazione dal prossimo EP dei Lazy Day, intitolato Letters. La voce della Scantlebury insegue dichiaratamente alcuni modelli femminili forti come PJ Harvey e Karen O (ma io citerei pure nomi più contemporanei come Waxahatchee e Courtney Barnett), mentre le chitarre spingono con la giusta arroganza senza però turbare l'equilibrio della canzone.
"I wrote Double J about my best friend and how she gets me through a lot. [...] These are the happiest lyrics I’ve ever written, and I wanted the music to properly reflect that - to be a fierce celebration of friendship”.
In conclusione, che sia San Valentino o meno, auguriamoci una "fierce celebration".

mercoledì 13 febbraio 2019

Here and then

EARACHE - LAST

Una parte del nostro cuore deve essere corsa a chiudersi nella proverbiale cameretta intorno al 1995, più o meno nello stesso momento in cui la Sarah Records si prendeva un giorno "for destroying things". Da allora non ha più voluto uscire. Noi abbiamo stretto i pugni e siamo andati avanti, per sempre incompleti, cercando di convincerci che certi nuovi dischi erano importanti, anche dopo di allora. Era vero, ed è vero. Ogni tanto, però, torniamo ad appoggiare la mano su quella porta, chiudiamo gli occhi e ascoltiamo la musica che arriva attutita dall'altra parte: è un suono che riconosciamo e che ci appartiene ancora.
È un suono molto simile a quello che si trova dentro Last, l'album di debutto degli Earache, duo di Canberra formato da Gemma Nourse (No Stars, Shopgirl) e David Fenderson (Territory, Sob Story). Chitarra, basso e drum machine, due voci colme di tenerezza e solitudine che si rincorrono lungo otto scarne canzoni. Timidezza e passione, parole sussurrate e subito seppellite dai feedback, la noia di quell'età e uno speciale superpotere che ti fa sognare a occhi aperti come nessuno. Gli Earache suonano una specie di post-punk introspettivo, da cameretta, appunto, che "si guarda le scarpe" ma indovina anche tutte le melodie che ti abbracciano. Forse devono ancora imparare a elaborare un po' più a fondo le loro idee, a rendere più solide certe strutture: ma intanto, il loro esile indiepop ti ha già conquistato, e sai già che conquisterà anche quel vecchio cuore nascosto e in ascolto dietro la porta.






venerdì 8 febbraio 2019

Video première: Catalog - "By The Mountains"

CATALOG

Nella primavera dell'anno scorso la band reggiana dei Catalog pubblicava l'EP di esordio intitolato Happy OK per La Barberia Records. Un lavoro che, seppure in poche tracce, riusciva a mettere in mostra un gusto musicale sofisticato, capace di mescolare influenze indie rock e Nineties con atmosfere più new wave, grazie anche a innesti di synth e percussioni elettroniche. I Catalog stanno lavorando al primo LP vero e proprio, ma intanto, per non rimanere troppo con le mani in mano, hanno deciso di pubblicare un ultimo video tratto da quell'EP, per la mia traccia preferita By The Montains, e io sono molto felice di presentarlo oggi qui in anteprima, insieme a una piccola intervista con la band.


Per cominciare, mi raccontate da dove arriva l'idea per questo video, con il suo curioso mood Anni Settanta, e come è stato realizzato?
Antonio: Il video nasce molto spontaneamente, cercando vecchie pubblicità sui meravigliosi archivi vintage che si trovano online. Avevamo una canzone dell’EP che secondo noi meritava qualcosa di più, e ci dispiaceva lasciarla senza un video tutto suo. Abbiamo usato materiale promozionale per un quartiere popolare di Siviglia, Ciudad Aljarafe. Mi piacevano molto i contrasti tra quello che dice la canzone e le immagini.

Il video di By The Mountains esce a quasi un anno dal vostro EP d'esordio Happy OK: come si è evoluto in questi mesi il progetto della band? Le prime esperienze live hanno influito sul vostro suono?
Ema: Ripartire da By The Mountains ci sembrava una buona idea per aprire il dialogo sul nuovo album che era già abbozzato quando è uscito l'EP Happy OK. I due lavori sono collegati anche per questo, ma è più un collegamento cronologico che stilistico. Abbiamo chiesto a Stefano Bortoli de La Falegnameria Records di curare l'album in uscita e questo ha influito molto sul suono.

