venerdì 12 ottobre 2018

"The whole world is made of honey”

polaroid - un blog alla radio S18E01 - il podcast

"polaroid - un blog alla radio" S18E01 @ NEU Radio

Massage – Kevin’s Coming Over
Magic Potion – Shock Proof
Motorama – No More Time
Woolen Men – Hollow World
[“Bastonate per posta alla radio" – a cura di Francesco Farabegoli]
The Wave Pictures – Roosevelt Sykes
Hater – Things To Keep Up With
Operazione San Gennaro – Don’t Say I Love You
Comet Gain – I Was More Of A Mess Then
Peel Dream Magazine – Qi Velocity

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giovedì 11 ottobre 2018

She’s wondering if she’ll feel that way again

The Pantones - Shades Of Blue

Shades Of Blue è un piccolo racconto in terza persona: lei se ne sta andando via, una stanza vuota lasciata alle spalle, su quel treno cerca di non pensare a niente, soprattutto a lui, e a poco a poco gli occhi si chiudono mentre l'alba comincia a dipingere la città di blu. Una domanda si ripete alla fine del ritornello: "she’s wondering if she’ll feel that way again". E tu non sai decidere se si riferisce al provare di nuovo qualcosa come un innamoramento, oppure al timore di soffrire ancora per un'ultima separazione.
Tre minuti di canzone che si cullano in mezzo ad arpeggi autunnali, due note di synth quasi rubate ai Cure e la voce morbida di Isabel Salinas: The Pantones sono tutte qui, e ovviamente mi hanno subito incantato. Formazione dream pop proveniente da Los Angeles, con le sorelle Angeline e Madeline Doctor, basso e chitarra, a curare la scrittura dei pezzi e in più, a quanto pare di capire tra le tag di Instagram, a volte una drum machine, altre volte invece Harley Hill-Richmond della band Harley And The Hummingbirds alla batteria.
L'anno scorso avevano registrato il loro primo e parecchio Smithsiano demo EP For The Ones Who Love You tra la classica cameretta e un'aula della loro high school, e ora arriva questo primo singolo Shades Of Blue​ / Corruption, che segna un netto e incoraggiante passo avanti. Se il lato A, così dondolante e malinconico, aggiorna la lezione Sarah alle fragilità del presente, la traccia sul lato B mette in luce tutto il lato post-punk del loro carattere (o quanto meno, la loro interpretazione più mitigata del post-punk), con un evidente debito verso i Joy Division e i New Order.
Le loro storie sono quelle di un'adolescenza comune, sopraffatta dall'over-thinking, a tratti scontrosa, a tratti in preda a sincero smarrimento ("She longs for something with value / but isolates herself in solitude"), ma che non si rassegna a smettere di cercare ovunque chiari riflessi di felicità.
Teniamo d'occhio queste promettenti ragazze: come recita il loro nome, potrebbero portare presto un arcobaleno di nuovi colori all'indiepop.



martedì 9 ottobre 2018

I was looking for a way outside

Massage - Oh Boy

All'inizio dell'estate avevamo sentito un paio di ottimi singoli dei Massage e, vuoi per quelle evidentri influenze Go-Betweens, vuoi perché alla voce c'è anche Alex Naidus, che conoscevamo già dalla prima formazione dei Pains Of Being Pure At Heart, era impossibile non trovarli subito adorabili. Le aspettative erano abbastanza alte per l'album d'esordio (registrato da Jason Quever dei Papercuts "on random weekends over the course of two years") ma bisogna riconoscere che il risultato finale di questo Oh Boy è stato decisamente sorprendente. Per riassumere in una parola, si percepisce una tale spontaneità in queste melodie, una tale naturalezza nella scrittura, che già alle prime note sembra di avere sempre avuto questo disco da qualche parte nel cuore. Indiepop allo stato puro, tra rimandi Flying Nun (vedi la title track oppure I'm Trying, degne di Bats o Clean), e momenti più irrequeiti e frenetici, tra Feelies e R.E.M.
La maniera assolutamente felice in cui si intrecciano e si alternano le voci del chitarrista Andrew Romano, della tastierista Gabrielle Ferrer e del citato Naidus, fa sembrare questo album molto più ricco di quanto già sia, e al tempo stesso lo rende veloce e scorrevole quanto un EP. Si respira una tale aria allegra e fresca tra queste note che quando si spegne la conclusiva ninna-nanna di At Your Door ti chiedi proprio "ma come: è già finito?". Sono sinceramente ammirato da come Oh Boy, un album che "da fuori" non sembra avere altre pretese se non quella di regalarti una buona mezz'oretta di indiepop, riesca a installarsi nei tuoi ascolti, a diventare uno di quei dischi che fai partire quasi sovrappensiero, perché hai bisogno di quella leggerezza che sanno regalarti senza alcuno sforzo.



mercoledì 3 ottobre 2018

Don't pick up slackers

Peel Dream Magazine - Modern Meta Physic

Certi titoli sfasati come Levitating Between 2 Chords o Upper Body Calaesthetics, una citazione di Tommaso d'Aquino piazzata in copertina, suoni ovattati di organi che sembrano arrivare dalla stanza accanto, voci a volte sussurrate, a volte perse tra polverosi riverberi. E soprattutto quel nome: Peel Dream Magazine, un omaggio dichiarato alla figura leggendaria e pionieristica di John Peel, subito però accoppiato con una dimensione onirica. La giovane band di Brooklyn, guidata da Joe Stevens (che ha suonato e registrato tutto in cameretta da solo) ce la mette tutta per ritagliarsi uno spazio immaginario tutto per sé, e ci riesce molto bene, tra palesi rimandi agli Stereolab e ipnotiche ritmiche Kraut a abssa fedeltà (vedi l'apertura di Qi Velocity, Interiors o l'ammiccante Anorak), ma anche con invenzioni che possono richiamare alla mente nomi più vicini e contemporanei, come Proper Ornaments e Ultimate Painting (Shenandoah e Deetjen's), o raffinatezze alla Chris Cohen (Art Today), il tutto ottimamente amalgamato dentro il debutto Modern Meta Physic, altro titolo graziosamente avant-Sadier.
Sono stati "scoperti" da Shaun Durkan (Weekend / Tamaryn) e hanno la benedizione di Mike Schulman della Slumberland Records: mi pare sia già un curriculum notevole per degli esordienti. In più, Stevens sembra mostrare una buona consapevolezza dei propri mezzi e del proprio ruolo di musicista oggi: "Pop music and art in general can be very political when you bend rules. Seeking out new territory and breaking violating old maxims is very exciting. Indie Pop needs that right now".




lunedì 1 ottobre 2018

Aspettando la diciottesima stagione di "polaroid - un blog alla radio"

polaroid - un blog alla radio S18E00 - il podcast


"polaroid - un blog alla radio" S18E00

The Fortuna POP! All-Stars – You Can Hide Your Love Forever
Alpaca Sports – Summer Days
Monnone Alone – Cut Knuckle
Girl In Red – Forget Her
Sea Pinks – Watermelon Sugar (Alcohol)
Ladroga – Arty
Setti – Wisconsin
The Goon Sax – Make Time 4 Love
Trust Fund – Blue X
Bodega Sisters – Footnote Static

