giovedì 21 giugno 2018

Tell me that I'm the only one, and I hope I never get a clue

SNAIL MAIL - LUSH


Sull'orlo, sul precipizio, come un fotogramma prima di inciampare, nell'istante in cui ti rendi conto che "Though you've got so much to do / In the end you could waste your whole life anyways", e questo pensiero entra e resta nella tua carne giovane, resta e piega da lì in avanti ogni parola, spunta ogni pensiero di parola detta e non detta. Anytime è la canzone che chiude Lush, il nuovo album di Lindsey Jordan, ovvero Snail Mail, cantautrice appena ventenne di Baltimora, approdata alla Matador. Ma "anytime", insieme a "anyway" o "anywhere", è anche una delle parole che ricorre più di frequente tra i versi del disco. Come se non potesse fare a meno di comunicare la necessità di contenere tutto e contenerlo nello stesso momento. C'è un mondo nuovo e smisurato che le si affaccia davanti, e la risposta di Snail Mail sembra essere quella di abbracciarlo, cercare di assorbirlo in profondità. Ci sono gli innamoramenti impetuosi, i cuori spezzati che non si dovevano più aggiustare, la rabbia e la frustrazione per lo spreco dei sentimenti (Heat Wave), le storie di una notte, l'impazienza dei nuovi entusiasmi, tutto il timore dentro la domanda più sincera del mondo ("Don’t you like me for me?" - Pristine), la consapevolezza di chi all'improvviso può dire "I'm in full control, I'm not lost / Even when it's love, even when it's not" (Full Control), e la stessa consapevolezza che alla fine ti fa ripetere "stupid me, stupid me" all'infinito (Golden Dream).
Nel suo cercare in ogni maniera di accogliere tutto questo, Lush è un disco di una franchezza disarmante, senza indulgenza. A molti ricorda quel rock Anni Novanta tipo Liz Phair e Fiona Apple, mentre la Jordan cita apertamente anche influenze più mainstream, tipo Avril Lavigne e Coldplay, e io direi che si può tranquillamente aggiungere Snail Mail a quel nutrito gruppo di voci femminili che rivendicano con forza e poesia di non essere più soltanto "voci femminili", come Girlpool, Waxahatchee, Soccer Mommy o Frankie Cosmos, giusto per fare alcuni nomi cari anche a queste pagine. Queste chitarre, queste parole e - diciamolo - questi essere umani sono quello di cui ha bisogno e che salva l'indie rock nel 2018.




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