Quale direzione ha preso l'album con la produzione di un collaboratore esterno alla band? E a proposito: c'è già una data di uscita indicativa?
Ema: Ha influito molto, ma più che come un esterno noi lo vediamo come il quarto Catalog. Siamo fortunati perché Stefano sì è appassionato al progetto, ha anche suonato in molti brani del disco. Abbiamo avuto anche Marco Degli Esposti a regalarci la chitarra in un brano, entrambi suonano nel bellissimo progetto La Notte delle Streghe. Per strafare con la fortuna, siamo anche affiancati da La Barberia Records che cura ogni uscita con il tipico entusiasmo contagioso! Il nuovo album è in buone mani insomma e sarà possibile ascoltarlo in primavera.

Quindi cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi dai Catalog? By The Mountains è la canzone forse più solare e schiettamente indie rock della vostra cassetta: farla uscire ora rappresenta in qualche modo un trait d'union tra il passato e l'immediato futuro della band?
Antonio: Credo di sì, come ti dicevo ci sono canzoni nell’album che sono nate parallelamente a By The Mountains e in qualche modo sono sorelle di un periodo di scrittura più scanzonata e diretta. È difficile però definire un trait d’union tra le nostre canzoni, che crediamo (speriamo) siano parecchio varie e diverse tra loro, e che rispecchino le varie e diverse influenze musicali di noi tre. Di solito non ci focalizziamo su uno stile o su un genere, costruiamo le canzoni in sala prove in modo molto spontaneo ed essenziale.
Pisto: By The Mountains non é soltanto uno dei tanti nostri brani che iniziano con la lettera B (anche se la cosa non è voluta), ma è un pezzo che si suona da solo: ormai conosce la strada e ci riporta sempre a casa. Per essere sicuro di non perdermi tra gli alberi del bosco l'ho impostato come suoneria del telefono.
Ema: È anche il brano con la struttura più classica dell'EP, il più rassicurante da ascoltare. Come un vecchio amico che ritrovi e la cosa ti fa piacere anche se non ricordi bene come si chiama. Mettici appunto anche gli alberi e le piante in questa immagine. Sul nuovo album ci sarà un'atmosfera simile, ma alcune piante saranno carnivore.



giovedì 7 febbraio 2019

“I’m waiting myself hidden somewhere in my heart”

Be Forest - Knocturne - photo by Luca Sorbini

Dentro a un buio che non è solo notte, in fondo a un buio che non ha mappe, né pareti da raggiungere per aggrapparsi e avanzare verso qualche luce. Nessun riferimento: oltre le mani soltanto questo buio, per galleggiare o per lasciarsi andare. La musica del nuovo disco dei Be Forest si espande in ogni direzione, si immerge nell’oscurità fino a esserne fatta della stessa sostanza. Knocturne: knock, un colpo, un segnale dalla notte. Questo disco è un richiamo nel buio e al tempo stesso la risposta.
I Be Forest mancavano dal 2014, dai tempi dell’acclamato Earthbeat, e per il loro ritorno hanno voluto scegliere con cura e pazienza il modo giusto, mettendo a punto un’opera che li rappresentasse dalla prima all’ultima nota, un disco che fosse, innanzitutto, onesto, diretto. Lo si avverte subito dal suono, al tempo stesso più spoglio e più ricco, il più possibile analogico. Nonostante la produzione di ogni traccia sia stata molto meditata e stratificata, i Be Forest hanno raggiunto qui la loro musica più sincera di sempre, pura.
"Abbiamo impiegato tanto a scrivere questo album, a registrarlo e finirlo, ma ci abbiamo messo molto più tempo a capirlo noi per primi. A differenza degli altri nostri dischi, non ha un luogo di riferimento o dei colori: non siamo in Norvegia in mezzo a un bosco, né in una riserva indiana seduti intorno al fuoco. All'inizio, pensavamo che questo disco fosse ambientato nello spazio... poi ci siamo sentiti attratti dall’opposto, dagli abissi più profondi, dall’idea di quel buio interminabile. E in un certo senso, questa è stata l’immagine che si è impressa più di tutte in queste canzoni."
In mezzo a quei riverberi così caratteristici dei Be Forest, tra delay che si sovrappongono, percussioni dolenti e rabbiose, e quella voce come un sussurro in un sogno, Knocturne racconta la necessità di parlare con sé stessi nel modo più leale possibile, dichiarare i propri limiti per poi crescere e diventare ciò che si è, e non ciò che si vuol essere. “I’m waiting myself hidden somewhere in my heart”, canta Bengala. Mentre le ultime parole di You, Nothing, la traccia che chiude il disco, sono: “Looking for a new world / We lost ourselves / Different from all others / We've not fear of nothingness”.
Knocturne cattura questo sentirsi smarriti nel “tempo di mezzo”: non più bambini, non ancora adulti. “Sun and moon / Split in two […] Which is me? Which is you?” si domanda Gemini. Non a caso, nel primo video tratto da Knocturne, quello per Atto I, c’è un sipario nero che si apre. Noi, raccontano i Be Forest, siamo il pubblico, la vita di tutti i giorni, e sul palcoscenico c’è quello che siamo, l'abisso in cui dobbiamo imparare a nuotare. Knocturne vuole restare sulla linea del sipario, nel mezzo, tra le pieghe del velluto, immerso nel buio, cupo e curioso.

