venerdì 28 settembre 2018

I need you to remind me how to smile


Without You, una canzone quasi alla fine di From Paris With Love, il nuovo album degli Alpaca Sports, si apre rivolgendosi alla persona amata: "Ho bisogno di te per ricordarmi come sorridere / quando il cielo è grigio e mi sento solo". Poco dopo, il ritornello diventa ancora più esplicito: "Senza di te non saprei che fare". Chi ha qualche familiarità con l'adorabile duo svedese troverà questi versi del tutto consueti per lo stile delle loro dolcissime canzoni.
Già alla seconda strofa, però, appare chiaro che questa persona amata non c'è. La canzone si sta rivolgendo soltanto al ricordo di un amore, ed è uno di quei ricordi che, nonostante ci riempiano di rimpianti, in qualche modo ci servono per continuare a vivere. "Even though it hurts / I sing our song / Now the sun is so low / And the days have lost their glow". In questo caso, ed è una situazione ancora più eccezionale, ad avere bisogno di quel ricordo per andare avanti è letteralmente la stessa canzone: "dreaming of you and me is how I carry on / and that's why I keep singing this song".
In questi tre minuti, tra jangling guitars e spensierati coretti pa-pa-ra-pa, gli Alpaca Sports ci raccontano non soltano la fine agrodolce di una relazione sentimentale, ma anche qualcosa intorno alla natura dell'indiepop oggi. Se per un momento recuperiamo il contesto storico e culturale in cui questo piccolo genere musicale è nato e ha preso forma (un certo underground britannico a cavallo tra Settanta e Ottanta, una digressione nel racconto del post-punk), ridotto a una sua nuda essenza, l'idea dell'indiepop è anche questo. Un sentimento che ancora illumina il cuore, un momento di felicità, il ricordo di qualcosa che ci manca e fa soffrire, a cui però torniamo sempre per riuscire a cantare ancora. Se sostituiamo l'amore nelle canzoni con l'amore per questo suono e questa poesia, e soprattutto con i riferimenti ormai mitici dell'indiepop (proprio quelli che puntualmente tornano anche in tutte le recensioni degli Alpaca Sports), possiamo vedere in trasparenza il meccanismo di questa piccola musica che sfida ogni legge della fisica. Tra i suoi pochi fragili ingranaggi, l'indiepop continua sempre a rinascere, già obsoleto, anacronistico ma ingenuamente nuovo, in perenne oscillazione tra la felicità e la necessità di malinconia.
I giovani Alpaca Sports, con la loro musica lieve che ti sfiora appena, riescono a riassumere tutta questa tradizione (un mondo che nel tempo di un battimani va dalla Sarah ai Camera Obscura, passando per certi Acid House Kings e Club 8) con una leggerezza quasi istintiva. Per ogni "I know it's already too late" (come lamenta Nobody Cares But Me) è pronto un rassicurante "we don't have to say goodbye", offerto con molta semplicità da Summer Days.
Ma questa leggerezza non è sinonimo di trascuratezza, tutt'altro. From Paris With Love brilla per la cura della realizzazione. Merito anche dei collaboratori che gli Alpaca Sports hanno scelto anche per questo disco: gente come Gary Olson dei Ladybug Transistor, Lisle Mitnik dei Fireflies e Ian Catt, già produttore di Field Mice, Saint Etienne e Trembling Blue Stars, tra gli altri. Se aggiungiamo che il disco esce ancora una volta per la storica Elefant Records, una delle etichette che a suo modo ha tenuto alta la bandiera del twee in questi decenni, possiamo dire senza paura di esagerare che siamo di fronte a uno dei dischi indiepop più limpidi e puri di quest'anno.



mercoledì 26 settembre 2018

Première: Hater - "Things To Keep Up With"