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venerdì 28 settembre 2018

I need you to remind me how to smile


Without You, una canzone quasi alla fine di From Paris With Love, il nuovo album degli Alpaca Sports, si apre rivolgendosi alla persona amata: "Ho bisogno di te per ricordarmi come sorridere / quando il cielo è grigio e mi sento solo". Poco dopo, il ritornello diventa ancora più esplicito: "Senza di te non saprei che fare". Chi ha qualche familiarità con l'adorabile duo svedese troverà questi versi del tutto consueti per lo stile delle loro dolcissime canzoni.
Già alla seconda strofa, però, appare chiaro che questa persona amata non c'è. La canzone si sta rivolgendo soltanto al ricordo di un amore, ed è uno di quei ricordi che, nonostante ci riempiano di rimpianti, in qualche modo ci servono per continuare a vivere. "Even though it hurts / I sing our song / Now the sun is so low / And the days have lost their glow". In questo caso, ed è una situazione ancora più eccezionale, ad avere bisogno di quel ricordo per andare avanti è letteralmente la stessa canzone: "dreaming of you and me is how I carry on / and that's why I keep singing this song".
In questi tre minuti, tra jangling guitars e spensierati coretti pa-pa-ra-pa, gli Alpaca Sports ci raccontano non soltano la fine agrodolce di una relazione sentimentale, ma anche qualcosa intorno alla natura dell'indiepop oggi. Se per un momento recuperiamo il contesto storico e culturale in cui questo piccolo genere musicale è nato e ha preso forma (un certo underground britannico a cavallo tra Settanta e Ottanta, una digressione nel racconto del post-punk), ridotto a una sua nuda essenza, l'idea dell'indiepop è anche questo. Un sentimento che ancora illumina il cuore, un momento di felicità, il ricordo di qualcosa che ci manca e fa soffrire, a cui però torniamo sempre per riuscire a cantare ancora. Se sostituiamo l'amore nelle canzoni con l'amore per questo suono e questa poesia, e soprattutto con i riferimenti ormai mitici dell'indiepop (proprio quelli che puntualmente tornano anche in tutte le recensioni degli Alpaca Sports), possiamo vedere in trasparenza il meccanismo di questa piccola musica che sfida ogni legge della fisica. Tra i suoi pochi fragili ingranaggi, l'indiepop continua sempre a rinascere, già obsoleto, anacronistico ma ingenuamente nuovo, in perenne oscillazione tra la felicità e la necessità di malinconia.
I giovani Alpaca Sports, con la loro musica lieve che ti sfiora appena, riescono a riassumere tutta questa tradizione (un mondo che nel tempo di un battimani va dalla Sarah ai Camera Obscura, passando per certi Acid House Kings e Club 8) con una leggerezza quasi istintiva. Per ogni "I know it's already too late" (come lamenta Nobody Cares But Me) è pronto un rassicurante "we don't have to say goodbye", offerto con molta semplicità da Summer Days.
Ma questa leggerezza non è sinonimo di trascuratezza, tutt'altro. From Paris With Love brilla per la cura della realizzazione. Merito anche dei collaboratori che gli Alpaca Sports hanno scelto anche per questo disco: gente come Gary Olson dei Ladybug Transistor, Lisle Mitnik dei Fireflies e Ian Catt, già produttore di Field Mice, Saint Etienne e Trembling Blue Stars, tra gli altri. Se aggiungiamo che il disco esce ancora una volta per la storica Elefant Records, una delle etichette che a suo modo ha tenuto alta la bandiera del twee in questi decenni, possiamo dire senza paura di esagerare che siamo di fronte a uno dei dischi indiepop più limpidi e puri di quest'anno.



mercoledì 26 settembre 2018

Première: Hater - "Things To Keep Up With"

 Hater - Things To Keep Up With
Hater - photo by: Kamila Schneltser

Shiny as fuck but as my cheeks got wetter
I spooned a mouthful of a made up tale


L'ultimo singolo che gli Hater presentano oggi (in première anche qui a polaroid: festa!), a due giorni dall'uscita ufficiale del loro nuovo album Siesta, è Things To Keep Up With, una canzone che racchiude due anime che abitano questo disco: da una parte, quella disillusione amara che porta alle lacrime, dall'altro l'abbandono a una melodia trascinante. È come se questa musica diventasse il mezzo con cui gli Hater riescono a trovare un equilibrio di fronte alle "made up tale" che occorre mandare giù nella vita. La voce splendida di Caroline Landahl comincia rivolgendosi a un bambino "che non sa nemmeno di essere nato" e che ha bisogno di tutta la protezione possibile. Ma la conclusione assomiglia a un discorso fatto allo specchio, passato il pianto, quando sai che è arrivato il momento di doversi inventare un coraggio nuovo. Questi Hater più maturi, con arrangiamenti pieni e caldi, mi convincono sempre di più, singolo dopo singolo. Manca pochissimo a Siesta!

martedì 25 settembre 2018

Climbing bittersweet


Sono ormai passati un po' di anni da quando mi presi una cotta per i Sourpatch, band "punk queercore riot grrrl" (queste le tag sul loro Bandcamp), proveniente da San José, California. Dopo un paio di album per la cara vecchia Happy Happy Birthday To Me li avevo persi di vista. La voce di quella formazione, Nicole "Nikki" Munoz ora è tornata a farsi sentire in questi Eve's Peach, trio che suona un indiepop acceso, energico ed essenziale, fatto di chitarre belle aggressive e melodie contagiose ad alto tasso di emotività. Non a caso gli Eve's Peach hanno diviso palchi con band come Diet Cig, Swearin' e Nice Try, giusto per darvi un'idea di alcuni suoni di riferimento. Dopo un EP dell'anno scorso, che ho recuperato solo ora e che consiglio, è uscito da qualche settimana un album intitolato Climbing Bittersweet: dodici canzoni quasi tutte sui due minuti per ricordarci che quell'idea di musica molto Nineties, che richiama subito alla mente nomi tipo Tiger Trap, Velocity Girl oppure All Girl Summer Fun Band, non ha ancora finito di divertirci e farci venire voglia di saltare.



martedì 18 settembre 2018

I won't forget you now, though it may be unspoken

Shy Boys: 'Bell House'

Esiste qualcosa di meno rock’n’roll di una canzone sul tornare a vivere con i propri genitori e passare una piacevole serata in casa? O avete mai sentito una band cantare rimproveri a un amico che non dà abbastanza da mangiare al proprio cane? Benvenuti nel bizzarro, provinciale e schietto mondo di Bell House, il secondo album degli Shy Boys, da Kansas City, e per me soprattutto l’ultimo limpido album da ricordare prima che finisca questa estate 2018. Sì, perché si tratta di un disco estivo all’ennesima potenza, avendo come principali riferimenti le armonie vocali dei Beach Boys (vedi l’apertura a cappella di Miracle Gro, dedicata a una fioritura, diciamo così, molto speciale e preziosa) e certe melodie senza tempo di band come Thin Lizzy, Supertramp o Crosby Still & Nash. O, in alternativa, se vogliamo citare qualcuno più vicino a noi nel tempo, certe invenzioni di Shins e Real Estate.
Proprio questi ultimi mi vengono in mente soprattutto in un paio di canzoni (Evil Sin e la title track), ma la peculiarità degli Shy Boys è quella di creare atmosfere sospese non facendo ricorso alle foschie dei riverberi e degli strati di suono, bensì giocando per sottrazione, con elementi minimi, vorrei quasi dire “fragili”, dispensati con molta misura ed efficacia. Quelle code di tre note ripetute e ipnotiche, quel suono di batterie così pastose, quelle slide guitar che disegnano un controcanto di soppiatto, quegli handclap così “innocenti”, rivelano una consapevolezza e una chiarezza di intenzioni che gli Shy Boys sembrano quasi voler nascondere dietro le loro storie dimesse di ragazzi del Midwest, magari un po’ “stoned” ma oramai cresciuti e maturi.
Di certo questa maturità rispetto agli esordi lo-fi sarà in parte merito del passaggio sulla più grossa Polyvinyl, ma forse come scrive Kevin Morby, davvero gli Shy Boys sono “the heartland’s answer to The Beach Boys had Alex Chilton been on guitar”. Qualunque sia la risposta, immergetevi con serenità in questo suono placido e caldo. Raccogliete senza fretta un ultimo raggio di tramonto nel cortile dietro casa, salutate gli amici di una vita, svuotate il posacenere prima che quella dolcissima Champion di vostra madre veda in giro filtri e cartine, e rientrate in tempo per la cena.





giovedì 13 settembre 2018

Let’s try to get to know each other

Surf Rock Is Dead

Hanno accompagnato gli Shout Out Louds in tour negli States e hanno aperto per i Radio Dept. a New York: per quanto mi riguarda, il curriculum dei Surf Rock Is Dead è già più che approvato così. Giusto un anno fa li avevamo conosciuti per l'ottimo EP We Have No Friends? su Native Sound, label che conosciamo per Plastic Flowers, Lost Film e June Pastel, tra gli altri. Ieri hanno pubblicato un nuovo singolo, Away Message, prima anticipazione di un album di cui ancora non si conosce il titolo. Ha quel suono tutto rimbalzi ed echi, un po' alla Drums, che si adatta alla perfezione a versi sbarazzini come "Let’s try to get to know each other / in a new and exciting way". Ma soprattutto ha quel suono, jangling in controluce e super orecchiabile, che si adatta alla perfezione a questi giorni di fine estate in cui l'estate non sembra ancora voler finire.

martedì 11 settembre 2018

Anno nuovo, vita NEU!

Nonno Indie meme
Foto di nonno_indie

Proprio nel giorno in cui divento, per un warholiano quarto d'ora, un quasi-meme pure io (grazie Nonno Indie!), inequivocabile segno di senilità e "obsolescenza selvaggia", a Bologna una serata tra chiacchiere e musica aggiunge invece un altro piccolo tassello verso il nuovo.
A partire dalle 19.30 a Cacao, ovvero lo spazio di NERO Factory in mezzo al Guasto Village in Largo Respighi, ci sarà il secondo appuntamento di una rassegna con cui NEU Radio si presenta ai suoi ascoltatori. La nuova webradio, che giorno dopo giorno sta prendendo forma sotto le Due Torri, inaugura una nuova annata portando le facce e le voci di quelli che la fanno fuori dai monitor e in mezzo alla città.
E qui arriva l'altra notizia, che riguarda da vicino anche questo piccolo blogghetto: da questa stagione (la diciottesima!) "polaroid - un blog alla radio" lascia le frequenze di Radio Città del Capo e approda come appuntamento fisso nel palinsesto di NEU! Siamo ancora un po' tutti "work in progress" ma alcune cose resteranno immutate: il podcast settimanale (disponibile anche su Apple Podcast e Mixcloud) per esempio resta sempre lì dove lo abbiamo lasciato prima delle vacanze.
Nei prossimi giorni arriverà una puntata zero di questo nuovo capitolo, ma ci sarà modo e tempo per ricordarvelo. Ora è il momento di correre da Cacao: la NEU ballotta della radio mi aspetta!

(mp3) Neu! - Für immer

sabato 8 settembre 2018

“The songs we write they will not last"

Trust Fund - Bringing the backline

I don't know if maybe you know this
But one thing a song can do
Is tell you with a terrible sureness
Exactly who your heart belongs to


Not that it can belong to anyone...


I primi quattro versi di questa strofa potrebbero sembrare di un romanticismo totale. Ah, quel nome che sente il tuo cuore ogni volta che riascolta quella canzone, le canzoni legate ai ricordi, i movimenti del cuore come una meticolosa e sentimentale playlist... Bisogna però riconoscere che uno dei molti talenti di Ellis Jones, in arte Trust Fund, è stato spesso quello di trattare certe sue canzoni come piccoli sketch, e quindi spesso arriva quel verso in più, un'arguzia che può gelare, l'ennesima postilla del suo ostinato umorismo. Volevo solo dirti una cosa carina, e ho dovuto subito rettificare, rivedere, precisare. E tu intanto chissà dove te ne sei già andata.
La cosa più triste di questa cosa divertente è che poi la strofa finisce davvero tornando al tono pieno di romanticismo dell'inizio: "All I'm saying is, sometimes / You hear a song, it makes you think / I know the person I wish I was with".
Le canzoni dei Trust Fund sono sempre state piene di "persone con cui non siamo", o persone con cui siamo ma che stiamo per abbandonare, o che stanno per abbandonarci, o a cui non sappiamo come dire che è finita e con cui alla fine restiamo. Insomma, un lungo indugiare nella "fetishisation of regret", per usare una efficace espressione utilizzata dallo stesso Jones nella presentazione dell'ultimo album, Bringing The Backline.
Ma nel nuovo lavoro, oltre a tutto questo, l'altra protagonista ricorrente tra le canzoni sembra essere la stessa musica - intesa nei suoi aspetti meno ideali: la routine di andare ai concerti, incontrare gente uguale a te, guardare una band suonare cercando di capire se provare o non provare sentimenti. "Listening to your band / crying at the back / made me think about my band / how boring is that?". Tutto quell'affanno, gli strumenti da prestare, la backline da trovare, quell'aspettare sotto la pioggia, quel sentirsi incapaci, tutte quelle "sad Sunday suicidal ideation eight days a week"... tutto per arrivare alla conclusione: dover decidere se "we waste our time together or we waste our time alone".

Nelle settimane trascorse tra il pre-order di Bringing The Backline e il pacco con il mittente di Bristol arrivato nella mia cassetta della posta, Ellis Jones aveva annunciato lo scioglimento della band. Non posso nascondere che la notizia ha condizionato il mio ascolto. Per un certo periodo ho quasi tenuto a distanza il disco. Nonostante contenga alcune delle canzoni migliori mai registrate dai Trust Fund (Abundant, con quel solo di sax alla fine, o Alexandra, con quei sequencer così Human League), anche se forse non le canzoni con "i Trust Fund che amo di più", lo confesso: avevo la sensazione di essere stato quasi raggirato. Perché se ne doveva andare proprio in quel momento? Non poteva aspettare di fare almeno un piccolo tour promozionale? Aspettare un altro Indietracks? Magari riuscire a tornare ancora una volta in Italia? La data di qualche anno fa a Bologna era stata magnifica! Lo so, suona tutto molto egoistico, ma quando ascolto la musica che amo sono molto più capriccioso ed esigente del solito. E io amo ancora i Trust Fund, nonostante mi abbiano abbandonato.