Oggi pomeriggio avrò l'onore di presentare Knocturne su Radio Raheem proprio insieme ai Be Forest: streaming live dalle 16 su www.radioraheem.it!
E poi stasera la band pesarese sarà in concerto al Circolo Ohibò, mentre arriveranno a Bologna il prossimo primo marzo al Covo Club.
Trovate qui tutte le altre date del tour italiano appena partito, mentre BrooklynVegan ha annunciato quello imminente negli Stati Uniti.


mercoledì 6 febbraio 2019

Addio agli Ocean Party

THE OCEAN PARTY

Dopo la notizia della davvero troppo prematura morte di Zac Denton a soli 24 anni (trovate un bel ricordo su Noisey, e un piccolo doveroso omaggio l'avevo dedicato anche io in radio qualche tempo fa), gli Ocean Party hanno purtroppo deciso di sciogliersi:
After our brother, friend and bandmate Zac Denton tragically passed away in late 2018, we felt that writing new material without him wouldn’t feel right and the time has come to call it quits.
C'è però un ultimo disco in arrivo per il super prolifico gruppo australiano, una manciata di canzoni scritte dallo stesso Denton che andranno a comporre un EP d'addio intitolato Nothing Grows: "Zac recorded all of his parts for the songs and directed the other band members to add to them in their own time. The process was out of character for the band who usually recorded together and tried to be minimal with over-dubs, but with Zac's death in late 2018 it was clear that there could have been no other way".
La title-track che apre e anticipa l'uscita della raccolta suona incredibilmente amara, con l'immagine di una isolata fattoria che cade a pezzi mentre passano le stagioni e la solitudine consuma ogni idea di vita: "It's too cold here in the winter / And nothing grows here in the summer / Light the fires please my sweet / Let's just lie here in peace".

"In peace", caro Zac.

lunedì 4 febbraio 2019

Looking for a place to get away

 Sambassadeur - Foot of Afrikka

Non poteva davvero esserci maniera migliore per cominciare questa settimana che quella di scoprire il ritorno dei nostri amati svedesi Sambassadeur!
A nove anni dall'ultimo album European (e sette dopo l'esultante sette pollici Memories), la voce di Anna Persson è tornata all'improvviso ad accarezzarmi il cuore, con la consueta melodia dolcissima sprofondata dentro elegantissimi archi. Il nuovo super malinconico singolo della band di Göteborg si intitola Foot Of Afrikka e anticipa un album in arrivo il prossimo 12 aprile, Survival. Come il resto del disco, è stato registrato a Stoccolma insieme a Gustav Ejstes e Reine Fiske dei Dungen, Christoffer Gunrup dei The Amazing, e Ramo Spatalovic (già nelle formazioni di Joel Alme, Franke e - chicca per emmabodamaniaci - We Are Soldiers We Have Guns).
Il fatto che che il disco, prodotto da Mattias Glavå (uno che ha messo le mani sui dischi di Broder Daniel, Vapnet e Håkan Hellström, tra gli altri), sia stato registrato a Stoccolma, a quanto pare, ha significato molto per i Sambassadeur: «Always great to get away for a while. To "get away", and that people have different ways of doing that, is sort of what this song is about».
Altro dettaglio piuttosto importante: Survival sarà il primo disco della band a non uscire per la storica etichetta Labrador, bensì autoprodotto per la European Records. Si tratta davvero un nuovo inizio per i Sambassadeur, quasi quindici anni dopo essere stato rapito dalla loro poesia indiepop dai colori pastello, e io non potrei essere più felice.