 Hater - Things To Keep Up With
Hater - photo by: Kamila Schneltser

Shiny as fuck but as my cheeks got wetter
I spooned a mouthful of a made up tale


L'ultimo singolo che gli Hater presentano oggi (in première anche qui a polaroid: festa!), a due giorni dall'uscita ufficiale del loro nuovo album Siesta, è Things To Keep Up With, una canzone che racchiude due anime che abitano questo disco: da una parte, quella disillusione amara che porta alle lacrime, dall'altro l'abbandono a una melodia trascinante. È come se questa musica diventasse il mezzo con cui gli Hater riescono a trovare un equilibrio di fronte alle "made up tale" che occorre mandare giù nella vita. La voce splendida di Caroline Landahl comincia rivolgendosi a un bambino "che non sa nemmeno di essere nato" e che ha bisogno di tutta la protezione possibile. Ma la conclusione assomiglia a un discorso fatto allo specchio, passato il pianto, quando sai che è arrivato il momento di doversi inventare un coraggio nuovo. Questi Hater più maturi, con arrangiamenti pieni e caldi, mi convincono sempre di più, singolo dopo singolo. Manca pochissimo a Siesta!

martedì 25 settembre 2018

Climbing bittersweet


Sono ormai passati un po' di anni da quando mi presi una cotta per i Sourpatch, band "punk queercore riot grrrl" (queste le tag sul loro Bandcamp), proveniente da San José, California. Dopo un paio di album per la cara vecchia Happy Happy Birthday To Me li avevo persi di vista. La voce di quella formazione, Nicole "Nikki" Munoz ora è tornata a farsi sentire in questi Eve's Peach, trio che suona un indiepop acceso, energico ed essenziale, fatto di chitarre belle aggressive e melodie contagiose ad alto tasso di emotività. Non a caso gli Eve's Peach hanno diviso palchi con band come Diet Cig, Swearin' e Nice Try, giusto per darvi un'idea di alcuni suoni di riferimento. Dopo un EP dell'anno scorso, che ho recuperato solo ora e che consiglio, è uscito da qualche settimana un album intitolato Climbing Bittersweet: dodici canzoni quasi tutte sui due minuti per ricordarci che quell'idea di musica molto Nineties, che richiama subito alla mente nomi tipo Tiger Trap, Velocity Girl oppure All Girl Summer Fun Band, non ha ancora finito di divertirci e farci venire voglia di saltare.



martedì 18 settembre 2018

I won't forget you now, though it may be unspoken

Shy Boys: 'Bell House'

Esiste qualcosa di meno rock’n’roll di una canzone sul tornare a vivere con i propri genitori e passare una piacevole serata in casa? O avete mai sentito una band cantare rimproveri a un amico che non dà abbastanza da mangiare al proprio cane? Benvenuti nel bizzarro, provinciale e schietto mondo di Bell House, il secondo album degli Shy Boys, da Kansas City, e per me soprattutto l’ultimo limpido album da ricordare prima che finisca questa estate 2018. Sì, perché si tratta di un disco estivo all’ennesima potenza, avendo come principali riferimenti le armonie vocali dei Beach Boys (vedi l’apertura a cappella di Miracle Gro, dedicata a una fioritura, diciamo così, molto speciale e preziosa) e certe melodie senza tempo di band come Thin Lizzy, Supertramp o Crosby Still & Nash. O, in alternativa, se vogliamo citare qualcuno più vicino a noi nel tempo, certe invenzioni di Shins e Real Estate.
Proprio questi ultimi mi vengono in mente soprattutto in un paio di canzoni (Evil Sin e la title track), ma la peculiarità degli Shy Boys è quella di creare atmosfere sospese non facendo ricorso alle foschie dei riverberi e degli strati di suono, bensì giocando per sottrazione, con elementi minimi, vorrei quasi dire “fragili”, dispensati con molta misura ed efficacia. Quelle code di tre note ripetute e ipnotiche, quel suono di batterie così pastose, quelle slide guitar che disegnano un controcanto di soppiatto, quegli handclap così “innocenti”, rivelano una consapevolezza e una chiarezza di intenzioni che gli Shy Boys sembrano quasi voler nascondere dietro le loro storie dimesse di ragazzi del Midwest, magari un po’ “stoned” ma oramai cresciuti e maturi.
Di certo questa maturità rispetto agli esordi lo-fi sarà in parte merito del passaggio sulla più grossa Polyvinyl, ma forse come scrive Kevin Morby, davvero gli Shy Boys sono “the heartland’s answer to The Beach Boys had Alex Chilton been on guitar”. Qualunque sia la risposta, immergetevi con serenità in questo suono placido e caldo. Raccogliete senza fretta un ultimo raggio di tramonto nel cortile dietro casa, salutate gli amici di una vita, svuotate il posacenere prima che quella dolcissima Champion di vostra madre veda in giro filtri e cartine, e rientrate in tempo per la cena.





