giovedì 16 agosto 2018

Première: The Chills - "Scarred"

Première: The Chills - 'Snow Bound'
The Chills - photo by Gabrielle Devereux

I’m not candy you can sample and discard
You barely scratched my surface and I’m scarred
It’s just too hard


Non so se l'intenzione di Martin Phillipps dietro questi versi fosse, in parte o del tutto, autobiografica, ma certo è che potrebbero sembrare ritagliati apposta per la sua figura - a dire poco fondamentale, non solo per l'indiepop, ma per tutta la storia del rock alternativo degli ultimi trent'anni.
Fondatore e unico costante membro dal 1980 dei neozelandesi The Chills, titolari insieme a una manciata di altre band di casa Flying Nun del classico "Dunedin sound", purtroppo Phillipps non ha sempre raccolto tutto quello che con il suo inesauribile talento di autore è riuscito a seminare in decine e decine di canzoni. La nuova e più recente fase della sua carriera, inaugurata dopo un lungo silenzio con Silver Bullet nel 2015, sembra avergli fatto finalmente lasciare alle spalle problemi di salute, dipendenze e depressione, regalandoci una band come nuova, non solo nella formazione, l'ennesima, ma soprattutto nello spirito e nell'attitudine.
Ora sta per arrivare un nuovo lavoro dei Chills, e a quanto dice lo stesso Phillipps, si tratta di un album "about consolidation, re-grouping, acceptance and mortality", scritto dal punto di vista di un "dysfunctional 50-something wrestling with maturity and discovering that their post-punk DIY beliefs still have a real voice". Davvero non potrei aspettarmi di meglio. Il suono è scintillante, le parole nette, di una sincerità conquistata dopo lunghe battaglie.
I versi qui sopra appartengono a Scarred, contenuta nel prossimo album Snow Bound, in arrivo il 14 settembre su Fire Records, e nuovo meraviglioso singolo che sono onorato di poter presentare oggi in anteprima su queste pagine:




venerdì 3 agosto 2018

And I got this radio on

BODEGA SISTERS

Taggano le loro canzoni come "post-krautrockpopgaze", provengono da Stoccolma, pare che siano in cinque (ma non trovo una loro foto), vari membri facevano parte di altre band a me sconosciute come Gorilla Cult, Haschan Luego, Ave.L e Midvinterblot, e hanno un profilo Instagram con una cinquantina di follower: questo è più o meno tutto quello che sono riuscito a scoprire sui Bodega Sisters, band che mi ha fatto innamorare a prima vista, anzi al primo ascolto.
Il motivo è semplice: da queste loro prime prove, il paragone più forte che mi verrebbe in mente di fare è quello con certi Broken Social Scene. Se ci pensate, all'epoca della loro sua esplosione, il collettivo canadese fu una band formidabile, qualcosa che ti faceva dire "non ho mai visto niente del genere". Eppure non sembra avere lasciato eredi diretti nello scenario musicale contemporaneo. Immagino che sarà questione di cicli e idee che torneranno, ed è anche per questo che oggi mi esaltano così tanto questi Bodega Sisters.
La loro ultima strepitosa canzone si intitola Footnote / Static, è un viaggio di sei minuti super intensi, ed è contenuta in una compilation della label britannica Breakfast Record. Con una voce profonda, un po' National un po' Silver Jews, disegna questo ritratto, che sento un po' anche mio:

My typewriter’s fading
And I got this radio on, out of
Tuned to infrequencies
The static visage of man mirrored in an empty room
Inked in pen




giovedì 2 agosto 2018

Indietracks Festival 2018: il report di Barto!

La settimana scorsa mi rammaricavo del fatto che non avrei potuto partecipare all'Indietracks Festival 2018, ma a cosa servono gli amici se non a farti trovare tra i messaggi una cronaca dell'evento che rende subito la nostalgia meno pesante? Grazie dabbero al Barto (già firma di webzine italiane e titolare del blog Roundmount) e alla sua generosità per questo dettagliatissimo report.

Indietracks Festival 2018: il report di Barto!
Foto di entoni_uk

Polaroid dall'Indietracks Festival 2018 - di Stefano "Barto" Bartolotta

Dodicesima edizione dell’Indietracks, sesta di partecipazione personale. Ormai la rassegna di fine luglio è una sicurezza sotto molti punti di vista: l’atmosfera, l’organizzazione degli orari sui vari palchi sempre ben strutturata e caratterizzata anche dall’agilità necessaria per cambiare gli slot in caso di emergenze logistiche, il buon cibo e la buona birra, la voglia da parte di tutti i presenti di essere il più amichevoli e positivi possibile, e la musica, naturalmente, sempre ben bilanciata tra diversi generi riconducibili all'indiepop e tra veterani consolidati, ritorni di nomi storici e giovani rampanti. Tutto è stato pienamente confermato in questo 2018, nonostante la pioggia abbia creato un po’ di stanchezza supplementare per tutti, che si è notata soprattutto nelle nottate alla campstite disco, molto più calme del solito. Non ha piovuto costantemente, ma il maltempo è stato presente per una parte considerevole del weekend, con punte di autentico diluvio il sabato pomeriggio. In ogni caso, non sono mancate le facce felici, le chiacchiere con gli amici di sempre e le nuove conoscenze, come dev’essere a ogni Indietracks. E non sono mancati magnifici momenti musicali, con i grandi nomi che non hanno tradito e le giovani promesse che si sono fatte valere.
Indietracks Festival 2018: il report di Barto!
Foto di grange85
Purtroppo, le citate emergenze logistiche mi hanno impedito di assistere ai tre concerti del venerdì sera, ma sabato e domenica mi sono goduto diverse ottime prestazioni musicali. I lettori saranno probabilmente curiosi dei nuovi nomi che ho scoperto, e allora inizio subito da loro. Le Ghum provengono da Londra ma in realtà sono nate tutte in posti diversi, compresi Spagna e Brasile, e sono una sorta di versione con meno spinta ma più groove dei Desperate Journalist; i Dream Nails sono anche loro di stanza nella Capitale e si definiscono “punk whitches” e “The Ramones meet Bikini Kill” e, in effetti, il loro bilanciamento tra noise melodia e tra carica e struttura è da ammirare; i Life Model, da Glasgow, nonostante i diversi problemi tecnici, hanno messo in mostra la loro capacità di inserirsi con personalità nella diramazione shoegaze che fa parte dell’evoluzione di questa scena negli ultimi anni. Passando a chi ha debuttato sulla lunga distanza nel 2018, gli Happy Accidents seguono le orme di Martha e Spook School ma non sono dei cloni, mostrando, invece, idee e personalità, mentre le Dream Wife, da Brighton, sono probabilmente il gruppo più bello da vedere del weekend, grazie al carisma e alle qualità da performer della cantante islandese Rakel Mjöll; anche qui, comunque, le idee musicali e l’esecuzione sono ragguardevoli, con un’aggressività ragionata e ben incanalata.
Continuando coi nomi presenti sul circuito da un po’ più di tempo, non posso non citare il mio trio di preferiti del weekend. Le atmosfere uniche realizzate dal pop strumentale delle Haiku Salut, il pop-punk sempre più esplosivo e colorato dei Colour Me Wednesday e le armonie irresistibili degli Smittens mi hanno totalmente rapito, e lo stesso è capitato con tutti coloro che hanno assistito a questi live. Lo stesso si può dire del set in solitaria di Darren Hayman, che ha omaggiato nell’occasione il primo disco degli Hefner, Breaking God’s Heart, suonandolo per intero. La qualità musicale è emersa pienamente anche senza la presenza di una band, e in questa veste così essenziale, la forza evocativa dei testi si è espressa al massimo. Da parte loro, i British Sea Power hanno onorato al meglio lo slot di headliner del sabato sera con un set espolosivo, facendo ballare, saltare e cantare tutti i presenti. È stato bello anche vedere Emma Kupa (ex Standard Fare e ora Mammoth Penguins più altri progetti e, da quest’anno, parte del team organizzativo), suonare con i Let’s Whisper, per un set, anche qui, di ottimo livello.
Darren Hayman @ Indietracks Festival 2018: il report di Barto!
Foto di indiehorse
Non è Indietracks senza uno o più ritorni di band storiche dopo molti anni di attività, e quest’anno l’onore è toccato nientemeno a due prodotti della Sarah Records, nell'anno in cui la statunitense Emotional Response ha pubblicato alcune reissue della legendaria etichetta di Bristol e una compilation con canzoni nuove. Sia i Boyracer che gli Even As We Speak si sono fatti assolutamente valere, i primi con la loro proposta senza fronzoli, fatta di canzoni sparate come proiettili ma al cui interno c’è uno studio delle dinamiche non indifferente, e i secondi con la loro particolare ampiezza di idee sotto diversi punti di vista, dal songwiting all’impostazione strumentale. Da quando vado all’Indietracks, non c’è stata alcuna band della vecchia scuola che mi abbia deluso, e anche in questi due casi si è visto chiaramente che l’esperienza, nell’indiepop, è sempre un chiaro valore aggiunto, e non va a discapito dell’energia sul palco.
Insomma, gli anni passano, l’età avanza e impedisce di assistere ai concerti in modo serrato come in passato, ma impone più momenti di riposo, e il meteo non sempre è favorevole, ma l’Indietracks continua a essere un evento imperdibile, e qualcosa mi dice che sempre lo sarà.