giovedì 31 gennaio 2019

There's not a lot going on in my town

HOBBY CLUB - FOR MAURICE

Scapperemo da questo posto un giorno o l'altro, e tutte le mille storie che ci riempiono la testa e il cuore, tutti i libri e i sogni che abbiamo raccolto e che aspettano soltanto noi scoppieranno via, e la nostra vita comincerà. Gli Hobby Club, duo basato a Londra e formato da Beth Truscott e Joe Rose, esordiscono così, con un inno travolgente al resistere in una piccola città di provincia, all'essere sé stessi nonostante tutto e tutti, al cercare la propria libertà. Il loro primo singolo si intitola For Maurice, "named after a local celebrity in Joe’s hometown Barrow, the brash and absurd, yet sensitive and creative Maurice G. Flitcroft, who at all times was striving for something more than his humble origins would allow by studying art and literature and becoming the self-professed best at anything he put his mind to".
Mi hanno davvero colto di sorpresa: pop celestiale che ha un evidente debito con le chitarre dei primi Smiths, ma con una voce che sa raggiungere brividi degni dei Flowers. Sono sicuro che la scena indiepop sentirà ancora parlare di loro. For Maurice fa parte dell'EP Video Days in arrivo il prossimo otto di marzo su Hit Or Heist.

mercoledì 30 gennaio 2019

Première: Baseball Gregg - "Toursong"

Première: Baseball Gregg - Toursong

Il 2019 dei nostri cari Baseball Gregg è cominciato con il migliore dei buoni propositi: pubblicare una nuova canzone ogni mese, e a dicembre raccoglierle tutte in un disco, che sarà al tempo stesso nuovo e "antologico". Il progetto ha precedenti illustri: penso, per esempio, a Jens Lekman con le Postcards e il Calendar a quattro mani con Hello Saferide, ai Flaming Lips (che ovviamente persero presto la cognizione del tempo), o più di recente al Patreon lanciato da Spencer Krug di Wolf Parade e Moonface.
Oggi, 30 gennaio, i Baseball Gregg segnano sulla mia agenda la prima data con un grosso cuore rosso e la prima canzone tutta nuova. Sotto le parole introduttive di Samuel Reagan, la metà californiana della band, e da sempre compagno di strada del nostro Luca Lovisetto, ecco in una prestigiosa première per voi su "polaroid - un blog alla radio", Toursong:
Il prossimo marzo andremo in tour dalla California ad Austin per il SXSW! Sono davvero molto carico al pensiero di trascorrere una ventina di giorni coi miei migliori amici, esplorando nuovi posti, facendo tutti quanti la cosa che amiamo di più: suonare. Ho sentito l'urgenza di scrivere una canzone per comunicare agli altri quanto fossi carico all’idea di partire con loro: non ci sono altre persone al mondo con cui preferirei condividere questa avventura in tour.
Toursong segna anche l’inizio di un’altra avventura. Io e Luca abbiamo deciso che nel 2019 vogliamo approcciare la registrazione e la pubblicazione di musica in maniera un po' diversa rispetto al passato. Ogni mese pubblicheremo un brano e a mano a mano queste canzoni finiranno per diventare parte di un album. Il disco, intitolato Calendar quindi prenderà corpo a poco a poco, un brano alla volta: ogni mese si potrà voltare pagina e ascoltare la nuova fotografia sonora che abbiamo scelto per rappresentare il mese. Ogni uscita includerà anche una copertina realizzata da uno dei miei artisti preferiti, nonché uno dei miei più vecchi amici, Eli Wengrin.
Toursong parla anche dell’emozione di esplorare questo nuovo terreno musicale con Luca. Per i nostri primi quattro anni come band ci siamo sempre concentrati molto sulla creazione di album ed EP interi e coesi (e ne abbiamo fatti ben cinque!). Oggi, però, lo stato attuale della musica (e il suo consumo) sembrano suggerire che l’era degli album sia prossima alla fine: comunque andrà, per noi sarà una sfida elettrizzante scrivere, registrare e pubblicare una nuova canzone ogni mese.
Il ritornello di Toursong, tra l’altro, parla di suonare in tour la prima canzone mai pubblicata da noi, Mathdance, e quella canzone in qualche modo profetizzava già anni fa questo nostro prossimo viaggio lungo la West Coast ("together we will mathdance through the West")!

Baseball Gregg - Toursong

martedì 29 gennaio 2019

Certain frantic quality

TALLIES // polaroid - un blog alla radio // podcast

"polaroid - un blog alla radio" S18E08

Jesse The Faccio – Beach
Tomorrows Tulips – Certain Frantic Quality
Tallies – Mother
Makthaverskan – Demands
Westkust – Swebeach
Eggs – I Feel In Love
The Stroppies – Cellophane Car
Hand Habits – Placeholder
Blue Jeans – Baby You Can’t Fake It
Mick Trouble – End Of The Lion
Vampire Weekend – Harmony Hall



Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes / Mixcloud


giovedì 24 gennaio 2019

Baby, isn’t this the afterlife?