giovedì 13 settembre 2018

Let’s try to get to know each other

Surf Rock Is Dead

Hanno accompagnato gli Shout Out Louds in tour negli States e hanno aperto per i Radio Dept. a New York: per quanto mi riguarda, il curriculum dei Surf Rock Is Dead è già più che approvato così. Giusto un anno fa li avevamo conosciuti per l'ottimo EP We Have No Friends? su Native Sound, label che conosciamo per Plastic Flowers, Lost Film e June Pastel, tra gli altri. Ieri hanno pubblicato un nuovo singolo, Away Message, prima anticipazione di un album di cui ancora non si conosce il titolo. Ha quel suono tutto rimbalzi ed echi, un po' alla Drums, che si adatta alla perfezione a versi sbarazzini come "Let’s try to get to know each other / in a new and exciting way". Ma soprattutto ha quel suono, jangling in controluce e super orecchiabile, che si adatta alla perfezione a questi giorni di fine estate in cui l'estate non sembra ancora voler finire.

martedì 11 settembre 2018

Anno nuovo, vita NEU!

Nonno Indie meme
Foto di nonno_indie

Proprio nel giorno in cui divento, per un warholiano quarto d'ora, un quasi-meme pure io (grazie Nonno Indie!), inequivocabile segno di senilità e "obsolescenza selvaggia", a Bologna una serata tra chiacchiere e musica aggiunge invece un altro piccolo tassello verso il nuovo.
A partire dalle 19.30 a Cacao, ovvero lo spazio di NERO Factory in mezzo al Guasto Village in Largo Respighi, ci sarà il secondo appuntamento di una rassegna con cui NEU Radio si presenta ai suoi ascoltatori. La nuova webradio, che giorno dopo giorno sta prendendo forma sotto le Due Torri, inaugura una nuova annata portando le facce e le voci di quelli che la fanno fuori dai monitor e in mezzo alla città.
E qui arriva l'altra notizia, che riguarda da vicino anche questo piccolo blogghetto: da questa stagione (la diciottesima!) "polaroid - un blog alla radio" lascia le frequenze di Radio Città del Capo e approda come appuntamento fisso nel palinsesto di NEU! Siamo ancora un po' tutti "work in progress" ma alcune cose resteranno immutate: il podcast settimanale (disponibile anche su Apple Podcast e Mixcloud) per esempio resta sempre lì dove lo abbiamo lasciato prima delle vacanze.
Nei prossimi giorni arriverà una puntata zero di questo nuovo capitolo, ma ci sarà modo e tempo per ricordarvelo. Ora è il momento di correre da Cacao: la NEU ballotta della radio mi aspetta!

(mp3) Neu! - Für immer

sabato 8 settembre 2018

“The songs we write they will not last"

Trust Fund - Bringing the backline

I don't know if maybe you know this
But one thing a song can do
Is tell you with a terrible sureness
Exactly who your heart belongs to


Not that it can belong to anyone...