martedì 31 luglio 2018

Il nastrone dell'estate 2018

Il nastrone dell'estate 2018 - polaroid.blogspot.com

Nonostante tutto, siamo arrivati alla boa del 31 luglio, nel bel mezzo di questa estate che sembra sempre più surreale, e non per colpa del caldo. Un'estate in cui vedo esibita così tanta violenza e stupidità con così tanta leggerezza che fa spavento. Un'estate che mi lascia sconcertato, sempre più incerto tra il falso e il vero, e in cui mi domando mille volte come fanno così tanti miei simili a preferire, con così tanta convinzione, di essere cattivi, puro e semplice.
Cos'è successo alla nostra cultura e alla nostra vita? Io qui scrivo solo di musica, la musica di una minuscola e sempre più superflua nicchia, oltretutto. Ogni tanto non capisco se continuo a farlo per trovare un riparo, scappando, stringendo una borghesissima coperta di Linus, oppure se continuo a farlo per difendere un'idea che ancora tiene in piedi questa nicchia (un'alternativa, avremmo detto in altre epoche), per un desiderio di coerenza che vorrei ingenuamente vedere più diffusa. Tutto questo, la coerenza, il rifugio, il dubbio, tutto assieme, per me è l'indiepop. Ne ho ancora bisogno.
E quando arriva l'estate e ascolto indiepop, io faccio il nastrone dell'estate, nonostante tutto.
Quest'anno lo trovate ospitato sul mixcloud di NEU Radio di Bologna, un sito/web-radio work in progress che mi pare condivida un po' anche questo spirito, e sono contento che il nastrone sia lì.
Qui c'è il player per lo streaming, più sotto l'intera playlist, e in fondo il link per scaricare il nastrone in mp3. Sta tutto in una C60, in caso vi possa essere utile. Spero che vi piaccia: è solo una scusa per farci gli auguri di buone vacanze come una volta, per sentirsi più vicini per un attimo.





01) Nausea - Sun For You
Il nastrone di quest'estate non poteva che iniziare con una band indonesiana. Magari il fatto che si chiami Nausea forse non suona proprio di buon auspicio, ma alla fine quel che conta è come suona l'indiepop che proviene da là, sempre formidabile. La canzone fa parte di una cassetta in split con gli statunitensi Gingerlys pubblicata dalla Shiny Happy Records.



02) Castlebeat - Wasting Time
"We're lost in time, but let's just keep wasting time": ecco, le vacanze dovrebbero sempre raggiungere esattamente questo livello di espansione.



03) Dentist - Figure-Four
Una canzone che accoglie l'apocalisse con un sorriso, a mio parere, dentro un nastrone estivo ci sta sempre bene. Voglio dire: chi può sapere davvero cosa ci aspetta dall'altra parte di agosto?



04) The Goon Sax - Make Time 4 Love
Qui desideriamo provare a fare un po' più di spazio all'amore, tra chitarre indiepop e forsennati cowbell. Secondo singolo che anticipa il secondo album dei giovani australiani, e anche secondo, inesorabile centro.



05) Primo! - A City Stair
Tre agguerrite fanciulle da Melbourne, già dentro varie band come Terry e Shifters, che sanno come addolcire spigoli post-punk e rendere appuntite gentili melodie twee.



06) Bodega - Gyrate
La "nuova punk band da Brooklyn" che bisogna ascoltare quest'estate sono loro. Il loro debutto Endless Scroll (gran titolo) esce per What's Your Rupture, già una garanzia totale. Hanno di bello che lanciano i loro messaggi senza tanti giri di parole. Questo pezzo, per esempio, suggerisce di abbandonare le inibizioni, anche quando si tratta di, uhm, masturbazione in pubblico.



07) Parquet Courts - Wide Awake! (Danny Krivit Re-Edit)
Anche se sei uno dei dischi più importanti dell'anno non vuole dire che tu non possa far ballare e sudare come se le vacanze non dovessero mai più finire.



08) Peach Kelli Pop - Honey
Una cover rispettosamente punk di una canzone delle Marine Girls (tratta da un disco che "incarna l’estate che ho sempre sognato", per citare Nur) poteva riuscire così bene solo a quell'adorabile e sottovalutato genio di Allie Hanlon, in compagnia delle sue scatenate amiche della spiaggia.



09) Young Scum - Freak Out
«I watch summer die. With a long sigh. I watch it go by. But there you are your hand in my hair. Saying "I don’t care about that". Cause it’s only me and you. It's only me and you.»



10) Smokescreens - Waiting For Summer
Quei giorni sotto il sole d'estate che non dimenticherai mai, sempre in giro con i finestrini abbassati, l'impazienza di quei giorni passati ad aspettare che arrivasse l'estate, e l'estate era quella, bruciava e spingeva e correva, e non la dimenticherai mai.



11) Sweetener - Tryna
Se arriva l'estate e Lorenzo Cook dei nostri cari Petite League ha pubblicato una nuova canzone, allora quella canzone finirà nel mio nastrone estivo "de rigueur". Anche se stavolta è firmata da un nuovo side project solista, quella voce, la formula lo-fi e la felicità della scrittura restano le stesse, e mi conquistano già alla prima nota.



12) Useless Youth - Expectations
Estate, stagione delle attese e delle speranze per eccellenza, anche dal Messico più jangling vengono a ricordarcelo questi giovani Useless Youth, deliziosi e niente affatto "inutili".



13) Summer Magic - Hey!
Potrebbe sembrare una canzone inserita in scaletta solo perché il nome di questa band di Salt Lake City calza a pennello, e un po' è andata così, poi in realtà è rimasta perché dopo il primo ascolto non voleva saperne di andarsene dal mio cervello. Quel suo ritmo ostinato mi ricorda una cover un po' rock Anni Ottanta di With A Girl Like You.



14) Tony Molina - Nothing I Can Say
Non è un nastrone estivo senza un momento Byrds / Teenage Fanclub, e Tony Molina è forse uno degli eredi più apprezzabili di questi suoni, con in più quel suo gusto per istantanee di canzoni che riescono a incantare in appena un minuto.



15) Parsnip - It Couldn't Be True
Nuovo e super estivo inedito molto psycho-yè-yè per le ragazze di Melbourne che hanno scoperto l'impossibile punto di congiunzione tra le Aislers Set e le Slits. A quando l'album?



16) Polyester - Pink
Questi esordienti neozelandesi in realtà suonano del raffinato synth-pop, ma dentro il loro album di debutto puoi sentire anche certi groove Orange Juice (non sarà un caso che una delle canzoni migliori si intitoli Honey). Questa piccola ode al colore rosa, che mi fa tornare in mente i meravigliosi Shermans, contiene un numero di "pa-pa-ra-pa" e "du-du-du" superiore a ogni ragionevole limite e quindi finisce subito in playlist.



17) Alpaca Sports - Summer Days
«I can see the rainbow from the kitchen window / We can do whatever we want, we can go wherever... I just need you / And summer days in the sun...»



18) Saturday Night - Curse Or Blessing
Una canzone che in meno di due minuti riesce a spingere sul dancefloor gli Strokes e i Buzzcocks, con un tiro da lasciarti steso fino all'estate prossima, mentre le voci di lei e di lui si rincorrono tra i versi e i cori, ed è tutto fatto di neon e giacche di pelle power-pop. Un suono all'altezza dell'impegnativo nome che si sono scelti!



19) Setti - Wisconsin
La canzone che qualche settimana fa mi ha fatto pensare: "cavolo, ma devo fare il nastrone estivo anche quest'anno solo per metterci questa!". Ooggi in Italia non c'è nessuno che fa indiepop in italiano come Setti. Sta per arrivare il nuovo album Arto (produzione di Luca "JJ Mazz" Mazzieri e strepitosi arrangiamenti di Luca Lovisetto dei Baseball Gregg) e ne riparleremo a tempo debito. Intanto, per questa estate, "non saremo due astronauti, ma vedrai che qualche stella la vedremo pure noi".



20) The Blank Tapes - Feels Like Summer
Finale languido (sembra qualche ballata di Sonny & The Sunsets, o una cover dei Jesus & Mary Chain fatta dai Velvet Underground di Candy Says), con le onde placide al tramonto, la cassetta nell'autoradio da riavvolgere, "it feels like summer again, and I hope it never ends".





(mp3) Il nastrone dell'estate 2018 di polaroid.blogspot.com

venerdì 27 luglio 2018

And the tapes were a way to her heart

THE FORTUNA POP! ALL-STARS -  You Can Hide Your Love Forever

L'anno scorso ho partecipato al "Twenty Years Of Trouble", il weekend di concerti con cui l'etichetta Fortuna POP! ci diceva purtroppo addio. Tra i tanti momenti in cui non sapevi se ridere o se lasciare scendere due lacrime dagli occhi (per la riconoscenza, per la storia di quelle band, per la bellezza di rendersi conto di avere così tanti ricordi legati a tutte quelle canzoni), come per esempio il fenomenale concerto dei riformati Bearsuit in cui il set veniva trasformato in un Pronto Soccorso e il boss Sean Price arrivava svenuto in barella, o il gran finale della serata, in cui tutte le band insieme sul palco regalavano a Sean il classico orologio da "impiegato che va in pensione" (mentre David Feck lì accanto gridava "You bastard! Now who's going to release my records?"), c'era sempre un pensiero che continuava a tornarmi in mente: i Comet Gain suoneranno You Can Hide Your Love Forever oppure no? E in caso, questa volta quale maniera inventeranno per farla a pezzi?
Com'è ovvio, nella sgangherata storia dell'indiepop esistono molteplici "inni nazionali", tutti a loro modo rappresentativi di questa piccola scena. Ognuno di voi, quattro cardigan di seconda mano che ancora leggete questo blog, ne potrebbe suggerire tantissimi: da Fuck Me I'm Twee a I'm In Love With A Girl Who Doesn't Know I Exist, da Falling And Laughing a Maple Leaves, e così via. Anzi, l'indiepop è proprio un genere che in qualche modo vive, e trova ciclicamente nuova linfa, attraverso questi inni. Per quanto mi riguarda, in questo ipotetico "nastrone definitivo" un posto speciale dovrebbe averlo You Can Hide Your Love Forever: la storia perfetta per una canzone in bianco e nero, le chitarre slabbrate ma piene d'amore, la voce combattiva e il ritmo trascinante, eppure quel finale perdente che risolve tutto in una ostinata malinconia.
Quella sera non la suonarono. Un po' ci rimasi male, ma un po' gli fui anche grato, perché poteva sembrare che in qualche modo non volessero toccare il ricordo di quella canzone davvero unica. Era come se la Fortuna POP!, proprio come una delle tante storie dentro le canzoni indiepop dei suoi dischi, se ne andasse senza concederti fino in fondo quella soddisfazione che sarebbe stato così semplice afferrare.
Oggi, a oltre un anno di distanza dalla "chiusura definitiva" dell'etichetta, e dopo un paio di uscite postume, a sorpresa è arrivato un ultimo, lunghissimo addio, e un parziale risarcimento di quella notte londinese, in forma di 45 giri verde brillante. La conclusiva e tardiva uscita del Singles Club ha finalmente visto la luce, ed è una clamorosa cover di You Can Hide Your Love Forever realizzata collettivamente dai Fortuna POP! All-Star, anzi, per la precisione "a Band Aid-style cover version":
Over twenty bands contributed, with the music recorded by a crack band featuring Amos Memon of Fanfarlo (drums), Emma Kupa of Mammoth Penguins (bass), Laura Kovic of Tigercats (keys) and Paul Rains of Allo Darlin’, Ben Phillipson of Comet Gain and Sam Ayres of Flowers (all guitar) at Soup Studios in London. Mikey Collins of Allo Darlin’ then recorded percussion at Big Jelly studios in Ramsgate, and The Victorian Horns aka Gary Olson (trumpet) and Kyle Forrester (sax) of The Ladybug Transistor put down their brass parts at Gary’s Marlborough Farms Studio in New York.

Vocals were recorded in various studios and kitchens around the world, with Amelia Fletcher of Tender Trap, Daniel Ellis of Martha, Lan McArdle and Owen Williams of Joanna Gruesome, Adam Todd of The Spook School, Bill Botting and Elizabeth Morris of Allo Darlin’, Jeff Greene and Dan Greene of The Butterflies Of Love, Lisa Horton and Iain Ross of Bearsuit, Katherine Whitaker of Evans The Death, Silvi Wersing from Chorusgirl, Helen King of Shrag, Rachel Kenedy of Flowers, Pete Dale of Milky Wimpshake, Darren Hayman, Pete Astor and Simon Love all contributing. Giles Barrett at Soup Studios then made sense of it all and mixed the track.
Ho voluto ricopiare questa parte del comunicato così, per intero: è davvero un cast fuori del comune. Se You Can Hide... è un inno, questo elenco è la formazione di una nazionale leggendaria, in cui passato e presente si mescolano e si abbracciano. Un po' come succede sempre nelle canzoni indiepop più belle, quelle che ci fanno venire ancora gli occhi lucidi, anche nelle versioni più sgangherate, anche dopo tutti questi anni, proprio come questa:

giovedì 26 luglio 2018

"I've missed the train": 9 band che mi dispiacerà perdere all'Indietracks Festival 2018

INDIETRACKS FESTIVAL 2018

In questi undici anni dalla sua prima edizione, ho raccontato l'Indietracks Festival un sacco di volte: su siti che non esistono più, come Vitaminic o Rolling Stone, attraverso una quantità di speciali alla radio, e perfino sulle pagine di una storica rivista come Rockerilla. Quest'anno me lo perderò e devo dire che mi dispiace parecchio, perché l'Indietracks - come scrive un'intervista a uno degli organizzatori, Andy Hudson - resta ancora "the Mecca of the indie pop community".
La line-up di quest'anno (che ovviamente non trascura il gender balance) è come sempre suddivisa in maniera abbastanza equilibrata tra alcuni veterani della scena, come British Sea Power, Darren Hayman e Gwenno, qualche nome hype più recente (quest'anno Anna Burch, Girl Ray e Amber Arcades, tra gli altri), qualche immancabile reunion (Even As We Speak e Boyracer, direttamente dal catalogo Sarah!), e poi un'infinità di band che non hai mai sentito prima, più o meno giovani, che magari suoneranno all'inizio del pomeriggio, nella chiesetta di legno davanti a trenta persone. Ecco, io vivo per quei concerti lì, e buona parte dell'emozione di andare all'Indietracks resta ancora la pura e semplice scoperta.
Quindi oggi, per combattere la malinconia che mi sta salendo in vista del weekend mancato nel Derbyshire, vi ho preparato una piccola playlist che tralascia i nomi più noti o prevedibili (Spinning Coin, Mikey Collins, Tigercats, Eureka California...) e raccoglie alcune di queste nuove band "da segnare in agenda", con le canzoni tratte dalla compilation di presentazione del festival 2018.


 All Ashore! - Perfect Pop Song
▶️ Gli All Ashore sono un collettivo di Sheffield che riunisce componenti di una miriade di band locali come Velodrome 2000, Bouquet, Plouf!, Hello How Are You?, The Parallelograms, The Ape Drape Escape, The Penny Licks, The Millipedes e chissà quante altre. Direi che è già un perfetto pedigree da polaroid. In occasione dell'ultimo Record Store Day hanno pubblicato un singolo in split con i Thee Mightees, altra nostra vecchia conoscenza, uscito in collaborazione tra Delicious Clam e Don't Miss The Boat Records. Il loro suono mi sembra li possa avvicinare ai 14 Iced Bears e ai Bearsuit, per darvi idea di una certa loro esuberanza. Hanno anche aggiunto "C86" al loro indirizzo su Facebook, direi che sono già imperdibili.
[Domenica alle 13.20 - Church stage]




HAPPY ACCIDENTS
▶️ Gli Happy Accidents mi sono sembrati subito il classico gruppo UK che mescola indiepop e rumore in maniera molto sicura e sfrontata, e piaceranno ai fan di un'altra band che all'Indietracks è di casa, ovvero i Martha (il cui side project Onsind quest'anno è di nuovo in cartellone). Nell'ultimo disco Everything But The Here And Now - prodotto da Matthew 'MJ' Johnson degli Hookworms - la batterista Phoebe Cross spesso prende il posto del chitarrista Rich Mandell alla voce, e questo rende la formula ancora più divertente. Dal vivo sicuramente riusciranno a essere ancora più carichi che su disco, mi scende una piccola lacrima da lontano.
[Sabato alle 15 - Indoor stage]




Ex​-​Vöid
▶️ Gli Ex​-​Vöid sono il nuovo gruppo di Alanna McArdle e Owen Williams dei Joanna Gruesome. Intorno a loro ruotano musicisti provenienti da Playlounge, Keel Her e Garden Centre, per cui aspettatevi un suono abbastanza ruvido e aggressivo. Non per niente il loro primo singolo è uscito sulla Don Giovanni Records, già casa di Bat Fangs e Screaming Females, giusto per citare due nomi nel ricco catalogo. Quello che rende gli Ex-Vöid ancora più interessanti sono quei momenti in cui si aprono squarci melodici, quasi Teenage Fanclub o Grandaddy. Piccola curiosità: "The name is influenced partly by The Raincoats song The Void, Black Sabbath's Into The Void and the punk band Void". Direi che l'assortimento delle ispirazioni rende già indispensabile il loro set.
[Sabato alle 14 - Indoor stage]




Marble Season
▶️ Da Liverpool, Hollie Marie Smith e Ashley Askin (già nei Red Shoe Diaries) hanno fondato i Marble Season per suonare musica "che li distraesse dal desiderio di prendersi un cane". Ok, a parte questo, Modern Fear, la canzone che me li ha fatti conoscere, parte come AM 180 dei Grandaddy (ancora!) e me li fa stare subito molto simpatici. A giudicare dalle facce e dagli altri demo su Soundcloud, mi aspetto un bel live a bassa fedeltà e altissima felicità, con momenti Flaming Lips e palloncini colorati a profusione.
[Sabato alle 17.20 - Church stage]




MELENAS
▶️ Quattro ragazze che suonano un garage rock dai colori caldi e psichedelici, adatto a un mixtape con dentro Allah-Las o La Luz: le Melenas provengono da Pamplona e tra le tag sotto il loro album d'esordio aggiungono "reverbcore": adorabile. Le loro melodie si distendono con molta calma, lasciando che la musica fluisca e culli senza strappi. Le ragazze sono appena all'inizio della loro carriera ma quest'anno sono già passate al SXSW e in futuro potrebbero regalarci belle sorprese.
[Sabato alle 8.30 - Church stage]



PANIC POCKET
▶️ Certe biografie sembrano fatte apposta per finire nel programma dell'Indietracks. Duo synth e chitarra nato per partecipare a un festival di esordienti, Sophie e Nathalie scrivono canzoni nella loro cameretta, tra una maratona di Sex & The City e l'altra. Abitano a Londra, si fanno chiamare Panic Pocket e cantano "songs about the life-changing magic of female friendship, and the perils of online dating", insomma tutte quelle piccole istantanee di vita quotidiana in forma di twee a bassa fedeltà di cui non ci stancheremo mai.
[Sabato alle 13.30 - Train stage]




Rebecka Reinhard
▶️ Per la quota svedese, abbiamo la cantautrice originaria di Stoccolma Rebecka Reinhard, che si muove tra composizioni super intime voce e chitarra, e un set completo con la band. Ha una voce dolcissima, e vi piacerà di certo se già apprezzate le canzoni più delicate di nomi come Adult Mom, Lucy Dacus o Eskimeaux. Per quanto mi riguarda, mi ha conquistato alla prima nota, con quegli arpecci sulla drum machine, mentre leggevo la definizione che si è data su Bandcamp: "dream-state inducing indie folk pop with the ability to break your heart".
[Domenica alle 4.30 - Train stage]




Tugboat Captain
▶️ L'indiepop suonato dai Tugboat Captain è quello che sfuma spesso verso il folk, con una strumentazione ricca e mutevole (banjo, fisarmonica, violini...) che riempie la loro scrittura di un sacco di colori. Non per niente il loro ultimo album Everybody Seems To Think That I'm A Raincloud conta addirittura 21 canzoni. Per me che ero un grande fan dei primi Fanfarlo o dei Leisure Society, questo sarebbe un concerto da non perdere.
[Sabato alle 3.20 - Church stage]




WORST PLACE
▶️ Quel bel dream pop assolato pieno di fuzz che fa battere il cuore a noi fan di Alvvays, Sea Pinks e Hater: ecco il territorio in cui sembrano trovarsi del tutto a loro agio i londinesi Worst Place, guidati dalla voce scintillante di Amy Bache. Sono assieme dal 2016 ma sul loro Soundcloud c'è appena una manciata di canzoni, ragione in più per non lasciarseli scappare dal vivo.
[Venerdì alle 7.30 - Outdoor stage]


martedì 24 luglio 2018

"Noi che a Milano ci andiamo per la moda e la radio" (3)

MUSICA PER APERITWEEVI N.2 INDIEPOP POSTER

Qualche settimana fa sono tornato a mettere un po' di dischi a Radio Raheem e mi sono accorto che su queste pagine non vi avevo ancora propinato il piccolo set. Eccolo qui sotto, con player Mixcloud e scaletta. È sempre molto divertente innestare un'oretta della musica di questo blog nella altrimenti raffinata e impeccabile scaletta di Raheem, e vedere cosa succede quando Milano si trova alle prese con "una completa e immersiva indiepop experience".
MUSICA PER APERITWEEVI N.2 INDIEPOP FANZINEAnche questa volta, con la scusa del dj set, insieme a un po' di amici che ringrazio davvero di cuore (Nur, Valeria, Andrea, Luca e Salvatore: quanti giri a banco vi devo ormai?), ho messo assieme un nuovo numero di una piccola fanzine chiamata "Musica Per AperiTweevi". La fanzine non è online, ma nel paginone centrale c'è un'illustrazione troppo bella e a cui tengo troppo per non regalarla anche su polaroid. Scaricate l'immagine qui sopra e stampatela in A3: avrete un meraviglioso poster indiepop da colorare, la risposta twee a quegli Indie Rock Coloring Book degli Anni Zero, indispensabili accessori degli hipster che furono.
Anche se suppongo alcuni versi di canzoni suggeriti da me siano fin troppo palesi, il disegno è opera della paziente Claudia Ferrario, autrice delle copertine delle fanzine (e anche a lei tutta la mia riconoscenza!). Sul suo tumblr c'è anche un contatto email: per esempio, potreste mandarle le foto dei poster colorati da voi. Vedi quest'estate come polaroid ti svolta i passatempi per le vacanze!



01 - Saturday Looks Good To Me - Sunglasses
02 - Architecture In Helsinki - It's 5
03 - Lovers Without Borders - Detective
04 - Jens Lekman - A Sweet Summer Night On Hammer Hill
05 - Allo Darlin' - Polaroid Song
06 - Shimmering Stars - Greyhound Romance
07 - Action Painting! - These Things Happen
08 - Crescendo - Pressure (feat. Frankie Soto)
09 - Cave Cat - Deception
10 - The Beths - Future Me Hates Me
11 - Tres Oui - Looking For
12 - The Frenchmen - Hey Amelia
13 - Comet Gain - She Never Understood
14 - Heavenly - Wrap My Arms Around Him
15 - Lost Tapes - Chances
16 - Say Sue Me - But I Like You
17 - Trick Mammoth - Baltimore
18 - All Girl Summer Fun Band - Later Operator

sabato 21 luglio 2018

I'm used to yesterday, some things we used to say

Smokescreens - Used To Yesterday

Su YouTube, il primo commento sotto al nuovo video di Waiting For Summer degli Smokescreens dice soltanto: "That Dunedin feeling: well done!". Ecco, in tre parole, una recensione imbattibile. Sta tutto lì, in quel feeling, ancora prima che nel famoso "sound" di Dunedin, il cuore del nuovo meraviglioso album della band di Los Angeles. Used To Yesterday riesce a portarti via prima che tu riesca a ragionarci troppo. Con le sue atmosfere Anni Ottanta, quelle chitarre che sanno muoversi con totale naturalezza tra power pop e riff più jangling, con l'urgenza delle sue melodie e dei suoi cori, e con quei frugali innesti di synth, potresti davvero credere di avere per le mani qualche prezioso reperto Flying Nun. Rispetto all'album di debutto mi sembra che il quartetto, fondato da Corey Cunningham dei nostri amati Terry Malts insieme a Chris Rosi dei Plateaus, abbia smussato certe asprezze: anche i pezzi più scatenati come The Lost Song o il singolo Someone New sono meno abrasivi, e alcune delle mie canzoni preferite in scaletta sono delle ballate, come la malinconica Buddy, l'epico finale alla REM Falling Down, o il palese omaggio ai Velvet Underground che è Fool Me. Merito probabilmente del lavoro di produzione di Kyle Mullarky, l'uomo dietro al suono degli Allah-Las, ma anche del cambio di formazione, che ha visto arrivare il batterista Brice Bradley e la bassista Jenny Moffett. Quest'ultima aggiunge anche la propria voce in un paio di tracce, e con ottimi risultati. Insomma, se eravamo "used to yesterday" e alle uscite infallibili di casa Slumberland, questo nuovo disco degli Smokescreens, opportunamente uscito nel bel mezzo dell'estate, è la migliore conferma che poteva arrivarci.



giovedì 19 luglio 2018

Promise it won’t happen again. Until it does.

YOUNG SCUM

I forgot to make your mixtape
Now these songs are floating around you
They mean something
I just don’t know what

Quanto è presuntuosa l’arte di perdere tempo: come se potessi perdere davvero ciò che non fa altro che sfuggirti dalle mani. Quanta presunzione a vent’anni, e ancora di più quando comincia la discesa nella seconda metà dei venti. “Was I naive to think at 25 I’d have, at least, one thing figured out?” cantano gli Young Scum nella canzone che apre il loro album d’esordio, e la risposta non può che essere: “without a doubt”. Il leitmotiv del disco è proprio il continuo rimbalzare tra lo sconforto per tutto il tempo sprecato e l’incapacità di reagire; una timidezza e un abbandono che finiscono per farci perdere ulteriore tempo. Il tempo che ti scorre addosso, e quel sottile piacere nel non far nulla per trattenerlo, per potersi così trovare nella posizione, tutto sommato conveniente, di dire “Another year I’m still the same / Another year’s worth of bad days”.
L’amore secondo la band di Richmond, Virginia, è una variabile di difficile interpretazione: a volte ci salva e ci porta via da tutto questo (“If I’m with you it doesn't matter / Weekends on our own / We turn off our phones”), altre volte rappresenta il colpo di grazia del rimpianto (“I never thought I’d kiss you / Now I miss you all the time”). Restano sempre sullo sfondo, quasi mai affrontate davvero, certe differenze, certi gesti che sembrano tagliarci fuori proprio da quelli che vorremmo più vicini: “I scroll to remember, you scroll to forget”.
La voce morbida di Chris Smith ha esattamente quel colore da fine domenica pomeriggio, quando il senso del dovere torna a presentarci il conto di tutta la nostra inadeguatezza. Ma una cosa che mi piace molto degli Young Scum è che a contrastare tutta questa inarrestabile ansia arrivano chitarre scintillanti e agrodolci, al servizio di una scrittura degna delle migliori uscite di Lucksmiths, Field Mice o Brighter, per darvi un’idea delle atmosfere. Insomma jangle pop di primissima qualità.
Era davvero tutto tempo sprecato, se ti ha fatto scrivere musica come questa?

[in cassetta su Citrus City, vinile su Pretty Olivia]

martedì 17 luglio 2018

"I know, I know I can be a bit much" - intervista a Elsa Lester

ELSA LESTER

Il mese scorso, nella periodica rassegna di nuove uscite indiepop, vi avevo già confessato di essermi innamorato di Elsa Lester e del suo EP Dinner Party, una raccolta dal carattere esuberante e spigliato di deliziose canzoni "da cameretta". Elsa, il cui vero nome è Lisa van Kampen, si presenta "as DIY as one can be", ma dato che in giro non si trovavano molte altre informazioni su di lei, mi è venuta voglia di scriverle direttamente, e lei si è dimostrata gentilissima e paziente nonostante il mio inglese amatoriale. Poi, come spesso succede in queste piccole interviste via email, da quel leggero sfasamento tra domande e risposte a distanza saltano fuori delle sorprese interessanti, tipo quando io sbaglio completamente riferimenti musicali e così lei mi parla dei suoi dischi preferiti (citando anche i Petite League!). Elsa Lester è una delle rivelazioni indiepop dell'anno, Dinnner Party sarà una delle colonne sonore dell'estate di questo blog, ma io non vedo già l'ora di sentire cosa la giovane cantautrice olandese saprà regalarci in futuro.
Dinner Party è disponibile anche in cassetta via Z Tapes.

* * *

Hi Elsa, when did you start making music and how?
I started making music when I was 7. I started with piano, had lessons for 8,5 years, picked up the guitar when I was 13, picked up bass guitar and cello when I was 19. So I’ve been making a lot of music for 16 years now.
I always wanted to be a musician and write my own songs so I started doing that when I was around 20 years old. The first proper song that I wrote was Happy Hollywood and two months later I released my second proper song Lemonade. That’s when I really started working on my music.
I was in one other band before Elsa Lester. We were called Until We Fall and played metalcore/hardcore. It was fun but we were not at all a serious band. Three of them actually play in my band now.

Did you play all the instruments on the album and EP?
Kind of. I played and sang everything except for the drums, I used software for that. I have my own band that play with me during shows.

ELSA LESTER
The first thing I read about you was “The Netherlands’ version of Courtney Barnett”: do you think it is fair to your writing and your idea of music? Or did you feel it was lazy and an easy comparison because you are both girls with a guitar?
I take it as a big compliment. I haven’t been listening to Courtney Barnett for a long time but I recently bought her entire discography and saw her live a couple of weeks ago and boy, she’s good. I love her music. But I do understand where you’re coming from. I think people tend to compare musicians to each other when they have the same gender. Now that you’ve mentioned it, people always compare my music to other female artists like Liz Phair and Frankie Cosmos. Never noticed it, until now.



It seems to me that the sound on the new EP is a bit more indiepop than Stress Relief. Would you say this is correct? If so, what has changed in the meantime, other than the name of the project.
Yeah, I changed my artist name a couple of months ago from Great Profile to Elsa Lester because I didn’t want to have a ‘band name’ as my artist name. People were always confused when I told them that Great Profile was just me. The music also changed a little bit because I wanted to write more rock songs and not the poppy songs like True Blue, Indigo, and I Didn’t Wanna Meet You. I mean, I still like those songs and we still play them live but I love rock music more.

Beside Courtney Barnett, I would list different comparisons for Dinner Party, for example Lois, Tiger Trap, Flatmates, Vaselines and maybe also All Girl Summer Fun Band. Do you like some of them? What are your favorite indie pop records?
I don’t know any of them, haha! Some of my favorite indie pop/rock records are: Down In Heaven by Twin Peaks, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit by Courtney Barnett, Boronia by Hockey Dad, Slugger by Petite League, Sad Boys by Surf Curse, and Next Thing by Frankie Cosmos.

ELSA LESTER - DINNER PARTY
In Somewhere you sing "You make my heart feel like a joke": I think it's a great line to describe the way people sometimes make you feel when you passionately talk about indiepop and they just don't have a clue: but what the song is actually about?
That’s funny! I totally get what you’re talking about. I like a lot of smaller bands and I can’t share that passion with anyone and it totally sucks! A lot of people don’t get my music taste haha. That’s why I always go to shows alone.
Somewhere is actually about me trying to escape a toxic relationship that I was in with a guy for three years. I wanted to leave because he was an asshole, did a lot of bad things, and made me feel like total shit 24/7 but I couldn’t for some reason. People who have been in that kind of relationship know what I’m talking about. The other one makes you feel like they are the only important thing in your life that’s left and you are so dependent on them. A lot of mixed feelings are described in this song.
Somewhere is part 2 of two songs that I wrote about this relationship. This song is written from my (a female) perspective) while Say No, part 1, is written from my ex’s (a male) perspective.



Is there a main or recurring theme on the new record? What is the inspiration behind the lyrics?
I’d say, and this is super cliché, but love is definitely a main theme on the record, whether it’s good, bad, or unrequited love. I guess the only interesting things that happen in my life are about love, and I have a shitty love life hahah!

Why did you choose to release the EP on cassette? A recent article on The Quietus celebrated the uncool CD format: cheaper, with a lower environmental impact and extremely DIY. Do you have an opinion about "the return of vinyl"?
I like cassettes. I think they look cool because they’re so small and it’s super retro. I released Stress Relief on CD but I think CD’s are old fashioned now. Vinyl is the most popular but it sucks that it’s so expensive. I have a couple of records on vinyl but I only buy vinyl when I really really like the record and I know that I’ll listen to it often. I hope to release my music on colored vinyl some day, already looking forward to it!



venerdì 13 luglio 2018

I thought I wanted to be up high

FANCLUB - LEAVES

"I started a new band because I'm basically having a midlife crisis": non ci credo ma suona bene. Chi ricorda i Letting Up Despite Great Faults sarà felice di sapere che Mike Lee e Daniel Schmidt, ovvero due terzi di quella formazione, ora hanno messo in moto un nuovo progetto. Si chiamano semplicemente Fanclub, fanno base a Austin e vedono alla voce Leslie Crunkilton, già nei texani Dizzease (che avevano bei colori molto All Girl Summer Fun Band).
Con fin troppa modestia i Fanclub si definiscono "indiepop that probs sounds like everything else", ma in effetti a giudicare dal primo singolo Leaves, sembra che tutti i riferimenti che avevamo a cuore siano ancora lì: Postal Service, The Radio Dept., Figurine, sfumature shoegaze a fare da cornice a un bedroom pop sintetico e scintillante. Se "everything else" suonasse sempre così io sarie felice. Intanto godiamoci questo esordio e aspettiamo il resto.
Come spiega la Crunkilton, "Leaves is about the process of figuring out how to keep myself grounded when things are particularly tumultuous":

mercoledì 11 luglio 2018

"Collectivism and autonomy are not mutually exclusive"

PARQUET COURTS - WIDE AWAKE

In un’epoca disperata, in cui anche i più arroganti articoli sulla morte dell’indie rock sono ormai estinti, Wide Awake, il nuovo disco dei Parquet Courts è stato una botta di adrenalina iniettata direttamente nel nostro vecchio cuore post-punk con un gesto tanto deciso e perentorio quanto ingegnoso e acuto.
Soprattutto è un disco che dell’epoca disperata in cui esce parla senza timori o esitazioni. Pieno di dubbi e dilemmi, questo sì (“Allow me to ponder the role I play / In this pornographic spectacle of black death / At once a solution and a problem” – canta Violence), ma determinato a passarli in rassegna uno per uno, e a sbatterceli in faccia, insieme alle sue e alle nostre contraddizioni.
We are conductors of sound, heat and energy
And I bet that you thought you had us figured out from the start

Sono i due versi con cui si apre l'album, e a dire il vero, se c’era qualcosa che mi aspettavo “from the start” da questo nuovo lavoro del quartetto di Brooklyn, erano proprio testi come questo: l’ermetismo iper-analitico e frenetico, ma al tempo stesso combattivo e denso di proclami, di Andrew Savage è una delle cose più esaltanti successe nella musica di questi ultimi anni. Quanto vorrei che nel loro deludente merchandising ci fosse una maglietta con "Collectivism and autonomy are not mutually exclusive".
Che stiano parlando di estinzione del genere umano (Before The Water Gets Too High), dell’indifferenza che abbiamo imparato a mantenere quando entriamo in contatto con la povertà (NYC Observation) o della lunga e faticosa elaborazione di un sentimento di lutto (Death Will Bring Change, dedicata alla sorella, con un devastante coro di bambini che ripete il titolo quasi con allegria), il messaggio dei Parquet Courts punta a dissezionare quello che diamo per scontato nella nostra società, quello che siamo costretti a credere e quello che ci fa comodo credere. E non manca mai di sottolineare il dolore che ci trafigge in maniera costante, forse l'unica cosa di cui possiamo essere sempre sicuri, insieme all'ossessione per il profitto in cui siamo immersi.
Lately I’ve been curious, wondering
Do I pass the Turing test? Do I think?
I’m not sure I wanna know

E poi c’è il suono, o per meglio dire: i suoni. I Parquet Courts sono maestri nel gestire un assortimento di influenze e riferimenti e a tirarli fuori di volta in volta, secondo lo scopo, con cambi fulminei da una canzone all’altra, o anche all’interno della stessa traccia, con scarti di tempi che mi lasciano steso (vedi qui Almost Had to Start a Fight/In and Out of Patience oppure Total Football). A questo giro buttano nell'impasto qualche ritmo dub e reggae in più rispetto al passato (Back To Earth), e qualche frugale ornamento di tastiere, grazie probabilmente all'inattesa collaborazione con Brian Burton aka Danger Mouse nel ruolo di produttore. Ma per il resto c'è tanto dei ruvidi e potenti Parquet Courts che amiamo da sempre, e che ogni volta riesce incredibilmente a sembrare ancora più a fuoco e ancora più nitido: Wire, Minutemen, Devo, Talking Heads, aggiungiamo anche i Liquid Liquid nella danzereccia e travolgente title-track. Come questi ragazzi riescano a reggere il passo della loro iper-prolifica discografia, date queste premesse, è un miracolo.
I’ve learned how not to miss the age of tenderness
That I am so lucky to have seen once
And now that I’ve become older I’ve learned how to brush over
My history and how it’s sequenced

Ma è questo per me il vero miracolo: la sicurezza, la compiutezza di un gesto elegante e al tempo stesso netto e severo, da grande autore mi viene da dire, come se questo disco fosse un romanzo, con cui i Parquet Courts legano la canzone più toccante e personale in scaletta (Freebird II - in cui Savage racconta il rapporto con la madre tossica e allo sbando) con il finale del disco, la quasi scanzonata Tenderness (che a me fa venire in mente, non so perché, addirittura i Doors): "I can’t count how many times I’ve been outdone by nihilism / Joined the march that splits an open heart into a schism". Eppure, alla fine, come un "junkie going cold / I need the fix of a little tenderness". Ed è proprio lì, nonostante tutto, che gli intransigenti Parquet Courts ti dicono che riescono a ritrovare l'umanità in questi tempi disumani, a cantare una speranza sfatta e a brandelli, ma ancora viva, e io penso che sia una cosa davvero grandiosa e bellissima.