Rosie Tucker

If you told me that we’d died
And gone to the gay bar
I woulda said “that seems right”


Quasi un secolo dopo l'intramontabile classico degli Electric Six, una nuova canzone torna ad accompagnarmi a una memorabile festa in un gay bar. Stavolta la guida è una fanciulla e si chiama Rosie Tucker, giovane cantautrice di Los Angeles. All'epoca del suo esordio Lowlight si era fatta conoscere per un folk acustico asciutto, risoluto ma poetico. Ora, a distanza di oltre tre anni, sta per tornare con un nuovo album intitolato Never Not Never Not Never Not, in cui scopriamo che il progetto si è trasformato in una vera band (con l'ingresso di Anna Arboles alla chitarra e Jessica Reed alla batteria). Questo primo singolo rivela che la sua musica, per usare la semplice ma efficace definizione del produttore Wolfy, è diventata un indie rock "with music for the heart and lyrics for the brain". Se amate l'indiepop di Frankie Cosmos o una band come Girlpool qui dovreste sentirvi abbastanza a casa.
La storia dentro Gay Bar è semplice: "having a good time at a cowboy gay bar in the Valley, celebrating the incredible spectrum of characters dressed to impress at your average regional queer watering hole. I’m aiming for innocence and bliss here — the joy of looking really good and dancing with people who already like you a lot".
Qualcosa che sarebbe bello riuscissimo tutti a fare più spesso.

lunedì 21 gennaio 2019

"I fell in love with a girl she didn't even know I exist then I formed my own band"

EGGS (PARIS) - HOWLIN BANANA RECORDS / HELLZAPOPPIN RECORDS

"Volevamo suonare come i Television Personalities, ma allo stesso tempo volevamo anche le chitarre Anni Novanta dei Guided By Voices": qualcuno potrebbe sostenere che i ragazzi non hanno le idee chiare, ma io sono convinto che invece abbiano un'idea precisa e fortissima della tensione che può nascere da quella specie di contraddizione. Loro sono gli Eggs (niente sito o social, a quanto pare, e anche poche foto in giro: trovo solo una pagina mezza vuota ma già abbastanza eloquente su YouTube), vengono da Parigi e facevano parte di alcune altre giovani band della capitale, come Bootchy Temple e Joujou Jaguar. Se li avessi scoperti in tempo, appena era uscito il loro EP d'esordio, poco prima di Natale, li avrei molto probabilmente infilati last minute nella classifica dei dischi di fine anno, nonostante Eggs sia composto soltanto da quattro canzoni. Perché tutte le classifiche dovrebbero tenere conto soltanto di questi innamoramenti fulminei, totali e intransigenti. Quattro canzoni in cui l'esito di quella tensione scatena un suono molto Flying Nun: a volte fanno venire in mente proprio i Clean più scintilanti, strati di chitarre jangling che si perdono dentro organi ostinati e cori che sembrano buttare via tutta la casa, la storia, il senso delle parole. Una musica così impetuosa e sentimentale che non ti accorgi quanto la superficie possa apparire lo-fi, ruvida e irregolare. Dentro, invece, dentro è tutto uno scalpitare e fremere ("I'm asking to myself why don't you wanna beat on my heart to change?"), proprio come scalpitavano e fremevano certe canzoni Sarah o Postcard sotto il loro vestito curato ma poco appariscente. E l'unica cosa che chiedo ora è che gli Eggs facciano presto un nuovo disco e non spariscano subito come "tutti quei gruppi che dovevano pubblicare soltanto un 45 giri e poi dire addio".

(via Hellzapoppin Records / Howlin Banana Records)



domenica 20 gennaio 2019

Kings And Queens Of The Do It Now!

 Kings and Queens of the Do it Now!