I primi quattro versi di questa strofa potrebbero sembrare di un romanticismo totale. Ah, quel nome che sente il tuo cuore ogni volta che riascolta quella canzone, le canzoni legate ai ricordi, i movimenti del cuore come una meticolosa e sentimentale playlist... Bisogna però riconoscere che uno dei molti talenti di Ellis Jones, in arte Trust Fund, è stato spesso quello di trattare certe sue canzoni come piccoli sketch, e quindi spesso arriva quel verso in più, un'arguzia che può gelare, l'ennesima postilla del suo ostinato umorismo. Volevo solo dirti una cosa carina, e ho dovuto subito rettificare, rivedere, precisare. E tu intanto chissà dove te ne sei già andata.
La cosa più triste di questa cosa divertente è che poi la strofa finisce davvero tornando al tono pieno di romanticismo dell'inizio: "All I'm saying is, sometimes / You hear a song, it makes you think / I know the person I wish I was with".
Le canzoni dei Trust Fund sono sempre state piene di "persone con cui non siamo", o persone con cui siamo ma che stiamo per abbandonare, o che stanno per abbandonarci, o a cui non sappiamo come dire che è finita e con cui alla fine restiamo. Insomma, un lungo indugiare nella "fetishisation of regret", per usare una efficace espressione utilizzata dallo stesso Jones nella presentazione dell'ultimo album, Bringing The Backline.
Ma nel nuovo lavoro, oltre a tutto questo, l'altra protagonista ricorrente tra le canzoni sembra essere la stessa musica - intesa nei suoi aspetti meno ideali: la routine di andare ai concerti, incontrare gente uguale a te, guardare una band suonare cercando di capire se provare o non provare sentimenti. "Listening to your band / crying at the back / made me think about my band / how boring is that?". Tutto quell'affanno, gli strumenti da prestare, la backline da trovare, quell'aspettare sotto la pioggia, quel sentirsi incapaci, tutte quelle "sad Sunday suicidal ideation eight days a week"... tutto per arrivare alla conclusione: dover decidere se "we waste our time together or we waste our time alone".

Nelle settimane trascorse tra il pre-order di Bringing The Backline e il pacco con il mittente di Bristol arrivato nella mia cassetta della posta, Ellis Jones aveva annunciato lo scioglimento della band. Non posso nascondere che la notizia ha condizionato il mio ascolto. Per un certo periodo ho quasi tenuto a distanza il disco. Nonostante contenga alcune delle canzoni migliori mai registrate dai Trust Fund (Abundant, con quel solo di sax alla fine, o Alexandra, con quei sequencer così Human League), anche se forse non le canzoni con "i Trust Fund che amo di più", lo confesso: avevo la sensazione di essere stato quasi raggirato. Perché se ne doveva andare proprio in quel momento? Non poteva aspettare di fare almeno un piccolo tour promozionale? Aspettare un altro Indietracks? Magari riuscire a tornare ancora una volta in Italia? La data di qualche anno fa a Bologna era stata magnifica! Lo so, suona tutto molto egoistico, ma quando ascolto la musica che amo sono molto più capriccioso ed esigente del solito. E io amo ancora i Trust Fund, nonostante mi abbiano abbandonato.

Poi ho fatto pace con queste canzoni: le cose che trovo belle sono belle per quello che sono, e quelle che trovo meno belle (l'aspra e fastidiosa Jonathan?), lo sono per altri motivi. Nella canzone che chiude il disco, la delicatissima The Mill, tutta sorretta da arpeggi acustici, Jones canta apertamente:

The songs we write they will not last
All this dross we have amassed
Now me, my sister, and my brother
We all document the work of others