Poi ho fatto pace con queste canzoni: le cose che trovo belle sono belle per quello che sono, e quelle che trovo meno belle (l'aspra e fastidiosa Jonathan?), lo sono per altri motivi. Nella canzone che chiude il disco, la delicatissima The Mill, tutta sorretta da arpeggi acustici, Jones canta apertamente:

The songs we write they will not last
All this dross we have amassed
Now me, my sister, and my brother
We all document the work of others


e in fondo è un discorso che invidio per la sua lucidità: è come se i Trust Fund, nuovi Wittgenstein dell'indiepop, fossero arrivati in cima alla scala del loro linguaggio e poi l'avessero buttata via, finalmente pronti ad affrontare altro. O forse, è un po' come vedere l'indiepop stesso come un linguaggio, come un mondo a cui ogni band aggiunge un'idea, una parola e poi lascia la parola ad altri. Sappiamo tutti che queste canzoni non sono "dross", ma forse possono diventarlo se cominciamo a considerarle qualcosa di più, se pretendiamo da loro qualcosa che non è lì.
Mi mancherà la spietata capacità di analisi dei versi di Ellis Jones, soprattutto il mondo in cui era seppellita tra chitarre Pixies / Weeezer / Los Campesinos, o nascosta in quegli audaci falsetti, ma anche questo non è del tutto vero: perché i Trust Fund sono ancora qui, con le loro battute micidiali e le loro melodie trascinanti (in questo disco, King Of CM su tutte), e con le loro tristissime strofe di addio tra amanti impossibili. Queste canzoni non se ne andranno mai. Voi portate la backline: qui c'è elettricità.



mercoledì 5 settembre 2018

"I wanted to look beyond Brooklyn and connect myself to something bigger"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

Not Another Women in Rock Article - The Ringer

▶️ «Sarah was always a political label, and the politics informed the way the music was released: cheap 7-inch singles, not expensive 12-inches; no limited editions, no unreleased bonus tracks on compilations - explains [Matt] Haynes. - We wanted everyone to hear the music, not just collectors and those with money to burn. We said ‘no encores’ and we meant it, but we still want people to hear the music, because it’s fantastic. And platforms like Bandcamp seem pretty much in tune with those old ideals»: "A Guide to Beloved Indie Pop Label Sarah Records", scritta da Michael White, l'autore di Popkiss, sul Bandcamp Daily. L'articolo contiene anche diversi commenti degli stessi fondatori Clare Wadd e Matt Haynes. Segnalo anche che da alcune settimane, buona parte del catalogo Sarah sta tornando disponibile in versione digitale proprio su Bandcamp. Se siete iscritti alla pagina può capitarvi di ricevere email stranianti che annunciano "New release from SARAH RECORDS"!



▶️ L'articolo militante da leggere oggi è di Lindsay Zoladz su The Ringer: "Not Another Women in Rock Article: A new generation of rising young women rock stars—including Mitski, Snail Mail, and Camp Cope—has emerged. And they’re redefining what it means to own the room". In mezzo alle analisi delle varie musiciste, un paragrafo mi ha colpito: «The audiences for shows I’ve seen in the past few years headlined by acts like Camp Cope, Soccer Mommy, and Waxahatchee have come surprisingly close to gender parity. It makes sense—all of these acts are bringing new perspectives to their music, and wouldn’t the widest possible audience want to hear something innovative, new, and alternative to the norm? Isn’t that what punk and indie rock have always claimed to be about?»



▶️ I Belle and Sebastian hanno annunciato i primi nomi della line-up del Boaty Weekender, la crociera indiepop in programma per agosto 2019, e hanno sganciato la prima notizia clamorosa: il ritorno dal vivo dei Camera Obscura! A fare compagnia alla band scozzese, Mogwai, Alvvays, Buzzcocks, Japanese Breakfast, Hinds e altri artisti parecchio interessanti. I prezzi non sono dei più accessibili, le date (proprio a metà ferie per molti) potrebbero essere un po' problematiche, e il programma prevede "multiple shows going on simultaneously". Ma in effetti quando ti potrebbe capitare di nuovo di stare in piscina con Stuart Murdoch?

▶️ Se, come me, dopo l'estate avete bisogno di rimettervi in pari con una certa cultura pop, ecco qui Wired che viene in nostro soccorso, con un bel pezzo dal titolo tranchant: "The best albums of the summer were exercises in reinvention".

▶️ «I wouldn’t profess to be a huge John Peel expert or anything. I just love what he represents, I love looking up Peel Sessions on youtube. I wanted to look beyond Brooklyn and connect myself to something bigger. To me, the UK is the mecca of indie rock from the 80s and 90s, and that’s just kind of my wheelhouse. Peel pioneered this idea that the radio curation could be it’s own art form»: andiamo su Fortherabbits a fare la conoscenza dei "Peel Dream Magazine – In Their Own Words", aspettando il loro album debutto Modern Meta Physics, in arrivo su Slumberland.


martedì 4 settembre 2018

"Reverse play": una compilation indiepop

fadeawayradiate records - Reverse Play: C86 re​(​dis​)​covered - compilation

L'indiepop è un piccolo genere musicale che, molto più di altri, vive di incessanti recuperi e (ri)cicli. A volte sembra sfuggire, svanire, perdere di vista la sua stessa ragione d'essere. E poi, all'improvviso, torna sui propri passi con una spontaneità che ad altre musiche non perdoneremmo. A oltre trent'anni di distanza la categoria "C86", per esempio, continua a rappresentare un necessario punto di riferimento, una citazione inevitabile, anche se le generazioni di band che ne hanno tramandato il nome sembrano avere via via smussato certi spigoli e asprezze di quel momento fondativo. Forse anche questo è, a suo modo, un segno dei tempi, oppure è soltanto la forma che ha preso il carattere dell'indiepop per riuscire a sopravvivere.
Prendi la bella compilation Reverse Play: C86 re​(​dis​)​covered uscita da qualche giorno: il titolo mi aveva fatto pensare a una riproposta aggiornata della storica antologia di NME (idea che poteva essere interessante ma, in effetti, anche rivelarsi disastrosa), e invece mi sono trovato per le mani una serie di ottime cover di singoli in larga parte Sarah Records (o anche più distanti, come Softies e House Of Love), certamente affini ma la cui relazione con la "scena C86", concetto già labile di per sé, resta un po' complessa.
Sia come sia, questa nuova compilation funziona e si lascia ascoltare con grande piacere. La qualità media delle canzoni è molto alta: si va da una resa tutto sommato fedele e rispettosa di due classici dei Field Mice, come Emma's House eseguita dai The Catherines e If You Need Someone proposta dagli Arctic Flow, a riletture originali e sorprendenti, come la versione folk pop di Velocity Girl dei Prima Scream indovinata da Ed Ling. Da segnalare senza dubbio i Dayflower che superano in maniera brillante il non facile compito di affrontare un monumento come Pristine Christine dei Sea Urchins. Notevoli entrambe le interpretazioni riservate ai Pastels: Nothing To Be Done nelle mani degli estoni Pia Fraus diventa quasi shoegaze, mentre i tedeschi Lancaster trasformano Unfair Kinda Fame in una dolcissima ballata satura di riverberi ed echi.
La lodevole iniziativa di questa Reverse Play è della Fadeawayradiate Records di Amsterdam, emanazione su Bandcamp dell'omonimo blog, a sua volta curato da Estella Rosa, già voce di Nah!, qui presenti in scaletta con As Years Go By dei Friends. Un'ottima compilation per affrontare la fine dell'estate.