In quest'epoca di streaming, algoritmi e home-assistants, le etichette discografiche (e quelle indipendenti in maniera ancora più esasperata) inventano ogni giorno nuove e creative maniere per spingerci ad ascoltare la loro musica. Per esempio, la nostra amata Emotional Response ha addirittura messo assieme una compilation! In streaming e download su Bandcamp! Pieno di band e i musicisti che pubblicheranno per loro un nuovo album in questo 2019! In pratica un nastrone di anticipazioni: whoa, non è sorprendetemente fantastico?
Kings and Queens of the Do It Now!, curata dalla label fondata da Stewart Anderson e Jen Turrell dei Boyracer, raccoglie undici canzoni "from upcoming releases due in this glorious year of 2019. Most releases will also feature a limited run on fancy colour vinyl", e tra queste c'è anche una demo degli stessi Boyracer.
Segnalo qui al volo un terzetto di tracce tra quelle che mi hanno incuriosito di più:

▶️ Seablite - Heart Mountain
Quartetto da San Franciso che definisce il proprio suono "odd pop" e che si era fatto notare un paio d'anni fa per un notevole EP d'esordio. Se avete un debole per quell'indiepop molto Nineties alla Tiger Trap e All Girl Summer Fun Band vi divertirete. Questa canzone, dai contorni un po' sognanti, è una delle mie preferite della playlist. Grass Stains and Novocaine (con una copertina che è puro modernariato indie) è già in cima ai dischi che attendo di più in questo nuovo anno.



▶️ Mick Trouble - End of the Lion
Una delle grandi band britanniche dimenticate degli Anni Ottanta, una di quelle che, per usare una citazione non a caso, "could have been bigger than the Beatles" e poi scomparve all'improvviso, salvo essere un meraviglioso "plagio consapevole" creato un paio di anni fa da Jedediah Smith dei nostri amati My Teenage Stride, Jeanines e vari altri progetti. L'obiettivo evidente è quello di dimostrare, una volta di più, il suo immenso amore per i Television Personalities e Dan Treacy. A maggio 2019 arriverà l'album di debutto insieme alla ristampa in vinile dell'ottimo EP del 2017, accoppiata imperdibile.



▶️ Neutrals - Hate The Summer Of Love
Phil Benson, bassista nei Terry Malts, insieme ad Allan McNaughton e Philip Lantz (che suonavano negli Airfix Kits), ha messo in piedi da qualche anno i Neutrals, già autori di un paio di promettenti cassette. In primavera faranno uscire Kebab Disco (le prime cento copie con fanzine allegata), album che promette di essere pieno di suoni alla Pastels e Shop Assistants, ritmi serrati e senza fronzoli, approccio molto lo-fi. Questa incalzante Hate The Summer Of Love aggiunge anche qualche sfumatura pop-punk Buzzcocks.


venerdì 18 gennaio 2019

Musica Per AperiTweevi (gennaio 2019)


Per la mia personale #tenyearschallenge ho fatto una cosa che facevo identica dieci anni fa, e che mi diverte oggi come allora, ovvero suonare un po' di musica all'ora dell'aperitivo.
In diretta su Radio Raheem con una playlist tutta targata 2019, per quelli che sostengono che l'indiepop è soltanto passato e nostalgia!

lunedì 14 gennaio 2019

"Non mi frega cosa faccio"

