lunedì 14 gennaio 2019

"Non mi frega cosa faccio"

Jesse The Faccio - I soldi per New York

Avevo visto Jesse The Faccio dal vivo per la prima volta una bella sera dell'estate scorsa, su in collina al Rudere. Non li conoscevo e se non sbaglio all'epoca non avevano fatto ancora uscire praticamente nulla: mi aveva incuriosito il loro primo video 19.90, bello fai-da-te e schietto, con quell'atmosfera vagamente disgraziata ma non priva di poesia, e il resto era stato merito di Davide Brace, loro entusiasta sostenitore, che a banco evangelizzava tutti quelli che salivano dalla città per la musica e le birrette dopo il tramonto.
Il concerto mi aveva spiazzato: l'idea di suonare oggi quell'indie rock in italiano e con quell'atteggiamento così esplicitamente slacker, senza tentare di risultare simpatico a tutti i costi, appariva talmente fuori contesto che non poteva non entusiasmarmi. Me ne tornai a casa e per un po' di tempo non mi levai dalla testa quel ritornello che diceva "Meno persone più parole / Meno parole più tensioni". I ragazzi erano decisamente promettenti, e non vedevo l'ora che pubblicassero un album. Arrivò l'autunno e in effetti qualcosa uscì, ma sembrava reperibile soltanto su Spotify e da anziano poco socievole non fui capace di ricordarmene. Poco prima di Natale la band padovana tornò a Bologna per fare da spalla alle Altre Di B al Locomotiv Club, e fu una serata ancora più carica. Questa volta avevano preparato un po' di cd e cassette, e così finalmente misi le mani su I soldi per New York (prodotto da una cordata di etichette: Mattonella Records, Dischi Sotterranei, Stradischi, Wooden Haus e Pioggia Rossa) e devo dire che l'album diede soddisfazione a tutte le attese.
Se prima mi si era conficcato in testa un solo ritornello, ora avevo una quantità di versi incastrati come piccoli labirinti dentro cui perdermi ("Cosa viene dal basso / Parole senza dove": esattamente!). Nonostante le storie di queste otto canzoni, a prima vista, non diano l'impressione di voler andare da nessuna parte, Jesse The Faccio si rivela molto bravo a infilare i contorni di piccoli racconti sfuggenti in mezzo a certi scioglilingua che sembrano fluire un po' per caso sull'orlo del nonsenso (la noia di Beach, il ricordo delle vacanze da bambino di Inverno, l'impazienza giovanile di Rasami).
Jesse racconta di essere un grande fan dell'indie rock statunitense contemporaneo (nelle sue interviste ritornano nomi come Beach Fossils, Alex G, Mac De Marco), ma a dargli una certa originalità sono, da una parte, il modo in cui questo gusto filtra nel suo cantato in italiano e, dall'altra, l'approccio nettamente a bassa fedeltà che caratterizza la sua musica. Io chiamerei più in causa suoni Anni Novanta, come dei Sebadoh di provincia, più scarni e adolescenti, con una certa grinta ma al tempo stesso con quella tipica indolenza nel non volerla dispiegare ("Non mi frega cosa faccio / Se gli accordi son sbagliati").
Il concerto di Bologna culminò in una travolgente cover di Gennaio dei Diaframma che sembrava passata per le mani dei primi New Order, e chissà se in quella riuscita combinazione sta la chiave per capire cosa aspettarsi prossimamente da questa band. Per ora, metto da parte i soldi per New York e attendo fiducioso.




venerdì 11 gennaio 2019

Indiepop Jukebox - Gennaio 2019

400

"Let’s get out of bed / Let’s go for a road trip honey!" mi sembra il migliore invito con cui inaugurare l'anno qui sul blog, e quindi scrolliamoci di dosso la pigrizia, lasciamoci prendere la mano dai Nah e dal twee-pop squillante del loro ultimo singolo Road Trip e partiamo. Avevamo già fatto la conoscenza del duo diviso tra Amsterdam e Münster per il bell'EP della scorsa primavera Summer's Failing, e soprattutto per l'ottima compilation Reverse Play - C86 Re(dis)scovered, curata dalla stessa Estella Rosa, che dei Nah è la voce. Le due nuove canzoni racchiuse in questo singolo sprigionano quella spensierata freschezza di certe uscite classiche della Elefant (so che qualcuno ricorda le Nosoträsh, i Cooper o i Juniper Moon, per esempio) e quindi anche se siamo solo all'inizio del gelido gennaio, senti come suona bene questa primavera!




Tullycraft - Passing Observations

La canzone copertina di "polaroid - un blog alla radio" della settimana scorsa era tratta da un disco che uscirà tra un mesetto, l’8 di febbraio per la precisione, e che segna il ritorno degli storici Tullycraft, longeva e fondamentale band indiepop di Seattle, attiva ormai dal 1995. The Railway Prince Hotel sarà pubblicato da Happy Happy Birthday To Me, altrettanto storica label di Athens, Georgia. Ad anticipare questo settimo lavoro per i Tullycraft, prima era uscito il singolo Passing Observation (con la non-album B-side Stop Press Girl), e ora, a scaldare ancora di più gli animi, da qualche giorno è apparso anche la ballata inedita Touch Me, I'm Sick (Over You), traccia risalente alle session di Lost in Light Rotation. Attenzione anche al resto, dato che il mini EP racchiude anche una cover di Bad Connection degli Yaz (twee synth-pop!) e una demo proprio di Lost in Light Rotation.