(mp3) Parquet Courts - Total Football

domenica 8 luglio 2018

Flyin' Zebra live @ polaroid!

Flyin' Zebra live @ polaroid!

Lunedì ho concluso la diciassettesima stagione di "polaroid - un blog alla radio" e per l'ultima puntata ho avuto in regalo un bel live in studio. Non ne facevo da un sacco (è stata un'annata anche un po' pigra e distratta, lo so), e sono tornati a trovarmi i Flyin’ Zebra, che tra l'altro hanno da poco fuori il nuovo EP Death By Shaokao e un nuovo video allucinogeno. Era quello che ci voleva: dentro il loro suono puoi perderti ma anche riprenderti di colpo, e mi piace l'equilibrio che sanno trovare - sopratutto nei concerti - tra le influenze più apertamente psichedeliche e la voglia di spingere sul puro rock'n'roll. È stato un "season finale" tonificante e, nonostante i brindisi con le birrette ormai tiepide, mi ha dato una bella carica per ritornare in onda dopo le vacanze.
Qui trovate il podcast dell'intera ultima puntata, mentre qui sotto le canzoni che i regaz ci hanno regalato dal vivo:

Flyin' Zebra
live @ "polaroid - un blog alla radio" 2018/07/02


- Head Rush
- Talkin' About Food With Timothy Leary
- Dakota


sabato 7 luglio 2018

"Metric alone fails to tell the whole story"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

Bodega

▶️ «I think part of the reason the media was so happy to embrace Spotify is rooted in a distrust of the label system. For an older generation, record labels were the music industry’s primary boogie men: dressed in suits and digging their grubby hands into artist’s pockets and master tapes. Implicit in the charge that labels need to get with the program and join Spotify is the assumption that Spotify would, in the parlance of Silicon Valley, disrupt the major label system. The most optimistic view is that this disruption would ultimately benefit artists looking to get their music in front of the biggest audience possible. It didn’t quite work out that way. The streaming revolution didn’t disrupt the major label system, it fortified it»: "Editors’ Choice: Stream Bloody Gore" su Invisible Oranges (webzine che non conoscevo, anche perché parla di heavy metal).

▶️ E già che stiamo parlando di streaming, un interessante approfondimento su Billboard: "Millions of Followers? Yes, But Some Top Spotify Playlists Fall Short on Engagement" (articolo che si scontra un po' con la vaghezza di certe metriche intorno alla piattaforma).

▶️ La storica etichetta indiepop Slumberland Records sta per compiere trent'anni e lancia la SLR30 Singles Subscription Series, un classico "singles club" che promette di essere molto ricco, con tredici 45 inediti, esclusivi e a tiratura limitata, da qui a dicembre 2019. In programma band come Dolly Dream (con Meg Remy di U.S. Girls), Wildhoney, Pale Lights, Failed Flowers (Anna Burch insieme a Fred Thomas dei Saturday Looks Good To Me), solo per citare alcune di quelle già annunciate. Ovviamente si parla già di "exclusive color vinyl pressings, fun goodies throughout the series, and finally a bonus single at the conclusion of the subscription that will not be available elsewhere", mentre sono previste diverse soluzioni per le spedizioni (non proprio economiche). Aprono la serie i Rat Columns, che ci regalano anche la canzone che fa da antipasto a tutto il progetto, Sometimes We're Friends:



▶️ "Discover an Archive of Taped New York City-Area Punk & Indie Concerts from the 80s and 90s: The Pixies, Sonic Youth, The Replacements & Many More" (una vera miniera, ad avere qualche settimana di tempo).

▶️ Se invece avete soltanto una mezz'oretta, su BBC Radio4 si può ascoltare un documentario su Aphex Twin curato da John Doran, già editor di The Quietus.

▶️ A proposito della webzine britannica, "A Man Escaped: The Style Council’s Confessions Of A Pop Group 30 Years On": The Quietus riconsidera (e a ragione) uno degli album meno fortunati della carriera di Paul Weller.

▶️ I redivivi Essex Green sono tornati dopo più di dieci anni con un nuovo album (su Merge Records) intitolato Hardly Electronic e Louder Than War li ha intervistati (l'intervista, diciamolo, non è delle più memorabili, ma è già così raro trovare un po' di approfondimenti dedicati all'indiepop che ci accontentiamo).

▶️ "So many female artists get shunted to the side and it's tragic": Drowned In Sound qualche giorno fa ha pubblicato una bella intervista a Tanya Donelly delle storiche Belly (che da poco hanno pubblicato un nuovo album, Dove).

▶️ «Such is life in 2018; love stories increasingly begin online and are perpetuated through text conversations, Facebook relationship statuses, and Instagram couple photos. Hozie and Belfiglio are hyperaware of this, using the all-encompassing role of technology in our lives not only to describe their own experiences, but also to portray what being a resident in Brooklyn during the Trump era is like for the outside world»: se già non li avevate sul radar, sul Village Voice c'è un bel profilo per fare la conoscenza dei Bodega, nuova super hype band di casa What's Your Rupture (prodotta da Austin Brown dei Parquet Courts) che ha appena pubblicato Endless Scroll:



▶️ Una di quelle raccolte curate da Bandcamp che mi fanno impazzire: "Seven French Artists Putting a New Spin On Yé-Yé", e si apre ovviamente con le mie preferite Juniore. "Don’t expect pure nostalgia from the acts below, though. Their sound is very now".

▶️ Un po' telefonato, ma che vuoi farci, siamo nostalgici: sul Guardian un lungo pezzo per ricordare "Thirty years since the second summer of love".

▶️ "The Grandeur of Great Protest Music - Political art that outlasts its times needs more than just a powerful message" (via The Atlantic).

▶️ Non riguarda direttamente la musica, ma è una lettura che mi pare molto stimolante: "Did blogs ruin the web? Or did the web ruin blogs?" (via Kottke).

▶️ Per concludere una notizia di casa nostra: Birthh sta per tornare in tour negli Stati Uniti e Keeponlive la intervista. «Questo tour ha uno scopo preciso che è quello di provare i pezzi nuovi e vedere anche le reazioni del pubblico nei confronti dei brani. Li presenterò con l’arrangiamento delle demo quindi non saranno le versioni definitive. Prima ancora di iniziare la registrazione del nuovo album vorrei rodarli live, quest’aspetto mi è mancato con il primo album».






lunedì 2 luglio 2018

Future me hates me

SNAIL MAIL

"polaroid - un blog alla radio" S17E32

Das Kope – Ready For The Summer
Blueberry – Cross Game
The Beths – Future Me Hates Me
Dumb – Romeo
Elsa Lester – Somewhere
The Catenary Wires – Was That Love
Massage – Oh Boy
Charles Irwin – Inner Feelings
Sharesprings – Something Soon
Snail Mail – Pristine
The Wolfounds – The Anti-Midas Touch

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