Jesse The Faccio - I soldi per New York

Avevo visto Jesse The Faccio dal vivo per la prima volta una bella sera dell'estate scorsa, su in collina al Rudere. Non li conoscevo e se non sbaglio all'epoca non avevano fatto ancora uscire praticamente nulla: mi aveva incuriosito il loro primo video 19.90, bello fai-da-te e schietto, con quell'atmosfera vagamente disgraziata ma non priva di poesia, e il resto era stato merito di Davide Brace, loro entusiasta sostenitore, che a banco evangelizzava tutti quelli che salivano dalla città per la musica e le birrette dopo il tramonto.
Il concerto mi aveva spiazzato: l'idea di suonare oggi quell'indie rock in italiano e con quell'atteggiamento così esplicitamente slacker, senza tentare di risultare simpatico a tutti i costi, appariva talmente fuori contesto che non poteva non entusiasmarmi. Me ne tornai a casa e per un po' di tempo non mi levai dalla testa quel ritornello che diceva "Meno persone più parole / Meno parole più tensioni". I ragazzi erano decisamente promettenti, e non vedevo l'ora che pubblicassero un album. Arrivò l'autunno e in effetti qualcosa uscì, ma sembrava reperibile soltanto su Spotify e da anziano poco socievole non fui capace di ricordarmene. Poco prima di Natale la band padovana tornò a Bologna per fare da spalla alle Altre Di B al Locomotiv Club, e fu una serata ancora più carica. Questa volta avevano preparato un po' di cd e cassette, e così finalmente misi le mani su I soldi per New York (prodotto da una cordata di etichette: Mattonella Records, Dischi Sotterranei, Stradischi, Wooden Haus e Pioggia Rossa) e devo dire che l'album diede soddisfazione a tutte le attese.
Se prima mi si era conficcato in testa un solo ritornello, ora avevo una quantità di versi incastrati come piccoli labirinti dentro cui perdermi ("Cosa viene dal basso / Parole senza dove": esattamente!). Nonostante le storie di queste otto canzoni, a prima vista, non diano l'impressione di voler andare da nessuna parte, Jesse The Faccio si rivela molto bravo a infilare i contorni di piccoli racconti sfuggenti in mezzo a certi scioglilingua che sembrano fluire un po' per caso sull'orlo del nonsenso (la noia di Beach, il ricordo delle vacanze da bambino di Inverno, l'impazienza giovanile di Rasami).
Jesse racconta di essere un grande fan dell'indie rock statunitense contemporaneo (nelle sue interviste ritornano nomi come Beach Fossils, Alex G, Mac De Marco), ma a dargli una certa originalità sono, da una parte, il modo in cui questo gusto filtra nel suo cantato in italiano e, dall'altra, l'approccio nettamente a bassa fedeltà che caratterizza la sua musica. Io chiamerei più in causa suoni Anni Novanta, come dei Sebadoh di provincia, più scarni e adolescenti, con una certa grinta ma al tempo stesso con quella tipica indolenza nel non volerla dispiegare ("Non mi frega cosa faccio / Se gli accordi son sbagliati").
Il concerto di Bologna culminò in una travolgente cover di Gennaio dei Diaframma che sembrava passata per le mani dei primi New Order, e chissà se in quella riuscita combinazione sta la chiave per capire cosa aspettarsi prossimamente da questa band. Per ora, metto da parte i soldi per New York e attendo fiducioso.




venerdì 11 gennaio 2019

Indiepop Jukebox - Gennaio 2019

400

"Let’s get out of bed / Let’s go for a road trip honey!" mi sembra il migliore invito con cui inaugurare l'anno qui sul blog, e quindi scrolliamoci di dosso la pigrizia, lasciamoci prendere la mano dai Nah e dal twee-pop squillante del loro ultimo singolo Road Trip e partiamo. Avevamo già fatto la conoscenza del duo diviso tra Amsterdam e Münster per il bell'EP della scorsa primavera Summer's Failing, e soprattutto per l'ottima compilation Reverse Play - C86 Re(dis)scovered, curata dalla stessa Estella Rosa, che dei Nah è la voce. Le due nuove canzoni racchiuse in questo singolo sprigionano quella spensierata freschezza di certe uscite classiche della Elefant (so che qualcuno ricorda le Nosoträsh, i Cooper o i Juniper Moon, per esempio) e quindi anche se siamo solo all'inizio del gelido gennaio, senti come suona bene questa primavera!




Tullycraft - Passing Observations

La canzone copertina di "polaroid - un blog alla radio" della settimana scorsa era tratta da un disco che uscirà tra un mesetto, l’8 di febbraio per la precisione, e che segna il ritorno degli storici Tullycraft, longeva e fondamentale band indiepop di Seattle, attiva ormai dal 1995. The Railway Prince Hotel sarà pubblicato da Happy Happy Birthday To Me, altrettanto storica label di Athens, Georgia. Ad anticipare questo settimo lavoro per i Tullycraft, prima era uscito il singolo Passing Observation (con la non-album B-side Stop Press Girl), e ora, a scaldare ancora di più gli animi, da qualche giorno è apparso anche la ballata inedita Touch Me, I'm Sick (Over You), traccia risalente alle session di Lost in Light Rotation. Attenzione anche al resto, dato che il mini EP racchiude anche una cover di Bad Connection degli Yaz (twee synth-pop!) e una demo proprio di Lost in Light Rotation.






Gentle Ivanhoe Death Skulls

Vedevo il loro nome girare da tempo (anche perché è un nome che non passa inosservato, diciamo così) e finalmente, ora che è uscita questa nuova raccolta sulla label francese Hidden Bay Records, intitolata Beaches, ho ascoltato i Gentle Ivanhoe Death Skulls di cui parlavano tutti. Sorpresa! Ho scoperto che la band svedese è in realtà un progetto nato dalle ceneri di Robet Church & The Holy Community, duo di Stoccolma che qui in Italia ricordiamo anche perché aveva pubblicato una cassetta per la nostra cara e indimenticata Best Kept Secret. Il marchio di fabbrica resta lo stesso: un indie rock a bassa fedeltà che ogni tanto prende sfumature più shoegaze, ogni tanto si colora di synth, e che in generale non sembra stare fermo un attimo, regalando anche un paio di tracce da ballare in cameretta, persi tra i riverberi, come Hairdresser e Heavyweight (ricordi quando ballavamo l'indie svedese?). Beaches in pratica è un'antologia di tutti i singoli finora sparpagliati in giro, tra rete, compilation e un singolo per la Shiny Happy Records, più l'aggiunta di qualche inedito, ma funziona bene anche come album vero e proprio.




