venerdì 29 giugno 2018

Video première: Flyin' Zebra - "Dakota"!


Un viaggio acido, l'ombra di un sogno, spiriti dei boschi, una cascata per purificarsi, qualche antico semidio del rock'n'roll che si nasconde dietro una maschera o che forse siamo noi stessi nello specchio. Lasciatevi portare in fondo a questa nube di suono: troverete i Flyin’ Zebra pronti ad accogliervi a braccia aperte e a regalarvi una invitante Death By Shaokao.
Il nuovo EP, arrivato un anno e mezzo dopo l’esordio su cassetta DEMO, colpisce per la maggiore aggressività delle chitarre, la coesione e l’intensità che i Flyin’ Zebra hanno messo a punto in tutti questi mesi di concerti, e che ora finalmente sono riusciti a fissare anche in studio.
Come spiega Germana Bargoni, voce e chitarra dei Flyin’ Zebra, «quando sei al primo disco hai sempre un’idea fissa di dover far capire il genere a cui fai riferimento, cosa stai citando, qual è l’immagine di te che vuoi trasmettere. Invece, con questo nuovo lavoro, credo sia evidente che ci siamo scrollati di dosso certi filtri volontari. È successo in maniera naturale: suonando – soprattutto live – ci siamo conosciuti meglio e abbiamo trovato un luogo-linguaggio comune che mette tutti d’accordo».
Le canzoni di Death By Shaokao infatti nascono principalmente in studio, in maniera più collettiva e dinamica rispetto al passato. Le melodie iniziali vengono spesso smontate e fatte a pezzi, sconvolte sotto chitarre più acide che in passato. «Crediamo che il risultato di queste cinque canzoni rifletta un approccio più “di gruppo” rispetto al passato, quello che siamo diventati, assieme».
A rinforzare questa idea molto fisica che i Flyin’ Zebra riescono a innestare nella loro musica, Death By Shaokao è stato registrato in presa diretta (su registratore a otto tracce insieme a Devid Ongaro e alla band dei Dead Horses), e basta scorrere titoli come Swarm Blood o Bruise per intuire l’energia che lo attraversa.
Oggi qui su "polaroid - un blog alla radio" abbiamo il piacere di ospitare la première del video di Dakota, girato da Tamara Gasparini, traccia al centro dell'EP e che nelle sue due parti mi pare rispecchi un po' le due anime stesse della band, tra psichedelia folk più sognante e accelerazioni elettriche piene di nervi e muscoli.

PS: Lunedì prossimo 2 luglio, i Flyin' Zebra saranno ospiti dal vivo in radio (credo poco unplugged, ma vedremo) per la puntata finale della diciassettesima stagione! Appuntamento alle 22.45 su Radio Città del Capo, in FM e streaming!


PPS: Se poi vi state chiedendo da dove diavolo arrivi il singolare nome della raccolta (pubblicata dalla etichetta francese Helzapoppin Records), sappiate solo che è il ricordo di un misterioso cibo di strada cinese, venduto di notte da venditori ambulanti su certi improbabili carretti per le strade di Pechino, e al quale la formazione dei Flyin’ Zebra è sopravvissuta solo grazie alla propria attitudine parecchio rock’n’roll.


giovedì 28 giugno 2018

Feel it coming

SWEAT - PEACH GLOSS

Se Roma si affacciasse sulla costa californiana, e guidando dal Pigneto a Santa Cruz tu mi dicessi “metti su la cassetta che ascoltavamo la prima volta che siamo andati al mare assieme”, io ti sorriderei e suonerei Peach Gloss degli Sweat.
Le tavole da surf piantate nella sabbia davanti al Pantheon, laggiù si colora il tramonto, brindiamo con le prime due birre della sera mentre le chitarre si accendono di garage pop sfavillante. A te piacciono i Black Lips e i Together Pangea, io ti parlo di quel genio sottovalutato che era Charlie Megira. Guardiamo i ragazzini passare in skate e ci ricordiamo di quando andavamo alle prime feste della Burger Records a Trastevere.
La brezza che soffia dall’Oceano Pacifico e la sagoma del Cupolone contro il cielo, gli amici che ti aspettano a Echo Park mentre sei bloccato da ore nel traffico sul Raccordo, ma tu sei troppo innamorato e non te ne accorgi nemmeno, e pensi alle onde azzurre all’orizzonte: quando sei dentro la musica degli Sweat puoi sentire tutto questo.
Gli Sweat sono una band romana fondata nel 2014 da Federico Colaboni e Marco Salah (già leader dei Love The Unicorn), con l’aiuto di Giovanni Rindi (al basso) e Pierantonio Grassi (alla batteria). Avevano debuttato nel 2016 su Slimer Records con l’EP Sugar High, registrato insieme a Filippo Strang al VDSS Studio. Stessa produzione anche per questo nuovo lavoro, pubblicato da Coypu Records insieme a We Were Never Being Boring. Come racconta la band, Peach Gloss è semplicemente “un omaggio a tutta la musica che abbiamo scoperto e ascoltato insieme, in tour o magari nelle notti fuori a bere”. Nel frattempo i ragazzi hanno condiviso palchi con band come The Shivas, Froth e gli italiani Bee Bee Sea, hanno promosso la scena locale e non solo organizzando concerti e festival, come lo SweatFest, proprio in collaborazione con la Burger Records, o il Royal Rumble. Peach Gloss racchiude cinque tracce di “garage pop che sa di baci con la lingua” e fa volare via cavalcando un surf.