sabato 1 settembre 2018

If not tomorrow

Comet Gain - If Not Tomorrow / I Was More Of A Mess Then

Un regalo di compleanno più bello di questo non potevo chiederlo: un nuovo singolo dei leggendari Comet Gain, due tracce fiammanti che anticipano un prossimo album in arrivo - dopo la chiusura della Fortuna POP! - sulla tedesca Tapete Records.
La notizia è stata pubblicata da Gigwise (a cui ho sfacciatamente rubato l'embed streaming), che segnala un imperdibile weekend londinese di ottobre dalla ricca line-up (The Clientele, Simon Love e Telescopes tra gli altri).
Le due tracce If Not Tomorrow / I Was More Of A Mess Then, nelle poetica presentazione dei Comet Gain, rappresentano "jigsaw messages from a past half remembered and lessons not learnt running with the meteor teen punks and doofus hearted, crazed and aflame and learning nothing and everything", e a quanto pare facevano parte di un primo set di canzoni per un LP costituito da "short, sharp POP SONGS with one take electric abandon. A mix of Nerves/Monkees/Buzzcocks/Remains nuggets".
Grazie ragazzi, non dovevate, sono commosso, è davvero un regalo magnifico:





venerdì 31 agosto 2018

"Nazis should be dealt with like in Normandie"

The Radio Dept. - Going Down Swinging

"The Swedish national election is coming up and that means we’re putting out a new single", scrivono questa mattina The Radio Dept. pubblicando un nuovo singolo intitolato Going Down Swinging. Era successo anche per le elezioni di quattro anni fa, e nel frattempo si può dire che la situazione sia pure peggiorata: la destra populista, i movimenti xenofobi e il partito nazionalista SD hanno guadagnato ancora percentuali e visibilità dalle ultime elezioni, anche in un Paese progressista come la Svezia. L'invito della band di Malmö è quello di prendere molto sul serio la questione. L'immagine che utilizzano è potente. In occasione di recenti marce neo-naziste, in Svezia erano state suonate le campane delle chiese per mettere in guardia la popolazione:

These church bells
I love what they say
Nazis should be dealt with like in Normandie
Only inbreds join an alt right parade
Someone please tell that to Morrissey


Non c'entra il sentimento religioso, ma quello di una resistenza civile che non può accettare - nemmeno nel "frivolo" campo della musica pop - di essere messa da parte. Non a caso, la traccia è una delle più cupe e tetre mai scritte dai Radio Dept., e credo che l'incalzare della chitarra e della batteria sotto il grave tappeto di synth rappresenti in maniera efficace la sensazione di urgenza che il contesto politico richiede:

Do the right thing now
In your heart you know it
You’re not fooling anyone
You know this is for real


Some things will never fade

 Girl In red - Marie Ulven

Il tempo indifferente cambia il modo in cui ci abbracciamo, le parole che non ci diciamo. A un certo punto, scopri che tutta l'energia che mettevi nell'amore se ne va nello sforzo di tenere quel nome fuori dai tuoi pensieri. "I spend all my days trying to forget her face / She's so hard to erase, I dont think she can be replaced". Se sei abbastanza vecchio e cinico, questi semplici versi ti sembreranno quelle promesse-da-mattina-dopo, tipo "basta, ora smetto di bere". Se invece hai un cuore ancora un poco twee, non riuscirai a non innamorarti di Girl In Red, ovvero Marie Ulven, giovanissima cantautrice proveniente dalla cittadina norvegese di Horten. Ha pubblicato finora soltanto una manciata di canzoni registrate nella sua cameretta, ma rivela già una grazia e una facilità di scrittura che lasciano meravigliati.
I suoi innamoramenti sono totali (She Was The Girl In Red), il suo cuore è spezzato per sempre (Forget Her), la sua adolescenza inquieta la tiene sveglia di notte (4AM) e cita anche uno dei "film tumblr" per eccellenza (Say Anything) per convincere la fanciulla dei suoi desidderi a scappare con lei ("it's an old movie / you probably don´t know / but my mother showed me it years ago / so say anything"). La schiettezza con cui Girl In Red tocca temi delicati come il coming out è invidiabile: "I should be into this guy / but it's just a waste of time / he’s really not my type / I know what I like / no this is not a phase / or coming of age / this will never change". Per poi concludere con un'affermazione netta che molte persone farebbero bene a tenere più spesso a mente: "It's not like I get to choose who I love".
Siamo dalle parti di quel bedroom pop a bassa fedeltà che ricorda una giovane Frankie Cosmos, Adult Mom o Girlpool, per dare qualche riferimento, ma il talento e la consapevolezza sembrano già molto promettenti. In una delle poche interviste che si trovano in rete, Marie ammette con tutto il candore possibile "I love happy melodies and miserable lyrics", e io davvero non chiedo di più.






martedì 28 agosto 2018

Nella mia fantasia per te sono un’ossessione, come tu per me

Ladroga - Arty

Seguo ormai dalla primavera dell'anno scorso questi sorprendenti ragazzi che si dividono tra Roma e Londra, ma che in realtà sembrano provenire da qualche realtà parallela popolata soltanto di feste del liceo, fotografie istantanee e quegli amori irrevocabili dei vent'anni. Ladroga è una band che non puoi davvero inquadrare in nessuna scena: non fanno it-pop anche se cantano in italiano; raccontano storie adolescenziali ma non sono per nulla ingenui; tengono le chitarre sempre molto alte e molto sporche, ma l'indie rock non è la prima cosa a cui mi fanno pensare quando li ascolto. Io li ascolto e soprattutto sorrido, sorrido e mi sembra di ricordare tutto. Per esempio, in questa nuova, spudorata e magnifica Arty rubano tre accordi a Boys Don't Cry e poi si buttano a rotta di collo in una dichiarazione totale e temeraria, senza nemmeno la paura delle contraddizioni:

ti tenevo gli occhi addosso
tra la gente
mi scoppiava il cuore
che rabbia mi facevi che parlavi a quel coglione
e puntualmente quando ti voltavi verso me
guardavo altrove

Do you remember when it ended?