WESTKUST - SWEBEACH

E a proposito di Svezia, sono passati ormai sei anni da quando abbia conosciuto i Westkust, e tre da quando abbiamo avuto l'onore di ospitarli in radio a polaroid per un live unplugged e molestissimo. Insomma, cominciavo a sentirne la mancanza. Per fortuna, la band di Göteborg è tornata ieri a farsi sentire con un nuovo singolo intitolato Swebeach, anticipazione di un album che porterà il loro nome, atteso per il primo marzo (su Run For Cover negli USA e Luxury resto del mondo). Nel frattempo, la formazione è cambiata, con Brian Cukrowski alla chitarra (già con Guggi Data e gli Happy Hands Club) e Pär Karlsson al basso. Il risultato comunque non cambia: Swebeach riesce a stipare in due minuti e mezzo esplosivi tutta la magniloquenza delle loro più caratteristiche melodie e tutta la pomposità delle loro chitarre sature. Non vedo l'ora di ascoltare il resto.




THE STROPPIES - WHOOSH

Un po' di buone notizie from down under. I nuovi arrivati in casa della londinese Tough Love Records sono il collettivo di Melbourne The Stroppies, che raccoglie musicisti passati per una serie di band che qui a polaroid amiamo (Twerps, Dick Diver, Boomgates, Blank Statements, The Stevens...) e che quindi ci rendono già gli Stroppies molto simpatici. Dopo l'ottimo EP della scorsa primavera, sta per arrivare il primo vero e proprio album, intitolato Whoosh (un nonsense che per la band "conjures up images of something absurd and transient - two things fundamental in the experience of listening to or making good pop music") e che con il primo singolo Cellophane Car si annuncia carico di chitarre jangling e melodie storte Flying Nun. La descrizione che la band dà del proprio lavoro mi piace molto: "modest, idiosyncratic pop songs that reward with repeated listening", e così infatti è.




Business Of Dreams - Ripe For Anarchy

Corey Cunningham, che già conoscevamo come chitarrista di Terry Malts, Magic Bullets e Smokescreens, da un paio d'anni ha un progetto solista chiamato Business Of Dreams, con il quale si dedica anche a musica un po' meno tirata e aggressiva. Sta per arrivare il secondo album, intitolato Ripe For Anarchy (ovviamente sulla nostra cara Slumberland), un lavoro "about living in the moment, shedding neurosis, and the desire to discard the general societal malaise we’ve been roped into". Il singolo che lo anticipa è proprio la canzone che chiude la scaletta e che dal titolo mi auguro alluda a una specie di riscatto finale: Keep The Blues Away.




BLUE JEANS - ADULT HITS

Se avete mai cercato recensioni di dischi indiepop in rete, con molta probabilità avrete incontrato la firma di Tim Sendra della Allmusic Guide. Ho da poco scoperto che Sendra, insieme a Fred Thomas (dei Saturday Looks Good To Me e pure lui collaboratore del sito) insieme ad altri due redattori ha formato una band. Si chiamano Blue Jeans, fanno base ad Ann Arbor, in Michigan, e sono arrivati già al secondo album. Questo Adult Hits è un eccellente lavoro di indiepop classico, con momenti agrodolci Sarah e altri più arruffati alla Beat Happening e Pastels. "The songs fly by short and sweet but the feeling is colorful, melancholy and lasting": spirito super DYI, gran divertimento ma, com'è logico aspettarsi da "addetti ai lavori" di questo livello, molta consapevolezza dei propri mezzi.




La Casa De Emma - Refugio Invernal EP

Un po' di orotodossia twee pop Made in Chile direi che a questo punto del jukebox ci sta benissimo. La Casa De Emma provengono dalla città di Temuco e suonano canzoni indiavolate e squillanti da un minuto e mezzo che sembrano arrivare direttamente da qualche mixtape delle Talulah Gosh. Hanno da poco fatto uscire Refugio Invernal EP, cinque tracce in cassetta per la Junko Records, ed è proprio il genere di imprese folli e adorabili per cui vive questo blog.