martedì 26 giugno 2018

I wish I gave you more time because I love you

HATER - SIESTA


La notizia del giorno è senza dubbio l'annuncio dell'atteso ritorno degli Hater, giovane band svedese che mi aveva conquistato sin dalla prima nota e che oggi vedo passare tranquillamente su testate come Stereogum, Gorilla VS Bear e Clash Magazine. Se lo meritano, anche alla luce di quello che riescono a esprimere dal vivo (chi era alla loro prima surreale data italiana di qualche mese fa, nella sperduta provincia di Varese, non dimenticherà presto quella notte). Il seguito di You Tried arriverà il prossimo 28 settembre, si intitolerà Siesta e sarà addirittura un doppio album, con 14 canzoni. Come il precedente EP Red Blinders sarà pubblicato dalla britannica Fire Records, casa di Chills, Modern Studies, Scott & Charlene Wedding e Virginia Wing, tra gli altri, e soprattutto etichetta che ha in catalogo alcune preziose ristampe come Television Personalities, Pere Ubu e Close Lobsters.
Il comunicato annuncia che Siesta è stato prodotto insieme a Joakim Lindberg, già al lavoro con Yast e Hey Elbow, due band spesso più aggressive degli Hater. Stando a quanto si può ascoltare nei primi due estratti, It's So Easy, quasi dalle parti di New Order e Cure, e la più morbida e suadente I Wish I Gave You More Time Because I Love You, con tanto di luccicante sassofono, la band di Malmö è maturata tantissimo. Scittura che sa essere elegante e limpida mantenendo tutta la sua carica di dramma. E la voce di Caroline Landahl continua a essere una carezza per il cuore. Non so davvero come faremo ad aspettare settembre.

UPDATE: per il lancio dell'album gli Hater hanno annunciato anche un tour europeo e ci sono tre date in Italia!
- venerdì 9 novembre: Torino @ Bla Bla Bla
- sabato 10 novembre: Bologna @ Efesto
- domenica 11 novembre: Ravenna @ Moog Slow Bar




lunedì 25 giugno 2018

Golden days to come


"polaroid - un blog alla radio" S17E31

Last Leaves – Golden Days To Come
Alpaca Sports – Baby Pop
The Beths – Happy Unhappy
Hello Paris – In Between Us
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Dott (feat. Sadie Dupuis) – Like a Girl
Discus – Fateline
Baseball Gregg – Infinite Scrolling
Juniore – Magnifique
Superorganism – Famous 2.0 (Dan the Automator on the Fader)

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venerdì 22 giugno 2018

L'impegno a margine

BRUCE SPRINGSTEEN

Questo piccolo post non parla direttamente di musica, ma del mondo dentro cui la musica suona, del mondo in cui la musica dovrebbe portare in qualche misura piacere, il mondo in cui viviamo anche quando non parliamo di musica. Il giornalista musicale Paolo Madeddu ha scritto sul suo blog A Margine un ottimo articolo in cui passa in rassegna alcune recenti uscite pubbliche tra social e interviste di molti importanti cantanti italiani:
«Primo, è legittimo non avere un’opinione. Persino in Italia.
Secondo, è legittimo non capirci niente.
Terzo, sono tanti i personaggi autorevoli – o presunti tali – che in questa fase se ne restano silenti, magari per capire meglio da che parte tirerà il vento.
Quarto, là fuori c’è gente con le zanne, gente che augura stupri e morte a te e ai tuoi figli.
Quinto, anche il più anarcoide degli artisti ha un manager. Che ogni giorno cerca di evitare imprudenze. E gli concede, al massimo, di saltare su carri del vincitore, purché sia l’uomo giusto al momento giusto – tra i cantanti Veltroni aveva sicuramente più amici di Renzi, e Grillo aveva più amici di Di Maio.»
"Marginalità – Cantanti italiani e (...senza offesa) impegno nel 2018", per quanto possa essere giudicata ancora parziale, è una lettura che trovo significativa e che mi ha colpito. Se ne parlava proprio in questi giorni con un po' di amici: questo è il nostro Paese oggi, l'Italia che dovremo spiegare prima di tutto a noi stessi un giorno, e a quelli a cui la lasceremo. Io sono sempre più a disagio, soprattutto a parlare soltanto di musica.
Non si chiede ai nostri cantanti mainstream o indie di essere tutti dei Bruce Springsteen, ma lascia sconcertati quanto poco si adoperi chi gode di un'ampia platea per mostrare di avere anche soltanto un po' di buon senso. Non occorre dichiararsi esperti di politica per riconoscere che chi ci dovrebbe governare si sta comportando da irresponsabile, o in maniera preoccupante, dannosa e potenzialmente pericolosa, alzando il livello dello scontro come se non ci fossero conseguenze. L'ipocrisia che pervade questa stagione è evidente. Non si tratta nemmeno più di un problema di “comunicazione”: stiamo vivendo in un mondo che parla come un coro da stadio ventiquattr'ore su ventiquattro, con relativa intelligenza, ed è una situazione logorante. Mi sembra chiaro che lo si faccia sempre più consapevolmente e apertamente, con pervicacia, per usare un termine logoro e in apparenza anacronistico.
Il pezzo di Madeddu mi ricorda che rifugiarsi nella musica, nella propria nicchia, dietro a un "questo è soltanto un piccolo blog, cosa potrebbe mai fare" è sempre meno sufficiente. D'accordo, saranno soltanto "marginalità", ma sono le nostre, cominciamo da qualche parte, cominciamo a tenere queste, mostriamoci di più, con un po' più di coraggio.

giovedì 21 giugno 2018

Tell me that I'm the only one, and I hope I never get a clue

SNAIL MAIL - LUSH


Sull'orlo, sul precipizio, come un fotogramma prima di inciampare, nell'istante in cui ti rendi conto che "Though you've got so much to do / In the end you could waste your whole life anyways", e questo pensiero entra e resta nella tua carne giovane, resta e piega da lì in avanti ogni parola, spunta ogni pensiero di parola detta e non detta. Anytime è la canzone che chiude Lush, il nuovo album di Lindsey Jordan, ovvero Snail Mail, cantautrice appena ventenne di Baltimora, approdata alla Matador. Ma "anytime", insieme a "anyway" o "anywhere", è anche una delle parole che ricorre più di frequente tra i versi del disco. Come se non potesse fare a meno di comunicare la necessità di contenere tutto e contenerlo nello stesso momento. C'è un mondo nuovo e smisurato che le si affaccia davanti, e la risposta di Snail Mail sembra essere quella di abbracciarlo, cercare di assorbirlo in profondità. Ci sono gli innamoramenti impetuosi, i cuori spezzati che non si dovevano più aggiustare, la rabbia e la frustrazione per lo spreco dei sentimenti (Heat Wave), le storie di una notte, l'impazienza dei nuovi entusiasmi, tutto il timore dentro la domanda più sincera del mondo ("Don’t you like me for me?" - Pristine), la consapevolezza di chi all'improvviso può dire "I'm in full control, I'm not lost / Even when it's love, even when it's not" (Full Control), e la stessa consapevolezza che alla fine ti fa ripetere "stupid me, stupid me" all'infinito (Golden Dream).
Nel suo cercare in ogni maniera di accogliere tutto questo, Lush è un disco di una franchezza disarmante, senza indulgenza. A molti ricorda quel rock Anni Novanta tipo Liz Phair e Fiona Apple, mentre la Jordan cita apertamente anche influenze più mainstream, tipo Avril Lavigne e Coldplay, e io direi che si può tranquillamente aggiungere Snail Mail a quel nutrito gruppo di voci femminili che rivendicano con forza e poesia di non essere più soltanto "voci femminili", come Girlpool, Waxahatchee, Soccer Mommy o Frankie Cosmos, giusto per fare alcuni nomi cari anche a queste pagine. Queste chitarre, queste parole e - diciamolo - questi essere umani sono quello di cui ha bisogno e che salva l'indie rock nel 2018.




martedì 19 giugno 2018

I've been waiting here for too long

Massage - Oh Boy

Ci sono un paio di cose che mi hanno reso subito simpatici questi Massage: quando si sono formati, a quanto pare un po' per caso, hanno cominciato a scrivere canzoni prendendo a prestito un riff dei nostri cari Twerps, e poi alla voce hanno Alex Naidus, già bassista della prima formazione dei Pains Of Being Pure At Heart (ora trasferito a Los Angeles ed editor a Buzzfeed). Per quanto mi riguarda ci sono già tutti gli elementi dell'hype indiepop più smodato.
Dopo un primo singolo, lodato anche da Stereogum, ora sta per arrivare un album intitolato Oh Boy per la label australiana Tear Jerk Records. Alla produzione c'è Jason Quever dei Papercuts, e il quintetto di L.A. ammette che l'ispirazione dietro quei suoni così dolcemente jangling, affini anche ad altre band "down under" come Dick Diver e Boomgates, in effetti risale ai Go-Betweens, definiti "ground zero for today’s Aussie scene". Non posso che essere entusiasticamente d'accordo.
Se cercavate una "ramshackle vibe" super positiva per questo inizio estate, la trovate qui.



lunedì 18 giugno 2018

Pretty bad, man

ELSA LESTER

"polaroid – un blog alla radio" – S17E30

The Homesick – St. Boniface
Any Other – Walkthrough
Mikey Collins – Sound in Here
The Essex Green – Sloane Ranger
Massage – Lydia
Castlebeat – Town
Wild Nothing – Letting Go
Alpaca Sports – Nobody Cares But Me
Elsa Lester – Pretty Bad, Man
The Bedrooms – Raconteurs
Burning House – Peach

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sabato 16 giugno 2018

"Many people just pretend that they like Can. But they don’t."

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

CAN

● «Maybe rock as we know it will never cycle back in vogue. It could very well get smaller and smaller as its last dinosaurs like Metallica and U2 die off and the genre will exist on the fringes as a mere touchstone that popular artists pay homage to, like when a rapper samples an old jazz song or when Jack White pretends to play the blues. Regardless of what happens to rock in the future, though, it’s actually in a great spot right now, with too many worthwhile acts and splintered subgenres to possibly mention here. While rock may be getting nudged out of the top, its middle is expanding. The more its popularity shrinks, the more it attracts freaks and weirdos—those with something to prove and nothing to gain. The more the traditional rock star career path crumbles, the more it draws in the true, inimitable visionaries making groundbreaking work for the sake of art and not money» - Dan Ozzy su Noisey spara ai pesci nel barile del rock più o meno indie o alternativo: "Rock Is Dead, Thank God".

● "18 New Music Books to Read This Summer" consigliati da Pitchfork, tra cui Ezra Furman alle prese con Transformer di Lou Reed (ho un po' paura, ma garantisce 33&1/3).

● «I want to see a continuation of the music business, and the point I want to drive home is: start young» - ancora a proposito di letture, è uscita l'autobiografia di Seymour Stein Siren Song: tra gli altri, ne parla in un bell'articolo il New Yorker, mentre su Variety c'è un capitolo in anteprima sul primo incontro con Madonna.

● Irmin Schmidt, uno dei fondatori dei CAN, ha pubblicato insieme a Rob Young All Gates Open, "the definitive story of the most influential and revered avant-garde band of the late twentieth century". Trovate una recensione sul New York Times ("Can Was 40 Years Ahead of Its Time. A New Book Helps Us Catch Up") mentre Talkhouse pubblica un bizzarro estratto, una conversazione tra Schmidt e la storica voce di Fall Mark E. Smith.

● "The Good, the Rad, and the Gnarly": una non troppo scientifica ma abbastanza curiosa analisi dell'evoluzione della musica che accompagna i video di skateboard attraverso i decenni, dal punk all'hip-hop.

● Ieri su Rolling Stone il solito articolo sulla fine dei formati fisici della musica ("The End of Owning Music: How CDs and Downloads Died"), mi ha fatto tornare in mente che non avevo segnalato qui l'apologia dei dischetti luccicanti uscita su The Queitus qualche giorno fa: "Perfect Sound For A Little Longer: In Defence Of The CD" (anche se a me sembra non venga troppo approfondito il punto di vista di chi produce musica e inventa modi per arrangiarsi).

● «There a strange relationship between me and the city. If I could speak with Rome I’d tell her, “I owe you my life but please don’t look at me that way”»: la webzine inglese Drowned In Sound intervista i nostri Weird Bloom!



● "Dear Cool Dads and Moms: Stop Bringing Your Young Children To Concerts" (Steve Hyden su Proxx elenca alcune sacrosante ragioni) VS "What Happens When You Take Your Kid To Their First Concert?", la storia di un papà che si fa trascinare dal figlio di sei anni a vedere gli Imagine Dragons dal vivo e ci rimane sotto.

● «We are not releasing this record as a tribute to ourselves: we are not going through the motions. I realised in the practises that we had when we met up again, that sadly we are still vital. The energy was there: I was delighted. Emotional Response are one of the few labels I’d consider giving the time of day to, so when they rang up and asked if I was interested I took it as a sign. I am skint but emotionally am very lucky, I have my soul-mate, I have 2 cracking weans to love and 2 wonderful socialist dogs. I haven’t even got grey hair: no mid-life crisis for me mate, just work to do»: in occasione dell'uscita dell'antologia Trial Cuts curata dalla Emotional Response e della serie di date che faranno di nuovo questa estate, su Louder Than War, una bella intervista ai redivivi Action Painting!, band di Bristol che nei Novanta uscì (un po' a sorpresa, a dire il vero, data l'aggressività di certe chitarre) anche per Sarah Records.



giovedì 14 giugno 2018

Golden days to come

Various Artists - The Official Matinée World Cup CDEP

Dunque oggi cominciano questi Mondiali di Russia, e devo confessare che non sento esattamente molta eccitazione a riguardo, tanto per usare un eufemismo. Se però anche un torneo di partite di calcio tra squadre nazionali diventa una scusa per ascoltare una nuova canzone dei nostri amati Last Leaves allora potrei tutto a un tratto interessarmi e forse anche fingere di tifare. Si intitola Golden Days To Come e ci arriva grazie alla cara Matinée Recordings, che ha messo assieme una piccola compilation intitolata The Official Matinée World Cup EP. Dietro una copertina a dire il vero non molto invitante, racchiude alcune belle canzoni indiepop: oltre agli australiani eredi dei Lucksmiths, troviamo anche i Red Sleeping Beauty a rappresentare la Svezia con una cover synth-pop di Dressed In Yellow And Blue degli Charade, i redivivi Pale Sunday a supportare la vittoria del Brasile (mi dicono che sarebbe la sesta: un record), gli inglesi Popguns, i più entusiasti del team, che giustamente incitano i colori Red White And Blue, e gli spagnoli Royal Landscaping Society, che invece si abbandonano alla malinconia, ricordando il titolo vinto nel 2010.
L'EP esce in cd e digitale, garantisce la storica label californiana: praticamente un gol a porta vuota.




martedì 12 giugno 2018

Just one more memory before it’s time to leave

CASTLEBEAT - VHS

Oscilla, assedia, insiste, insoddisfatta ma determinata a non muoversi da lì. La musica di Castlebeat gira in circolo, e più riesce a essere frenetica e vorticosa, meno si sposta dal suo punto di equilibrio, un centro su cui tutto appoggia nel medesimo tempo: agitati riff di chitarra (da Smiths e Cure giù fino a Beach Fossils e Wild Nothing), drum machine scarne e impazienti, bassi sintetici e pulsanti, e una voce sempre distante, persa tra sogni di riverberi.
Josh Hwang sembra cantare parole ricordate solo a metà, versi brevi, appunti di cose che doveva dire a qualcuno che forse non è più qui: “so what's new / how are you doing / oh it's been too long / by the way / where are we going / are we going”. È tutto pieno di ripetizioni e incertezze, alla costante ricerca di un segnale chiaro: “we're lost and tired / but let's just keep / wasting time”. Salvo poi gelarti con certi scatti improvvisi, sempre consegnati in quella sua maniera quasi distratta: “you once told me / never be the one and only / now I'm learning / life is always over shortly”.
Dicono tutti che questo bedroom pop è fatto di scintillante malinconia, e queste happy-sad-jangling-guitars sarebbero soltanto “dreamy”, ma sul fondo a me sembra che ci sia qualcosa di più netto, una specie di amarezza che, nonostante sappia anche vestirsi d’estate, non perde la sua ostinazione: “mirror mirror on the wall / I don't know what my life is for”.
Quelle di VHS, il secondo album di Castlebeat, sono canzoni soltanto in apparenza lo-fi e laconiche, un travestimento dimesso per dissimulare la loro vera natura. Un intreccio di influenze, reminiscenze, citazioni e attraversamenti talmente avviluppato e intricato da tornare a essere genuino, spontaneo, una nuova origine. Come quasi tutto quello che produce la Spirit Goth, l’etichetta del ventiquattrenne Hwang, questo non è più indiepop: è library music per i documentari che un giorno faranno su quel marginale frammento di contemporaneità che è stato l’indiepop nel ventunesimo secolo, e a me sembra sinceramente meravigliosa.




lunedì 11 giugno 2018

From my bed to eternity

SOBS

"polaroid – un blog alla radio" – S17E29

Holy Tunics – Tell Me True
Teen Pope – Corpse On The Beach
Smokescreens – Someone New
Sweat – From My Bed To Eternity
Petite League – Raspberry Vines
Castlebeat – Here
Kevin Krauter – Suddenly
Stephen Malkmus And The Jicks – Future Suite
Soft Science – Diverging
The Yellow Traffic Light – Constance
Melby – Reject
Sudakistan – Two Steps Back
Earth Dad – Geek
Finklestein – Under The Moon
Pre Nup – The Grudge
Cozy Slippers – En Francais
Sobs – Telltale Signs

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venerdì 8 giugno 2018

Indiepop Jukebox (giugno 2018)

Mikey Collins - Hoick

▶️ Mikey Collins è stato il batterista dei nostri amati Allo Darlin' e ora sta per debuttare con un album solista intitolato Hoick su Fika Recordings. Uno si aspetta che l'indiepop sia la musica più tranquilla del mondo, e invece ho scoperto che dopo dieci anni di tour e concerti sia Collins che il chitarrista Paul Rains soffrivano di tinnitus. Il singolo che anticipa l'album, Sound In Here, racconta proprio come ci si sente a dover fare di continuo i conti con questa condizione: "I wanted it to sound like the Cure. When I listen to it, I sometimes think it sounds a bit like an Allo Darlin song".





Alpaca Sports - Nobody Cares But Me

▶️ Che anno è? Che giorno è? Oggi è il giorno in cui esce un nuovo singolo degli Alpaca Sports e quando partono quei quattro accordi di chitarra e quei coretti ogni senso del tempo per me perde importanza. Il twee pop nella sua forma più pura e limpida, quello che non viene nemmeno sfiorato dalle polemiche musicali di stagione, dalle mode e dagli affanni: "In my dreams you're still waiting for me / With a tear in your eye / But I know it's already too late / And nobody cares but me". Tutta l'innocenza di un Giro di Do, un battimani e una rima "Falling in love with you / What can I do?" che questa coppia di dolcissimi svedesi riesce ogni volta a sorprendermi pur sapendo benissimo cosa mi regaleranno, e soprattutto riesce a regalarmi un sorriso sincero. Nobody Cares But Me / Baby Pop è in download sulla cara vecchia Elefant Records:





Elsa Lester - Dinner Party

▶️ La musica della giovane olandese Elsa Lester, ovvero Lisa van Kampen, già nota come Great Profile, ha richiamato diversi paragoni con Courtney Barnett, ma a giudicare dal suo precedente lavoro (Stress Relief dell'anno scorso) direi che può toccare anche note più lievi, alla Frankie Cosmos, oppure più rock, come delle Breeders formato cameretta con testi graffianti e pieni di humour. Ora sta per uscire un nuovo album intitolato Dinner Party (anche in cassetta per la infaticabile Z Tapes) e c'è già un singolo molto promettente, Pretty Bad Man, accompagnato da un delizioso video:





 Smokescreens - Used To Yesterday

▶️ "Smokescreens began as a love letter to the Flying Nun scene of the 1980’s and it’s outlying bands": non so voi, ma io a leggere un comunicato che comincia così mi emoziono già parecchio. Se poi aggiungiamo che la band di Los angeles era nata come uno dei vari side project dei Terry Malts, e che l'album dell'anno scorso uscito in vinile per la spagnola Meritorio Records era una raccolta  praticamente senza punti deboli, potete capire l'impazienza con cui da queste parti si attende Used To Yesterday, il secondo lavoro in arrivo su Slumberland. A quanto pare, in questo album gli Smokescreens si allontanano ancora di più dai suoni più aggressivi dei Terry Malts "and expands into classic indie pop territory", secondo l'imbattibile formula New-Zealand-meets-Athens. Ad anticipare il disco, questa Someone New, pezzone super Clean:




SUN JUNE - YEARS

▶️ Una delle nuove voci femminili statunitensi più interessanti al momento mi sembra quella di Laura Colwell, alla guida dei Sun June, quintetto che suona "regret pop from Austin, TX". Una voce austera ma suadente, piena di carezze, che piacerà di certo ai fan di Lucy Dacus, Mitski, Big Thief e aggiungiamo anche Angle Olsen, giusto per compiacere il google. Stanno per debuttare con un album intitolato Years sull'etichetta Keeled Scales, fondata da una nostra vecchia conoscenza, Seth Whaland, già bassista dei Tres Oui e prima nei Literature, insieme a Tony Presley (Real Live Tigers). Se amate quell'indie rock caldo e luminoso, carico di emozioni e tensione, parole che spaccano il cuore e silenzi che valgono più di mille parole, Years è il disco che farà per voi. L'ultimo singolo uscito è questa Records, che racconta della fine di un amore partendo da una collezione di dischi: "I tried to love you right".





Teen Pope - Goes to Vegas EP

▶️ La canzone che apre il loro esordio Goes To Vegas EP si intitola Beer Problem; la bonus track nascosta in chiusura è Sex Problem: l'immaginario dei Teen Pop potrebbe sembrare prevedibile, racchiuso tra questi due poli. Invece il loro indie rock si rivela meno sgangherato di quanto sembra a prima vista, e riesce a essere sanguigno, un po' punk e un po' Replacements a tratti, ma a volte anche più asciutto e più nervoso (e non so perché, ma mi ha fatto venire voglia di tornare ad ascoltare com'erano gli Oxford Collapse, per chi se li ricorda).





Pre Nup - Oh Well

▶️ A un paio d'anni dall'esordio su sette pollici, arriva il primo album per i Pre Nup. Il duo di Calgary, formato da Sara e Josiah Hughes, per l'occasione ha collaborato con Darrel Hartsook e Chris Dadge (già all'opera con Lab Coast, Alvvays e Chad VanGaalen) e hanno dato ulteriore consistenza al loro suono, sempre molto lo-fi ma ancora più energetico e dirompente. A quanto pare le canzoni sono state registrate "three times as fast as they were originally written". Bravi ragazzi, vi voglio così. Oh Well, oltre che in digitale, esce anche in CD per Jigsaw Records.





Melbourne Cans - Heat of the Night

▶️ Avevamo perso di vista gli ottimi Melbourne Cans, collettivo guidato da Ian Wallace dei Pageants, ai tempi di Moonlight Malaise, ma finalmente la band australiana sta per tornare con un secondo album. Heat Of The Night uscirà (con tempismo azzeccato) il prossimo 13 luglio per Lost & Lonesome. Il nuovo singolo estratto è questa Heart Turned Blue, dai colori molto Fifties, con quella voce come se Edwyn Collins si mettesse a fare cover di classici rock'n'roll, e con quell'organo vagamente minaccioso che spia da dietro le tende. Bentornati!






martedì 5 giugno 2018

This family learns by scraping their knees

 Petite League - RASPBERRY VINES

Come forse qualcuno avrà notato, questo piccolo blog non può fare a meno di amare tutto quello che fa Lorenzo Cook, in arte Petite League. Avevo parlato con molta emozione del suo secondo album, No Hitter, proprio nel giugno di due anni fa ("two years, a third record, a career, and what has felt like an entire lifetime has happened since I put out No Hitter" scrive Cook su facebook, e chi può dire di non provare qualcosa di simile?).
Oggi quel disco viene ristampato in vinile dalla Native Sound, e per celebrare l'evento i Petite League hanno pubblicato in una nuova versione elettrica "full band" la piccola ballata acustica e "famigliare" Raspberry Seeds. Quel disco raccontava "the difficulties and relief that are coupled in any change in your life", e questa traccia in qualche modo lo riassume, racchiudendo in pochi versi il ritratto di un giovane padre, con le sue incertezze, la sua determinazione e soprattutto il suo amore.
Anche se per l'estate 2018 i Petite League ci dovessero regalare una sola canzone, con questa Raspeberry Vines possiamo considerarci molto, molto soddisfatti:

lunedì 4 giugno 2018

Cherry go!

THE JACKSON POLLOCK - CHERRY GO

“Siamo solo due persone che hanno messo insieme una band, non perché fosse figo, ma perché avevamo davvero troppo bisogno di suonare questa musica, e non potevamo fare altrimenti”. Già in questa prima frase di presentazione ci sono alcune cose che mi lasciano abbastanza sbigottito: dentro questo disco suonano soltanto due persone? Davvero quel muro di rumore sporco, quel garage punk esplosivo e travolgente, quelle urla furiose, sono frutto solo di due teste e quattro mani? Sì, ma due teste e quattro mani che non stanno ferme mezzo secondo, e che hanno bisogno di gridare fortissimo e "alzare a 11" tutti i livelli.
Emily, alla batteria e voce, e Reginald, alla chitarra e ogni tanto al basso, hanno un semplice motto: RAW ‘n’ LOUD! E infatti RAW ‘n’ LOUD è esattamente il suono del loro infuocato disco di debutto Cherry Go: sette tracce stipate dentro un sette pollici che potrebbero fare letteralmente scoppiare il vostro giradischi.
I Jackson Pollock non hanno intenzione di perdere tempo a parlare di altre band, influenze, gusti e provenienze. Se vi piace quello che succede al vostro corpo quando li ascoltate o li vedete suonare, hanno già raggiunto il loro obiettivo e non chiedono di meglio. Tutta le valvole dei loro vecchi ampli, tutte le pelli che pestano, tutta la polvere sopra il loro amato Tascam parla solo di quello. È musica da sentire, vogliono che ti arrivi addosso, che ti faccia sudare, che ti torca lo stomaco. Non è necessario che tu scriva un saggio sulla storia del noise lo-fi o che ti metta a raccontare di quella volta che hai visto i No Age in una cantina di Austin e al bar hai incontrato Jay Reatard. È già tutto nel suono, conta solo quello, davvero. Lasciatevi intossicare da queste ciliegie.

[i Jackson Pollock presenteranno Cherry Go dal vivo qui in città questo sabato al Mikasa all'interno dell'Oh Dear Summer Fest: ci si vede a banco!]






sabato 2 giugno 2018

I choose to be released from all of this

Virginia Wing - Ecstatic Arrow

«I wanted to write an album as a means of escape. I didn’t want to express only these feelings of frustration and exhaustion because to write only about the pain is to live inside that pain. Instead, I am attempting optimism; to write about support and friendship and endurance but mostly to imagine being released from this weight - of wiping the slate clean of learned behaviours and inherited oppression and to indulge in a moment of respite.»

So che citare ampi passi di un comunicato stampa per parlare di un disco può sembrare pigro, ma in questo caso le parole di Alice Merida Richards, voce e artefice dei Virginia Wing insieme a Sam Pillay, è racchiuso tutto lo spirito di questo nuovo album Ecstatic Arrow, l'inventario minuzioso di un dolore e la ferma serenità di una reazione consapevole. Le "frustrazioni" di cui parla la Richards sono quelle che si trova costretta a combattere ogni giorno, come donna e come donna che fa musica. L'opprimente quantità di misoginia, pregiudizi e incomprensioni che anche in campo artistico bisogna ancora sopportare. Lo descrive bene Season Reversed: "an uncanny feeling of being misted / part of the choir but only really another instrument". Una sistematica esclusione, uno sfinimento che è diventato abitudine, e che si percepisce come un peso in senso letterale, fisico. Come canta il ritornello del singolo The Second Shift, "It's written in my whole body / it's hidden in my whole body".
Ma questo non è un disco che si arrende, i Virginia Wing non sono qui per raccontare una docile rinuncia. "I'm tired but not giving in / I'm pretty tired of always listening / I am choosing to live my own life / in the way that I decide" (Eight Hours Don't Make A Day). L'elemento più forte, e che affascina sin dal primo ascolto, è che la risolutezza dentro queste canzoni si pone senza mediazione, la battaglia alle spalle, il sole in faccia.
Musicalmente Ecstatic Arrow sceglie di tradurre questa decisione e questa luminosità con una miscela di pop sofisticato e sintetico che si ispira a nomi come Laurie Anderson, David Sylvian o Yellow Magic Orchestra. Tessuti elettronici quasi trasparenti, ritmiche pulsanti che a volte si insinuano di soppiatto e a volte invece ricordano un certo funk capriccioso alla Talking Heads, improvvise accelerazioni e soprattutto certi innesti di sassofono capaci di dare calore a una scrittura, che a tratti può apparire fin troppo logica e razionale. La voce della Richards, con la sua limpida distanza, è il vero elemento che per me tiene assieme questo disco, complesso e seducente, che indovina il modo giusto per fare art-pop oggi, suonando necessario e intelligente.