e in fondo è un discorso che invidio per la sua lucidità: è come se i Trust Fund, nuovi Wittgenstein dell'indiepop, fossero arrivati in cima alla scala del loro linguaggio e poi l'avessero buttata via, finalmente pronti ad affrontare altro. O forse, è un po' come vedere l'indiepop stesso come un linguaggio, come un mondo a cui ogni band aggiunge un'idea, una parola e poi lascia la parola ad altri. Sappiamo tutti che queste canzoni non sono "dross", ma forse possono diventarlo se cominciamo a considerarle qualcosa di più, se pretendiamo da loro qualcosa che non è lì.
Mi mancherà la spietata capacità di analisi dei versi di Ellis Jones, soprattutto il mondo in cui era seppellita tra chitarre Pixies / Weeezer / Los Campesinos, o nascosta in quegli audaci falsetti, ma anche questo non è del tutto vero: perché i Trust Fund sono ancora qui, con le loro battute micidiali e le loro melodie trascinanti (in questo disco, King Of CM su tutte), e con le loro tristissime strofe di addio tra amanti impossibili. Queste canzoni non se ne andranno mai. Voi portate la backline: qui c'è elettricità.



mercoledì 5 settembre 2018

"I wanted to look beyond Brooklyn and connect myself to something bigger"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

Not Another Women in Rock Article - The Ringer

▶️ «Sarah was always a political label, and the politics informed the way the music was released: cheap 7-inch singles, not expensive 12-inches; no limited editions, no unreleased bonus tracks on compilations - explains [Matt] Haynes. - We wanted everyone to hear the music, not just collectors and those with money to burn. We said ‘no encores’ and we meant it, but we still want people to hear the music, because it’s fantastic. And platforms like Bandcamp seem pretty much in tune with those old ideals»: "A Guide to Beloved Indie Pop Label Sarah Records", scritta da Michael White, l'autore di Popkiss, sul Bandcamp Daily. L'articolo contiene anche diversi commenti degli stessi fondatori Clare Wadd e Matt Haynes. Segnalo anche che da alcune settimane, buona parte del catalogo Sarah sta tornando disponibile in versione digitale proprio su Bandcamp. Se siete iscritti alla pagina può capitarvi di ricevere email stranianti che annunciano "New release from SARAH RECORDS"!



▶️ L'articolo militante da leggere oggi è di Lindsay Zoladz su The Ringer: "Not Another Women in Rock Article: A new generation of rising young women rock stars—including Mitski, Snail Mail, and Camp Cope—has emerged. And they’re redefining what it means to own the room". In mezzo alle analisi delle varie musiciste, un paragrafo mi ha colpito: «The audiences for shows I’ve seen in the past few years headlined by acts like Camp Cope, Soccer Mommy, and Waxahatchee have come surprisingly close to gender parity. It makes sense—all of these acts are bringing new perspectives to their music, and wouldn’t the widest possible audience want to hear something innovative, new, and alternative to the norm? Isn’t that what punk and indie rock have always claimed to be about?»



▶️ I Belle and Sebastian hanno annunciato i primi nomi della line-up del Boaty Weekender, la crociera indiepop in programma per agosto 2019, e hanno sganciato la prima notizia clamorosa: il ritorno dal vivo dei Camera Obscura! A fare compagnia alla band scozzese, Mogwai, Alvvays, Buzzcocks, Japanese Breakfast, Hinds e altri artisti parecchio interessanti. I prezzi non sono dei più accessibili, le date (proprio a metà ferie per molti) potrebbero essere un po' problematiche, e il programma prevede "multiple shows going on simultaneously". Ma in effetti quando ti potrebbe capitare di nuovo di stare in piscina con Stuart Murdoch?

▶️ Se, come me, dopo l'estate avete bisogno di rimettervi in pari con una certa cultura pop, ecco qui Wired che viene in nostro soccorso, con un bel pezzo dal titolo tranchant: "The best albums of the summer were exercises in reinvention".