Gentle Ivanhoe Death Skulls

Vedevo il loro nome girare da tempo (anche perché è un nome che non passa inosservato, diciamo così) e finalmente, ora che è uscita questa nuova raccolta sulla label francese Hidden Bay Records, intitolata Beaches, ho ascoltato i Gentle Ivanhoe Death Skulls di cui parlavano tutti. Sorpresa! Ho scoperto che la band svedese è in realtà un progetto nato dalle ceneri di Robet Church & The Holy Community, duo di Stoccolma che qui in Italia ricordiamo anche perché aveva pubblicato una cassetta per la nostra cara e indimenticata Best Kept Secret. Il marchio di fabbrica resta lo stesso: un indie rock a bassa fedeltà che ogni tanto prende sfumature più shoegaze, ogni tanto si colora di synth, e che in generale non sembra stare fermo un attimo, regalando anche un paio di tracce da ballare in cameretta, persi tra i riverberi, come Hairdresser e Heavyweight (ricordi quando ballavamo l'indie svedese?). Beaches in pratica è un'antologia di tutti i singoli finora sparpagliati in giro, tra rete, compilation e un singolo per la Shiny Happy Records, più l'aggiunta di qualche inedito, ma funziona bene anche come album vero e proprio.




WESTKUST - SWEBEACH

E a proposito di Svezia, sono passati ormai sei anni da quando abbia conosciuto i Westkust, e tre da quando abbiamo avuto l'onore di ospitarli in radio a polaroid per un live unplugged e molestissimo. Insomma, cominciavo a sentirne la mancanza. Per fortuna, la band di Göteborg è tornata ieri a farsi sentire con un nuovo singolo intitolato Swebeach, anticipazione di un album che porterà il loro nome, atteso per il primo marzo (su Run For Cover negli USA e Luxury resto del mondo). Nel frattempo, la formazione è cambiata, con Brian Cukrowski alla chitarra (già con Guggi Data e gli Happy Hands Club) e Pär Karlsson al basso. Il risultato comunque non cambia: Swebeach riesce a stipare in due minuti e mezzo esplosivi tutta la magniloquenza delle loro più caratteristiche melodie e tutta la pomposità delle loro chitarre sature. Non vedo l'ora di ascoltare il resto.




THE STROPPIES - WHOOSH

Un po' di buone notizie from down under. I nuovi arrivati in casa della londinese Tough Love Records sono il collettivo di Melbourne The Stroppies, che raccoglie musicisti passati per una serie di band che qui a polaroid amiamo (Twerps, Dick Diver, Boomgates, Blank Statements, The Stevens...) e che quindi ci rendono già gli Stroppies molto simpatici. Dopo l'ottimo EP della scorsa primavera, sta per arrivare il primo vero e proprio album, intitolato Whoosh (un nonsense che per la band "conjures up images of something absurd and transient - two things fundamental in the experience of listening to or making good pop music") e che con il primo singolo Cellophane Car si annuncia carico di chitarre jangling e melodie storte Flying Nun. La descrizione che la band dà del proprio lavoro mi piace molto: "modest, idiosyncratic pop songs that reward with repeated listening", e così infatti è.




Business Of Dreams - Ripe For Anarchy

Corey Cunningham, che già conoscevamo come chitarrista di Terry Malts, Magic Bullets e Smokescreens, da un paio d'anni ha un progetto solista chiamato Business Of Dreams, con il quale si dedica anche a musica un po' meno tirata e aggressiva. Sta per arrivare il secondo album, intitolato Ripe For Anarchy (ovviamente sulla nostra cara Slumberland), un lavoro "about living in the moment, shedding neurosis, and the desire to discard the general societal malaise we’ve been roped into". Il singolo che lo anticipa è proprio la canzone che chiude la scaletta e che dal titolo mi auguro alluda a una specie di riscatto finale: Keep The Blues Away.




BLUE JEANS - ADULT HITS

Se avete mai cercato recensioni di dischi indiepop in rete, con molta probabilità avrete incontrato la firma di Tim Sendra della Allmusic Guide. Ho da poco scoperto che Sendra, insieme a Fred Thomas (dei Saturday Looks Good To Me e pure lui collaboratore del sito) insieme ad altri due redattori ha formato una band. Si chiamano Blue Jeans, fanno base ad Ann Arbor, in Michigan, e sono arrivati già al secondo album. Questo Adult Hits è un eccellente lavoro di indiepop classico, con momenti agrodolci Sarah e altri più arruffati alla Beat Happening e Pastels. "The songs fly by short and sweet but the feeling is colorful, melancholy and lasting": spirito super DYI, gran divertimento ma, com'è logico aspettarsi da "addetti ai lavori" di questo livello, molta consapevolezza dei propri mezzi.




La Casa De Emma - Refugio Invernal EP

Un po' di orotodossia twee pop Made in Chile direi che a questo punto del jukebox ci sta benissimo. La Casa De Emma provengono dalla città di Temuco e suonano canzoni indiavolate e squillanti da un minuto e mezzo che sembrano arrivare direttamente da qualche mixtape delle Talulah Gosh. Hanno da poco fatto uscire Refugio Invernal EP, cinque tracce in cassetta per la Junko Records, ed è proprio il genere di imprese folli e adorabili per cui vive questo blog.