Hater "Fall Off" - photo by Kamila Schneltser
Hater - photo by Kamila Schneltser

Da qualche giorno è uscito il terzo singolo tratto da Siesta, il secondo album dei nostri adorati Hater. La band svedese, dopo It’s So Easy e I Wish I Gave You More Time Because I Love You, comincia a darci un'idea del carattere che avrà questo nuovo lavoro: più malinconico, disteso e riflessivo del suo predecessore, e forse più figlio dell'EP Red Blinders dello scorso inverno. Fall Off è una ballata agrodolce che guarda all'arrivo di una nuova estate con occhi pieni di disincanto, e che non nasconde la stanchezza della "our history of days". Dentro tutto il tempo che abbiamo condiviso e che è passato, la voglia di ricominciare: "I want to get away like we did before", anche se forse non lo faremo più insieme. Impossibile non citare anche stavolta la scintillante voce di Caroline Landah, vero e proprio cardine del suono degli Hater, e perfetta nel raccontare quel momento "still, but inside a storm" in cui tutto si decide.

lunedì 27 agosto 2018

Golden days, before they disappear

MONNONE ALONE

"Hold on to these days for another year" canta Mark Monnone nel nuovo singolo dei suoi Monnone Alone, ed è un verso che terrò stretto in questo ultimo lunedì di agosto. Un po' come quando sta per ricominciare la scuola, e tutti i giorni volati via fino a quel momento sembravano all'improvviso pochissimi, troppo brevi ed evanescenti, e dovevano bastarti fino all'estate successiva.
Il singolo si intitola Cut Knuckle, esce come sempre per la sua Lost & Lonesome e anticipa un album intitolato Summer of the Mosquito "due out sometime in 2019".
A dispetto del nome, i Monnone Alone sono ormai una band abbastanza stabile, che vede l'ex bassista dei leggendari Lucksmtihs accompagnato da Gus Franklin (già negli Architecture in Helsinki), Joe Foley (Aleks & the Ramps) e Louis Richter (altro Lucksmiths e pure Mid-State Orange). Il singolo, che uscirà anche in 7'' per la finlandese Royal Mint Records, è stato registrato da Gareth Parton (già al lavoro con The Go! Team, The Breeders e Foals) e vede Monnone esprimere al meglio le sue influenze Pastels / TV Personalites, ancora più evidenti nella bella b-side Difficult Boy.



mercoledì 22 agosto 2018

Rock the Baita 2018!

Rock the Baita 2018

Sta diventando ormai una tradizione: l'ultimo appuntamento con la musica dal vivo prima della fine delle vacanze d'agosto è sulle colline di Parma. Sabato sera infatti ritorno a Chiastre con la scusa di mettere due dischi aperitweevi, in realtà per godermi la quinta edizione di Rock the Baita.
Il festival quest'anno è cresciuto ancora e si è fatto internazionale, e vede in cartellone la prima data italiana degli indie rockers londinesi Desperate Journalist, il punk scanzonato dei divertentissimi inglesi Fresh, e il ritorno degli svedesi Barbarisms, con il loro folk rock super elegante (e un nuovo magnifico album da presentare). A rappresentare i suoni di casa nostra, le giovani promesse milanesi Tropea, con la loro "pijama music for pijama people".
Come se non bastasse, dopo i live ci si rintana nella baita per i veri djset (l'anno scorso io ho salutato alle prime luci dell'alba e non ho ancora smaltito del tutto i postumi).
Sconcertante ingresso "up to you", vedete di partecipare e sostenere chi si sbatte per portare tutta questa bellezza anche in provincia.
Volendo si può anche salire con una notevole camminata, calcolate bene i tempi perché su i brindisi cominciano alle 18: ci si vede a banco!







giovedì 16 agosto 2018

Première: The Chills - "Scarred"

Première: The Chills - 'Snow Bound'
The Chills - photo by Gabrielle Devereux

I’m not candy you can sample and discard
You barely scratched my surface and I’m scarred
It’s just too hard


Non so se l'intenzione di Martin Phillipps dietro questi versi fosse, in parte o del tutto, autobiografica, ma certo è che potrebbero sembrare ritagliati apposta per la sua figura - a dire poco fondamentale, non solo per l'indiepop, ma per tutta la storia del rock alternativo degli ultimi trent'anni.
Fondatore e unico costante membro dal 1980 dei neozelandesi The Chills, titolari insieme a una manciata di altre band di casa Flying Nun del classico "Dunedin sound", purtroppo Phillipps non ha sempre raccolto tutto quello che con il suo inesauribile talento di autore è riuscito a seminare in decine e decine di canzoni. La nuova e più recente fase della sua carriera, inaugurata dopo un lungo silenzio con Silver Bullet nel 2015, sembra avergli fatto finalmente lasciare alle spalle problemi di salute, dipendenze e depressione, regalandoci una band come nuova, non solo nella formazione, l'ennesima, ma soprattutto nello spirito e nell'attitudine.
Ora sta per arrivare un nuovo lavoro dei Chills, e a quanto dice lo stesso Phillipps, si tratta di un album "about consolidation, re-grouping, acceptance and mortality", scritto dal punto di vista di un "dysfunctional 50-something wrestling with maturity and discovering that their post-punk DIY beliefs still have a real voice". Davvero non potrei aspettarmi di meglio. Il suono è scintillante, le parole nette, di una sincerità conquistata dopo lunghe battaglie.
I versi qui sopra appartengono a Scarred, contenuta nel prossimo album Snow Bound, in arrivo il 14 settembre su Fire Records, e nuovo meraviglioso singolo che sono onorato di poter presentare oggi in anteprima su queste pagine:




venerdì 3 agosto 2018

And I got this radio on

BODEGA SISTERS

Taggano le loro canzoni come "post-krautrockpopgaze", provengono da Stoccolma, pare che siano in cinque (ma non trovo una loro foto), vari membri facevano parte di altre band a me sconosciute come Gorilla Cult, Haschan Luego, Ave.L e Midvinterblot, e hanno un profilo Instagram con una cinquantina di follower: questo è più o meno tutto quello che sono riuscito a scoprire sui Bodega Sisters, band che mi ha fatto innamorare a prima vista, anzi al primo ascolto.
Il motivo è semplice: da queste loro prime prove, il paragone più forte che mi verrebbe in mente di fare è quello con certi Broken Social Scene. Se ci pensate, all'epoca della loro sua esplosione, il collettivo canadese fu una band formidabile, qualcosa che ti faceva dire "non ho mai visto niente del genere". Eppure non sembra avere lasciato eredi diretti nello scenario musicale contemporaneo. Immagino che sarà questione di cicli e idee che torneranno, ed è anche per questo che oggi mi esaltano così tanto questi Bodega Sisters.
La loro ultima strepitosa canzone si intitola Footnote / Static, è un viaggio di sei minuti super intensi, ed è contenuta in una compilation della label britannica Breakfast Record. Con una voce profonda, un po' National un po' Silver Jews, disegna questo ritratto, che sento un po' anche mio:

My typewriter’s fading
And I got this radio on, out of
Tuned to infrequencies
The static visage of man mirrored in an empty room
Inked in pen




giovedì 2 agosto 2018

Indietracks Festival 2018: il report di Barto!

La settimana scorsa mi rammaricavo del fatto che non avrei potuto partecipare all'Indietracks Festival 2018, ma a cosa servono gli amici se non a farti trovare tra i messaggi una cronaca dell'evento che rende subito la nostalgia meno pesante? Grazie dabbero al Barto (già firma di webzine italiane e titolare del blog Roundmount) e alla sua generosità per questo dettagliatissimo report.

Indietracks Festival 2018: il report di Barto!
Foto di entoni_uk

Polaroid dall'Indietracks Festival 2018 - di Stefano "Barto" Bartolotta

Dodicesima edizione dell’Indietracks, sesta di partecipazione personale. Ormai la rassegna di fine luglio è una sicurezza sotto molti punti di vista: l’atmosfera, l’organizzazione degli orari sui vari palchi sempre ben strutturata e caratterizzata anche dall’agilità necessaria per cambiare gli slot in caso di emergenze logistiche, il buon cibo e la buona birra, la voglia da parte di tutti i presenti di essere il più amichevoli e positivi possibile, e la musica, naturalmente, sempre ben bilanciata tra diversi generi riconducibili all'indiepop e tra veterani consolidati, ritorni di nomi storici e giovani rampanti. Tutto è stato pienamente confermato in questo 2018, nonostante la pioggia abbia creato un po’ di stanchezza supplementare per tutti, che si è notata soprattutto nelle nottate alla campstite disco, molto più calme del solito. Non ha piovuto costantemente, ma il maltempo è stato presente per una parte considerevole del weekend, con punte di autentico diluvio il sabato pomeriggio. In ogni caso, non sono mancate le facce felici, le chiacchiere con gli amici di sempre e le nuove conoscenze, come dev’essere a ogni Indietracks. E non sono mancati magnifici momenti musicali, con i grandi nomi che non hanno tradito e le giovani promesse che si sono fatte valere.
Indietracks Festival 2018: il report di Barto!
Foto di grange85
Purtroppo, le citate emergenze logistiche mi hanno impedito di assistere ai tre concerti del venerdì sera, ma sabato e domenica mi sono goduto diverse ottime prestazioni musicali. I lettori saranno probabilmente curiosi dei nuovi nomi che ho scoperto, e allora inizio subito da loro. Le Ghum provengono da Londra ma in realtà sono nate tutte in posti diversi, compresi Spagna e Brasile, e sono una sorta di versione con meno spinta ma più groove dei Desperate Journalist; i Dream Nails sono anche loro di stanza nella Capitale e si definiscono “punk whitches” e “The Ramones meet Bikini Kill” e, in effetti, il loro bilanciamento tra noise melodia e tra carica e struttura è da ammirare; i Life Model, da Glasgow, nonostante i diversi problemi tecnici, hanno messo in mostra la loro capacità di inserirsi con personalità nella diramazione shoegaze che fa parte dell’evoluzione di questa scena negli ultimi anni. Passando a chi ha debuttato sulla lunga distanza nel 2018, gli Happy Accidents seguono le orme di Martha e Spook School ma non sono dei cloni, mostrando, invece, idee e personalità, mentre le Dream Wife, da Brighton, sono probabilmente il gruppo più bello da vedere del weekend, grazie al carisma e alle qualità da performer della cantante islandese Rakel Mjöll; anche qui, comunque, le idee musicali e l’esecuzione sono ragguardevoli, con un’aggressività ragionata e ben incanalata.
Continuando coi nomi presenti sul circuito da un po’ più di tempo, non posso non citare il mio trio di preferiti del weekend. Le atmosfere uniche realizzate dal pop strumentale delle Haiku Salut, il pop-punk sempre più esplosivo e colorato dei Colour Me Wednesday e le armonie irresistibili degli Smittens mi hanno totalmente rapito, e lo stesso è capitato con tutti coloro che hanno assistito a questi live. Lo stesso si può dire del set in solitaria di Darren Hayman, che ha omaggiato nell’occasione il primo disco degli Hefner, Breaking God’s Heart, suonandolo per intero. La qualità musicale è emersa pienamente anche senza la presenza di una band, e in questa veste così essenziale, la forza evocativa dei testi si è espressa al massimo. Da parte loro, i British Sea Power hanno onorato al meglio lo slot di headliner del sabato sera con un set espolosivo, facendo ballare, saltare e cantare tutti i presenti. È stato bello anche vedere Emma Kupa (ex Standard Fare e ora Mammoth Penguins più altri progetti e, da quest’anno, parte del team organizzativo), suonare con i Let’s Whisper, per un set, anche qui, di ottimo livello.
Darren Hayman @ Indietracks Festival 2018: il report di Barto!
Foto di indiehorse
Non è Indietracks senza uno o più ritorni di band storiche dopo molti anni di attività, e quest’anno l’onore è toccato nientemeno a due prodotti della Sarah Records, nell'anno in cui la statunitense Emotional Response ha pubblicato alcune reissue della legendaria etichetta di Bristol e una compilation con canzoni nuove. Sia i Boyracer che gli Even As We Speak si sono fatti assolutamente valere, i primi con la loro proposta senza fronzoli, fatta di canzoni sparate come proiettili ma al cui interno c’è uno studio delle dinamiche non indifferente, e i secondi con la loro particolare ampiezza di idee sotto diversi punti di vista, dal songwiting all’impostazione strumentale. Da quando vado all’Indietracks, non c’è stata alcuna band della vecchia scuola che mi abbia deluso, e anche in questi due casi si è visto chiaramente che l’esperienza, nell’indiepop, è sempre un chiaro valore aggiunto, e non va a discapito dell’energia sul palco.
Insomma, gli anni passano, l’età avanza e impedisce di assistere ai concerti in modo serrato come in passato, ma impone più momenti di riposo, e il meteo non sempre è favorevole, ma l’Indietracks continua a essere un evento imperdibile, e qualcosa mi dice che sempre lo sarà.



martedì 31 luglio 2018

Il nastrone dell'estate 2018

Il nastrone dell'estate 2018 - polaroid.blogspot.com

Nonostante tutto, siamo arrivati alla boa del 31 luglio, nel bel mezzo di questa estate che sembra sempre più surreale, e non per colpa del caldo. Un'estate in cui vedo esibita così tanta violenza e stupidità con così tanta leggerezza che fa spavento. Un'estate che mi lascia sconcertato, sempre più incerto tra il falso e il vero, e in cui mi domando mille volte come fanno così tanti miei simili a preferire, con così tanta convinzione, di essere cattivi, puro e semplice.
Cos'è successo alla nostra cultura e alla nostra vita? Io qui scrivo solo di musica, la musica di una minuscola e sempre più superflua nicchia, oltretutto. Ogni tanto non capisco se continuo a farlo per trovare un riparo, scappando, stringendo una borghesissima coperta di Linus, oppure se continuo a farlo per difendere un'idea che ancora tiene in piedi questa nicchia (un'alternativa, avremmo detto in altre epoche), per un desiderio di coerenza che vorrei ingenuamente vedere più diffusa. Tutto questo, la coerenza, il rifugio, il dubbio, tutto assieme, per me è l'indiepop. Ne ho ancora bisogno.
E quando arriva l'estate e ascolto indiepop, io faccio il nastrone dell'estate, nonostante tutto.
Quest'anno lo trovate ospitato sul mixcloud di NEU Radio di Bologna, un sito/web-radio work in progress che mi pare condivida un po' anche questo spirito, e sono contento che il nastrone sia lì.
Qui c'è il player per lo streaming, più sotto l'intera playlist, e in fondo il link per scaricare il nastrone in mp3. Sta tutto in una C60, in caso vi possa essere utile. Spero che vi piaccia: è solo una scusa per farci gli auguri di buone vacanze come una volta, per sentirsi più vicini per un attimo.





01) Nausea - Sun For You
Il nastrone di quest'estate non poteva che iniziare con una band indonesiana. Magari il fatto che si chiami Nausea forse non suona proprio di buon auspicio, ma alla fine quel che conta è come suona l'indiepop che proviene da là, sempre formidabile. La canzone fa parte di una cassetta in split con gli statunitensi Gingerlys pubblicata dalla Shiny Happy Records.



02) Castlebeat - Wasting Time
"We're lost in time, but let's just keep wasting time": ecco, le vacanze dovrebbero sempre raggiungere esattamente questo livello di espansione.



03) Dentist - Figure-Four
Una canzone che accoglie l'apocalisse con un sorriso, a mio parere, dentro un nastrone estivo ci sta sempre bene. Voglio dire: chi può sapere davvero cosa ci aspetta dall'altra parte di agosto?



04) The Goon Sax - Make Time 4 Love
Qui desideriamo provare a fare un po' più di spazio all'amore, tra chitarre indiepop e forsennati cowbell. Secondo singolo che anticipa il secondo album dei giovani australiani, e anche secondo, inesorabile centro.



05) Primo! - A City Stair
Tre agguerrite fanciulle da Melbourne, già dentro varie band come Terry e Shifters, che sanno come addolcire spigoli post-punk e rendere appuntite gentili melodie twee.



06) Bodega - Gyrate
La "nuova punk band da Brooklyn" che bisogna ascoltare quest'estate sono loro. Il loro debutto Endless Scroll (gran titolo) esce per What's Your Rupture, già una garanzia totale. Hanno di bello che lanciano i loro messaggi senza tanti giri di parole. Questo pezzo, per esempio, suggerisce di abbandonare le inibizioni, anche quando si tratta di, uhm, masturbazione in pubblico.



07) Parquet Courts - Wide Awake! (Danny Krivit Re-Edit)
Anche se sei uno dei dischi più importanti dell'anno non vuole dire che tu non possa far ballare e sudare come se le vacanze non dovessero mai più finire.



08) Peach Kelli Pop - Honey
Una cover rispettosamente punk di una canzone delle Marine Girls (tratta da un disco che "incarna l’estate che ho sempre sognato", per citare Nur) poteva riuscire così bene solo a quell'adorabile e sottovalutato genio di Allie Hanlon, in compagnia delle sue scatenate amiche della spiaggia.



09) Young Scum - Freak Out
«I watch summer die. With a long sigh. I watch it go by. But there you are your hand in my hair. Saying "I don’t care about that". Cause it’s only me and you. It's only me and you.»



10) Smokescreens - Waiting For Summer
Quei giorni sotto il sole d'estate che non dimenticherai mai, sempre in giro con i finestrini abbassati, l'impazienza di quei giorni passati ad aspettare che arrivasse l'estate, e l'estate era quella, bruciava e spingeva e correva, e non la dimenticherai mai.



11) Sweetener - Tryna
Se arriva l'estate e Lorenzo Cook dei nostri cari Petite League ha pubblicato una nuova canzone, allora quella canzone finirà nel mio nastrone estivo "de rigueur". Anche se stavolta è firmata da un nuovo side project solista, quella voce, la formula lo-fi e la felicità della scrittura restano le stesse, e mi conquistano già alla prima nota.



12) Useless Youth - Expectations
Estate, stagione delle attese e delle speranze per eccellenza, anche dal Messico più jangling vengono a ricordarcelo questi giovani Useless Youth, deliziosi e niente affatto "inutili".



13) Summer Magic - Hey!
Potrebbe sembrare una canzone inserita in scaletta solo perché il nome di questa band di Salt Lake City calza a pennello, e un po' è andata così, poi in realtà è rimasta perché dopo il primo ascolto non voleva saperne di andarsene dal mio cervello. Quel suo ritmo ostinato mi ricorda una cover un po' rock Anni Ottanta di With A Girl Like You.



14) Tony Molina - Nothing I Can Say
Non è un nastrone estivo senza un momento Byrds / Teenage Fanclub, e Tony Molina è forse uno degli eredi più apprezzabili di questi suoni, con in più quel suo gusto per istantanee di canzoni che riescono a incantare in appena un minuto.



15) Parsnip - It Couldn't Be True
Nuovo e super estivo inedito molto psycho-yè-yè per le ragazze di Melbourne che hanno scoperto l'impossibile punto di congiunzione tra le Aislers Set e le Slits. A quando l'album?



16) Polyester - Pink
Questi esordienti neozelandesi in realtà suonano del raffinato synth-pop, ma dentro il loro album di debutto puoi sentire anche certi groove Orange Juice (non sarà un caso che una delle canzoni migliori si intitoli Honey). Questa piccola ode al colore rosa, che mi fa tornare in mente i meravigliosi Shermans, contiene un numero di "pa-pa-ra-pa" e "du-du-du" superiore a ogni ragionevole limite e quindi finisce subito in playlist.



17) Alpaca Sports - Summer Days
«I can see the rainbow from the kitchen window / We can do whatever we want, we can go wherever... I just need you / And summer days in the sun...»



18) Saturday Night - Curse Or Blessing
Una canzone che in meno di due minuti riesce a spingere sul dancefloor gli Strokes e i Buzzcocks, con un tiro da lasciarti steso fino all'estate prossima, mentre le voci di lei e di lui si rincorrono tra i versi e i cori, ed è tutto fatto di neon e giacche di pelle power-pop. Un suono all'altezza dell'impegnativo nome che si sono scelti!



19) Setti - Wisconsin
La canzone che qualche settimana fa mi ha fatto pensare: "cavolo, ma devo fare il nastrone estivo anche quest'anno solo per metterci questa!". Ooggi in Italia non c'è nessuno che fa indiepop in italiano come Setti. Sta per arrivare il nuovo album Arto (produzione di Luca "JJ Mazz" Mazzieri e strepitosi arrangiamenti di Luca Lovisetto dei Baseball Gregg) e ne riparleremo a tempo debito. Intanto, per questa estate, "non saremo due astronauti, ma vedrai che qualche stella la vedremo pure noi".



20) The Blank Tapes - Feels Like Summer
Finale languido (sembra qualche ballata di Sonny & The Sunsets, o una cover dei Jesus & Mary Chain fatta dai Velvet Underground di Candy Says), con le onde placide al tramonto, la cassetta nell'autoradio da riavvolgere, "it feels like summer again, and I hope it never ends".





(mp3) Il nastrone dell'estate 2018 di polaroid.blogspot.com