▶️ «I wouldn’t profess to be a huge John Peel expert or anything. I just love what he represents, I love looking up Peel Sessions on youtube. I wanted to look beyond Brooklyn and connect myself to something bigger. To me, the UK is the mecca of indie rock from the 80s and 90s, and that’s just kind of my wheelhouse. Peel pioneered this idea that the radio curation could be it’s own art form»: andiamo su Fortherabbits a fare la conoscenza dei "Peel Dream Magazine – In Their Own Words", aspettando il loro album debutto Modern Meta Physics, in arrivo su Slumberland.


martedì 4 settembre 2018

"Reverse play": una compilation indiepop

fadeawayradiate records - Reverse Play: C86 re​(​dis​)​covered - compilation

L'indiepop è un piccolo genere musicale che, molto più di altri, vive di incessanti recuperi e (ri)cicli. A volte sembra sfuggire, svanire, perdere di vista la sua stessa ragione d'essere. E poi, all'improvviso, torna sui propri passi con una spontaneità che ad altre musiche non perdoneremmo. A oltre trent'anni di distanza la categoria "C86", per esempio, continua a rappresentare un necessario punto di riferimento, una citazione inevitabile, anche se le generazioni di band che ne hanno tramandato il nome sembrano avere via via smussato certi spigoli e asprezze di quel momento fondativo. Forse anche questo è, a suo modo, un segno dei tempi, oppure è soltanto la forma che ha preso il carattere dell'indiepop per riuscire a sopravvivere.
Prendi la bella compilation Reverse Play: C86 re​(​dis​)​covered uscita da qualche giorno: il titolo mi aveva fatto pensare a una riproposta aggiornata della storica antologia di NME (idea che poteva essere interessante ma, in effetti, anche rivelarsi disastrosa), e invece mi sono trovato per le mani una serie di ottime cover di singoli in larga parte Sarah Records (o anche più distanti, come Softies e House Of Love), certamente affini ma la cui relazione con la "scena C86", concetto già labile di per sé, resta un po' complessa.
Sia come sia, questa nuova compilation funziona e si lascia ascoltare con grande piacere. La qualità media delle canzoni è molto alta: si va da una resa tutto sommato fedele e rispettosa di due classici dei Field Mice, come Emma's House eseguita dai The Catherines e If You Need Someone proposta dagli Arctic Flow, a riletture originali e sorprendenti, come la versione folk pop di Velocity Girl dei Prima Scream indovinata da Ed Ling. Da segnalare senza dubbio i Dayflower che superano in maniera brillante il non facile compito di affrontare un monumento come Pristine Christine dei Sea Urchins. Notevoli entrambe le interpretazioni riservate ai Pastels: Nothing To Be Done nelle mani degli estoni Pia Fraus diventa quasi shoegaze, mentre i tedeschi Lancaster trasformano Unfair Kinda Fame in una dolcissima ballata satura di riverberi ed echi.
La lodevole iniziativa di questa Reverse Play è della Fadeawayradiate Records di Amsterdam, emanazione su Bandcamp dell'omonimo blog, a sua volta curato da Estella Rosa, già voce di Nah!, qui presenti in scaletta con As Years Go By dei Friends. Un'ottima compilation per affrontare la fine dell'estate.





sabato 1 settembre 2018

If not tomorrow

Comet Gain - If Not Tomorrow / I Was More Of A Mess Then

Un regalo di compleanno più bello di questo non potevo chiederlo: un nuovo singolo dei leggendari Comet Gain, due tracce fiammanti che anticipano un prossimo album in arrivo - dopo la chiusura della Fortuna POP! - sulla tedesca Tapete Records.
La notizia è stata pubblicata da Gigwise (a cui ho sfacciatamente rubato l'embed streaming), che segnala un imperdibile weekend londinese di ottobre dalla ricca line-up (The Clientele, Simon Love e Telescopes tra gli altri).
Le due tracce If Not Tomorrow / I Was More Of A Mess Then, nelle poetica presentazione dei Comet Gain, rappresentano "jigsaw messages from a past half remembered and lessons not learnt running with the meteor teen punks and doofus hearted, crazed and aflame and learning nothing and everything", e a quanto pare facevano parte di un primo set di canzoni per un LP costituito da "short, sharp POP SONGS with one take electric abandon. A mix of Nerves/Monkees/Buzzcocks/Remains nuggets".
Grazie ragazzi, non dovevate, sono commosso, è davvero un regalo magnifico: