venerdì 22 giugno 2018

L'impegno a margine

BRUCE SPRINGSTEEN

Questo piccolo post non parla direttamente di musica, ma del mondo dentro cui la musica suona, del mondo in cui la musica dovrebbe portare in qualche misura piacere, il mondo in cui viviamo anche quando non parliamo di musica. Il giornalista musicale Paolo Madeddu ha scritto sul suo blog A Margine un ottimo articolo in cui passa in rassegna alcune recenti uscite pubbliche tra social e interviste di molti importanti cantanti italiani:
«Primo, è legittimo non avere un’opinione. Persino in Italia.
Secondo, è legittimo non capirci niente.
Terzo, sono tanti i personaggi autorevoli – o presunti tali – che in questa fase se ne restano silenti, magari per capire meglio da che parte tirerà il vento.
Quarto, là fuori c’è gente con le zanne, gente che augura stupri e morte a te e ai tuoi figli.
Quinto, anche il più anarcoide degli artisti ha un manager. Che ogni giorno cerca di evitare imprudenze. E gli concede, al massimo, di saltare su carri del vincitore, purché sia l’uomo giusto al momento giusto – tra i cantanti Veltroni aveva sicuramente più amici di Renzi, e Grillo aveva più amici di Di Maio.»
"Marginalità – Cantanti italiani e (...senza offesa) impegno nel 2018", per quanto possa essere giudicata ancora parziale, è una lettura che trovo significativa e che mi ha colpito. Se ne parlava proprio in questi giorni con un po' di amici: questo è il nostro Paese oggi, l'Italia che dovremo spiegare prima di tutto a noi stessi un giorno, e a quelli a cui la lasceremo. Io sono sempre più a disagio, soprattutto a parlare soltanto di musica.
Non si chiede ai nostri cantanti mainstream o indie di essere tutti dei Bruce Springsteen, ma lascia sconcertati quanto poco si adoperi chi gode di un'ampia platea per mostrare di avere anche soltanto un po' di buon senso. Non occorre dichiararsi esperti di politica per riconoscere che chi ci dovrebbe governare si sta comportando da irresponsabile, o in maniera preoccupante, dannosa e potenzialmente pericolosa, alzando il livello dello scontro come se non ci fossero conseguenze. L'ipocrisia che pervade questa stagione è evidente. Non si tratta nemmeno più di un problema di “comunicazione”: stiamo vivendo in un mondo che parla come un coro da stadio ventiquattr'ore su ventiquattro, con relativa intelligenza, ed è una situazione logorante. Mi sembra chiaro che lo si faccia sempre più consapevolmente e apertamente, con pervicacia, per usare un termine logoro e in apparenza anacronistico.
Il pezzo di Madeddu mi ricorda che rifugiarsi nella musica, nella propria nicchia, dietro a un "questo è soltanto un piccolo blog, cosa potrebbe mai fare" è sempre meno sufficiente. D'accordo, saranno soltanto "marginalità", ma sono le nostre, cominciamo da qualche parte, cominciamo a tenere queste, mostriamoci di più, con un po' più di coraggio.

giovedì 21 giugno 2018

Tell me that I'm the only one, and I hope I never get a clue

SNAIL MAIL - LUSH


Sull'orlo, sul precipizio, come un fotogramma prima di inciampare, nell'istante in cui ti rendi conto che "Though you've got so much to do / In the end you could waste your whole life anyways", e questo pensiero entra e resta nella tua carne giovane, resta e piega da lì in avanti ogni parola, spunta ogni pensiero di parola detta e non detta. Anytime è la canzone che chiude Lush, il nuovo album di Lindsey Jordan, ovvero Snail Mail, cantautrice appena ventenne di Baltimora, approdata alla Matador. Ma "anytime", insieme a "anyway" o "anywhere", è anche una delle parole che ricorre più di frequente tra i versi del disco. Come se non potesse fare a meno di comunicare la necessità di contenere tutto e contenerlo nello stesso momento. C'è un mondo nuovo e smisurato che le si affaccia davanti, e la risposta di Snail Mail sembra essere quella di abbracciarlo, cercare di assorbirlo in profondità. Ci sono gli innamoramenti impetuosi, i cuori spezzati che non si dovevano più aggiustare, la rabbia e la frustrazione per lo spreco dei sentimenti (Heat Wave), le storie di una notte, l'impazienza dei nuovi entusiasmi, tutto il timore dentro la domanda più sincera del mondo ("Don’t you like me for me?" - Pristine), la consapevolezza di chi all'improvviso può dire "I'm in full control, I'm not lost / Even when it's love, even when it's not" (Full Control), e la stessa consapevolezza che alla fine ti fa ripetere "stupid me, stupid me" all'infinito (Golden Dream).
Nel suo cercare in ogni maniera di accogliere tutto questo, Lush è un disco di una franchezza disarmante, senza indulgenza. A molti ricorda quel rock Anni Novanta tipo Liz Phair e Fiona Apple, mentre la Jordan cita apertamente anche influenze più mainstream, tipo Avril Lavigne e Coldplay, e io direi che si può tranquillamente aggiungere Snail Mail a quel nutrito gruppo di voci femminili che rivendicano con forza e poesia di non essere più soltanto "voci femminili", come Girlpool, Waxahatchee, Soccer Mommy o Frankie Cosmos, giusto per fare alcuni nomi cari anche a queste pagine. Queste chitarre, queste parole e - diciamolo - questi essere umani sono quello di cui ha bisogno e che salva l'indie rock nel 2018.




martedì 19 giugno 2018

I've been waiting here for too long

Massage - Oh Boy

Ci sono un paio di cose che mi hanno reso subito simpatici questi Massage: quando si sono formati, a quanto pare un po' per caso, hanno cominciato a scrivere canzoni prendendo a prestito un riff dei nostri cari Twerps, e poi alla voce hanno Alex Naidus, già bassista della prima formazione dei Pains Of Being Pure At Heart (ora trasferito a Los Angeles ed editor a Buzzfeed). Per quanto mi riguarda ci sono già tutti gli elementi dell'hype indiepop più smodato.
Dopo un primo singolo, lodato anche da Stereogum, ora sta per arrivare un album intitolato Oh Boy per la label australiana Tear Jerk Records. Alla produzione c'è Jason Quever dei Papercuts, e il quintetto di L.A. ammette che l'ispirazione dietro quei suoni così dolcemente jangling, affini anche ad altre band "down under" come Dick Diver e Boomgates, in effetti risale ai Go-Betweens, definiti "ground zero for today’s Aussie scene". Non posso che essere entusiasticamente d'accordo.
Se cercavate una "ramshackle vibe" super positiva per questo inizio estate, la trovate qui.



lunedì 18 giugno 2018

Pretty bad, man

ELSA LESTER

"polaroid – un blog alla radio" – S17E30

The Homesick – St. Boniface
Any Other – Walkthrough
Mikey Collins – Sound in Here
The Essex Green – Sloane Ranger
Massage – Lydia
Castlebeat – Town
Wild Nothing – Letting Go
Alpaca Sports – Nobody Cares But Me
Elsa Lester – Pretty Bad, Man
The Bedrooms – Raconteurs
Burning House – Peach

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sabato 16 giugno 2018

"Many people just pretend that they like Can. But they don’t."

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

CAN

● «Maybe rock as we know it will never cycle back in vogue. It could very well get smaller and smaller as its last dinosaurs like Metallica and U2 die off and the genre will exist on the fringes as a mere touchstone that popular artists pay homage to, like when a rapper samples an old jazz song or when Jack White pretends to play the blues. Regardless of what happens to rock in the future, though, it’s actually in a great spot right now, with too many worthwhile acts and splintered subgenres to possibly mention here. While rock may be getting nudged out of the top, its middle is expanding. The more its popularity shrinks, the more it attracts freaks and weirdos—those with something to prove and nothing to gain. The more the traditional rock star career path crumbles, the more it draws in the true, inimitable visionaries making groundbreaking work for the sake of art and not money» - Dan Ozzy su Noisey spara ai pesci nel barile del rock più o meno indie o alternativo: "Rock Is Dead, Thank God".

● "18 New Music Books to Read This Summer" consigliati da Pitchfork, tra cui Ezra Furman alle prese con Transformer di Lou Reed (ho un po' paura, ma garantisce 33&1/3).

● «I want to see a continuation of the music business, and the point I want to drive home is: start young» - ancora a proposito di letture, è uscita l'autobiografia di Seymour Stein Siren Song: tra gli altri, ne parla in un bell'articolo il New Yorker, mentre su Variety c'è un capitolo in anteprima sul primo incontro con Madonna.

● Irmin Schmidt, uno dei fondatori dei CAN, ha pubblicato insieme a Rob Young All Gates Open, "the definitive story of the most influential and revered avant-garde band of the late twentieth century". Trovate una recensione sul New York Times ("Can Was 40 Years Ahead of Its Time. A New Book Helps Us Catch Up") mentre Talkhouse pubblica un bizzarro estratto, una conversazione tra Schmidt e la storica voce di Fall Mark E. Smith.

● "The Good, the Rad, and the Gnarly": una non troppo scientifica ma abbastanza curiosa analisi dell'evoluzione della musica che accompagna i video di skateboard attraverso i decenni, dal punk all'hip-hop.

● Ieri su Rolling Stone il solito articolo sulla fine dei formati fisici della musica ("The End of Owning Music: How CDs and Downloads Died"), mi ha fatto tornare in mente che non avevo segnalato qui l'apologia dei dischetti luccicanti uscita su The Queitus qualche giorno fa: "Perfect Sound For A Little Longer: In Defence Of The CD" (anche se a me sembra non venga troppo approfondito il punto di vista di chi produce musica e inventa modi per arrangiarsi).

● «There a strange relationship between me and the city. If I could speak with Rome I’d tell her, “I owe you my life but please don’t look at me that way”»: la webzine inglese Drowned In Sound intervista i nostri Weird Bloom!



● "Dear Cool Dads and Moms: Stop Bringing Your Young Children To Concerts" (Steve Hyden su Proxx elenca alcune sacrosante ragioni) VS "What Happens When You Take Your Kid To Their First Concert?", la storia di un papà che si fa trascinare dal figlio di sei anni a vedere gli Imagine Dragons dal vivo e ci rimane sotto.

● «We are not releasing this record as a tribute to ourselves: we are not going through the motions. I realised in the practises that we had when we met up again, that sadly we are still vital. The energy was there: I was delighted. Emotional Response are one of the few labels I’d consider giving the time of day to, so when they rang up and asked if I was interested I took it as a sign. I am skint but emotionally am very lucky, I have my soul-mate, I have 2 cracking weans to love and 2 wonderful socialist dogs. I haven’t even got grey hair: no mid-life crisis for me mate, just work to do»: in occasione dell'uscita dell'antologia Trial Cuts curata dalla Emotional Response e della serie di date che faranno di nuovo questa estate, su Louder Than War, una bella intervista ai redivivi Action Painting!, band di Bristol che nei Novanta uscì (un po' a sorpresa, a dire il vero, data l'aggressività di certe chitarre) anche per Sarah Records.



giovedì 14 giugno 2018

Golden days to come

Various Artists - The Official Matinée World Cup CDEP

Dunque oggi cominciano questi Mondiali di Russia, e devo confessare che non sento esattamente molta eccitazione a riguardo, tanto per usare un eufemismo. Se però anche un torneo di partite di calcio tra squadre nazionali diventa una scusa per ascoltare una nuova canzone dei nostri amati Last Leaves allora potrei tutto a un tratto interessarmi e forse anche fingere di tifare. Si intitola Golden Days To Come e ci arriva grazie alla cara Matinée Recordings, che ha messo assieme una piccola compilation intitolata The Official Matinée World Cup EP. Dietro una copertina a dire il vero non molto invitante, racchiude alcune belle canzoni indiepop: oltre agli australiani eredi dei Lucksmiths, troviamo anche i Red Sleeping Beauty a rappresentare la Svezia con una cover synth-pop di Dressed In Yellow And Blue degli Charade, i redivivi Pale Sunday a supportare la vittoria del Brasile (mi dicono che sarebbe la sesta: un record), gli inglesi Popguns, i più entusiasti del team, che giustamente incitano i colori Red White And Blue, e gli spagnoli Royal Landscaping Society, che invece si abbandonano alla malinconia, ricordando il titolo vinto nel 2010.
L'EP esce in cd e digitale, garantisce la storica label californiana: praticamente un gol a porta vuota.




martedì 12 giugno 2018

Just one more memory before it’s time to leave

CASTLEBEAT - VHS

Oscilla, assedia, insiste, insoddisfatta ma determinata a non muoversi da lì. La musica di Castlebeat gira in circolo, e più riesce a essere frenetica e vorticosa, meno si sposta dal suo punto di equilibrio, un centro su cui tutto appoggia nel medesimo tempo: agitati riff di chitarra (da Smiths e Cure giù fino a Beach Fossils e Wild Nothing), drum machine scarne e impazienti, bassi sintetici e pulsanti, e una voce sempre distante, persa tra sogni di riverberi.
Josh Hwang sembra cantare parole ricordate solo a metà, versi brevi, appunti di cose che doveva dire a qualcuno che forse non è più qui: “so what's new / how are you doing / oh it's been too long / by the way / where are we going / are we going”. È tutto pieno di ripetizioni e incertezze, alla costante ricerca di un segnale chiaro: “we're lost and tired / but let's just keep / wasting time”. Salvo poi gelarti con certi scatti improvvisi, sempre consegnati in quella sua maniera quasi distratta: “you once told me / never be the one and only / now I'm learning / life is always over shortly”.
Dicono tutti che questo bedroom pop è fatto di scintillante malinconia, e queste happy-sad-jangling-guitars sarebbero soltanto “dreamy”, ma sul fondo a me sembra che ci sia qualcosa di più netto, una specie di amarezza che, nonostante sappia anche vestirsi d’estate, non perde la sua ostinazione: “mirror mirror on the wall / I don't know what my life is for”.
Quelle di VHS, il secondo album di Castlebeat, sono canzoni soltanto in apparenza lo-fi e laconiche, un travestimento dimesso per dissimulare la loro vera natura. Un intreccio di influenze, reminiscenze, citazioni e attraversamenti talmente avviluppato e intricato da tornare a essere genuino, spontaneo, una nuova origine. Come quasi tutto quello che produce la Spirit Goth, l’etichetta del ventiquattrenne Hwang, questo non è più indiepop: è library music per i documentari che un giorno faranno su quel marginale frammento di contemporaneità che è stato l’indiepop nel ventunesimo secolo, e a me sembra sinceramente meravigliosa.




lunedì 11 giugno 2018

From my bed to eternity

SOBS

"polaroid – un blog alla radio" – S17E29

Holy Tunics – Tell Me True
Teen Pope – Corpse On The Beach
Smokescreens – Someone New
Sweat – From My Bed To Eternity
Petite League – Raspberry Vines
Castlebeat – Here
Kevin Krauter – Suddenly
Stephen Malkmus And The Jicks – Future Suite
Soft Science – Diverging
The Yellow Traffic Light – Constance
Melby – Reject
Sudakistan – Two Steps Back
Earth Dad – Geek
Finklestein – Under The Moon
Pre Nup – The Grudge
Cozy Slippers – En Francais
Sobs – Telltale Signs

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venerdì 8 giugno 2018

Indiepop Jukebox (giugno 2018)

Mikey Collins - Hoick

▶️ Mikey Collins è stato il batterista dei nostri amati Allo Darlin' e ora sta per debuttare con un album solista intitolato Hoick su Fika Recordings. Uno si aspetta che l'indiepop sia la musica più tranquilla del mondo, e invece ho scoperto che dopo dieci anni di tour e concerti sia Collins che il chitarrista Paul Rains soffrivano di tinnitus. Il singolo che anticipa l'album, Sound In Here, racconta proprio come ci si sente a dover fare di continuo i conti con questa condizione: "I wanted it to sound like the Cure. When I listen to it, I sometimes think it sounds a bit like an Allo Darlin song".





Alpaca Sports - Nobody Cares But Me

▶️ Che anno è? Che giorno è? Oggi è il giorno in cui esce un nuovo singolo degli Alpaca Sports e quando partono quei quattro accordi di chitarra e quei coretti ogni senso del tempo per me perde importanza. Il twee pop nella sua forma più pura e limpida, quello che non viene nemmeno sfiorato dalle polemiche musicali di stagione, dalle mode e dagli affanni: "In my dreams you're still waiting for me / With a tear in your eye / But I know it's already too late / And nobody cares but me". Tutta l'innocenza di un Giro di Do, un battimani e una rima "Falling in love with you / What can I do?" che questa coppia di dolcissimi svedesi riesce ogni volta a sorprendermi pur sapendo benissimo cosa mi regaleranno, e soprattutto riesce a regalarmi un sorriso sincero. Nobody Cares But Me / Baby Pop è in download sulla cara vecchia Elefant Records:





Elsa Lester - Dinner Party

▶️ La musica della giovane olandese Elsa Lester, ovvero Lisa van Kampen, già nota come Great Profile, ha richiamato diversi paragoni con Courtney Barnett, ma a giudicare dal suo precedente lavoro (Stress Relief dell'anno scorso) direi che può toccare anche note più lievi, alla Frankie Cosmos, oppure più rock, come delle Breeders formato cameretta con testi graffianti e pieni di humour. Ora sta per uscire un nuovo album intitolato Dinner Party (anche in cassetta per la infaticabile Z Tapes) e c'è già un singolo molto promettente, Pretty Bad Man, accompagnato da un delizioso video:





 Smokescreens - Used To Yesterday

▶️ "Smokescreens began as a love letter to the Flying Nun scene of the 1980’s and it’s outlying bands": non so voi, ma io a leggere un comunicato che comincia così mi emoziono già parecchio. Se poi aggiungiamo che la band di Los angeles era nata come uno dei vari side project dei Terry Malts, e che l'album dell'anno scorso uscito in vinile per la spagnola Meritorio Records era una raccolta  praticamente senza punti deboli, potete capire l'impazienza con cui da queste parti si attende Used To Yesterday, il secondo lavoro in arrivo su Slumberland. A quanto pare, in questo album gli Smokescreens si allontanano ancora di più dai suoni più aggressivi dei Terry Malts "and expands into classic indie pop territory", secondo l'imbattibile formula New-Zealand-meets-Athens. Ad anticipare il disco, questa Someone New, pezzone super Clean:




SUN JUNE - YEARS

▶️ Una delle nuove voci femminili statunitensi più interessanti al momento mi sembra quella di Laura Colwell, alla guida dei Sun June, quintetto che suona "regret pop from Austin, TX". Una voce austera ma suadente, piena di carezze, che piacerà di certo ai fan di Lucy Dacus, Mitski, Big Thief e aggiungiamo anche Angle Olsen, giusto per compiacere il google. Stanno per debuttare con un album intitolato Years sull'etichetta Keeled Scales, fondata da una nostra vecchia conoscenza, Seth Whaland, già bassista dei Tres Oui e prima nei Literature, insieme a Tony Presley (Real Live Tigers). Se amate quell'indie rock caldo e luminoso, carico di emozioni e tensione, parole che spaccano il cuore e silenzi che valgono più di mille parole, Years è il disco che farà per voi. L'ultimo singolo uscito è questa Records, che racconta della fine di un amore partendo da una collezione di dischi: "I tried to love you right".





Teen Pope - Goes to Vegas EP

▶️ La canzone che apre il loro esordio Goes To Vegas EP si intitola Beer Problem; la bonus track nascosta in chiusura è Sex Problem: l'immaginario dei Teen Pop potrebbe sembrare prevedibile, racchiuso tra questi due poli. Invece il loro indie rock si rivela meno sgangherato di quanto sembra a prima vista, e riesce a essere sanguigno, un po' punk e un po' Replacements a tratti, ma a volte anche più asciutto e più nervoso (e non so perché, ma mi ha fatto venire voglia di tornare ad ascoltare com'erano gli Oxford Collapse, per chi se li ricorda).





Pre Nup - Oh Well

▶️ A un paio d'anni dall'esordio su sette pollici, arriva il primo album per i Pre Nup. Il duo di Calgary, formato da Sara e Josiah Hughes, per l'occasione ha collaborato con Darrel Hartsook e Chris Dadge (già all'opera con Lab Coast, Alvvays e Chad VanGaalen) e hanno dato ulteriore consistenza al loro suono, sempre molto lo-fi ma ancora più energetico e dirompente. A quanto pare le canzoni sono state registrate "three times as fast as they were originally written". Bravi ragazzi, vi voglio così. Oh Well, oltre che in digitale, esce anche in CD per Jigsaw Records.





Melbourne Cans - Heat of the Night

▶️ Avevamo perso di vista gli ottimi Melbourne Cans, collettivo guidato da Ian Wallace dei Pageants, ai tempi di Moonlight Malaise, ma finalmente la band australiana sta per tornare con un secondo album. Heat Of The Night uscirà (con tempismo azzeccato) il prossimo 13 luglio per Lost & Lonesome. Il nuovo singolo estratto è questa Heart Turned Blue, dai colori molto Fifties, con quella voce come se Edwyn Collins si mettesse a fare cover di classici rock'n'roll, e con quell'organo vagamente minaccioso che spia da dietro le tende. Bentornati!






martedì 5 giugno 2018

This family learns by scraping their knees

 Petite League - RASPBERRY VINES

Come forse qualcuno avrà notato, questo piccolo blog non può fare a meno di amare tutto quello che fa Lorenzo Cook, in arte Petite League. Avevo parlato con molta emozione del suo secondo album, No Hitter, proprio nel giugno di due anni fa ("two years, a third record, a career, and what has felt like an entire lifetime has happened since I put out No Hitter" scrive Cook su facebook, e chi può dire di non provare qualcosa di simile?).
Oggi quel disco viene ristampato in vinile dalla Native Sound, e per celebrare l'evento i Petite League hanno pubblicato in una nuova versione elettrica "full band" la piccola ballata acustica e "famigliare" Raspberry Seeds. Quel disco raccontava "the difficulties and relief that are coupled in any change in your life", e questa traccia in qualche modo lo riassume, racchiudendo in pochi versi il ritratto di un giovane padre, con le sue incertezze, la sua determinazione e soprattutto il suo amore.
Anche se per l'estate 2018 i Petite League ci dovessero regalare una sola canzone, con questa Raspeberry Vines possiamo considerarci molto, molto soddisfatti:

lunedì 4 giugno 2018

Cherry go!

THE JACKSON POLLOCK - CHERRY GO

“Siamo solo due persone che hanno messo insieme una band, non perché fosse figo, ma perché avevamo davvero troppo bisogno di suonare questa musica, e non potevamo fare altrimenti”. Già in questa prima frase di presentazione ci sono alcune cose che mi lasciano abbastanza sbigottito: dentro questo disco suonano soltanto due persone? Davvero quel muro di rumore sporco, quel garage punk esplosivo e travolgente, quelle urla furiose, sono frutto solo di due teste e quattro mani? Sì, ma due teste e quattro mani che non stanno ferme mezzo secondo, e che hanno bisogno di gridare fortissimo e "alzare a 11" tutti i livelli.
Emily, alla batteria e voce, e Reginald, alla chitarra e ogni tanto al basso, hanno un semplice motto: RAW ‘n’ LOUD! E infatti RAW ‘n’ LOUD è esattamente il suono del loro infuocato disco di debutto Cherry Go: sette tracce stipate dentro un sette pollici che potrebbero fare letteralmente scoppiare il vostro giradischi.
I Jackson Pollock non hanno intenzione di perdere tempo a parlare di altre band, influenze, gusti e provenienze. Se vi piace quello che succede al vostro corpo quando li ascoltate o li vedete suonare, hanno già raggiunto il loro obiettivo e non chiedono di meglio. Tutta le valvole dei loro vecchi ampli, tutte le pelli che pestano, tutta la polvere sopra il loro amato Tascam parla solo di quello. È musica da sentire, vogliono che ti arrivi addosso, che ti faccia sudare, che ti torca lo stomaco. Non è necessario che tu scriva un saggio sulla storia del noise lo-fi o che ti metta a raccontare di quella volta che hai visto i No Age in una cantina di Austin e al bar hai incontrato Jay Reatard. È già tutto nel suono, conta solo quello, davvero. Lasciatevi intossicare da queste ciliegie.

[i Jackson Pollock presenteranno Cherry Go dal vivo qui in città questo sabato al Mikasa all'interno dell'Oh Dear Summer Fest: ci si vede a banco!]






sabato 2 giugno 2018

I choose to be released from all of this

Virginia Wing - Ecstatic Arrow

«I wanted to write an album as a means of escape. I didn’t want to express only these feelings of frustration and exhaustion because to write only about the pain is to live inside that pain. Instead, I am attempting optimism; to write about support and friendship and endurance but mostly to imagine being released from this weight - of wiping the slate clean of learned behaviours and inherited oppression and to indulge in a moment of respite.»

So che citare ampi passi di un comunicato stampa per parlare di un disco può sembrare pigro, ma in questo caso le parole di Alice Merida Richards, voce e artefice dei Virginia Wing insieme a Sam Pillay, è racchiuso tutto lo spirito di questo nuovo album Ecstatic Arrow, l'inventario minuzioso di un dolore e la ferma serenità di una reazione consapevole. Le "frustrazioni" di cui parla la Richards sono quelle che si trova costretta a combattere ogni giorno, come donna e come donna che fa musica. L'opprimente quantità di misoginia, pregiudizi e incomprensioni che anche in campo artistico bisogna ancora sopportare. Lo descrive bene Season Reversed: "an uncanny feeling of being misted / part of the choir but only really another instrument". Una sistematica esclusione, uno sfinimento che è diventato abitudine, e che si percepisce come un peso in senso letterale, fisico. Come canta il ritornello del singolo The Second Shift, "It's written in my whole body / it's hidden in my whole body".
Ma questo non è un disco che si arrende, i Virginia Wing non sono qui per raccontare una docile rinuncia. "I'm tired but not giving in / I'm pretty tired of always listening / I am choosing to live my own life / in the way that I decide" (Eight Hours Don't Make A Day). L'elemento più forte, e che affascina sin dal primo ascolto, è che la risolutezza dentro queste canzoni si pone senza mediazione, la battaglia alle spalle, il sole in faccia.
Musicalmente Ecstatic Arrow sceglie di tradurre questa decisione e questa luminosità con una miscela di pop sofisticato e sintetico che si ispira a nomi come Laurie Anderson, David Sylvian o Yellow Magic Orchestra. Tessuti elettronici quasi trasparenti, ritmiche pulsanti che a volte si insinuano di soppiatto e a volte invece ricordano un certo funk capriccioso alla Talking Heads, improvvise accelerazioni e soprattutto certi innesti di sassofono capaci di dare calore a una scrittura, che a tratti può apparire fin troppo logica e razionale. La voce della Richards, con la sua limpida distanza, è il vero elemento che per me tiene assieme questo disco, complesso e seducente, che indovina il modo giusto per fare art-pop oggi, suonando necessario e intelligente.




martedì 29 maggio 2018

Lost and found


Devo ringraziare (una volta di più) Fabio De Luca e il suo The Tuesday Tapes per la scoperta di questi En Attendant Ana, band parigina che ha da poco pubblicato il secondo album Lost And Found. La parola chiave che nella sua introduzione mi ha subito messo in allerta è stata la sigla "C86", a cui su queste pagine, proprio insieme a Tuesday Tapes, avevamo dedicato una lunga lettera d'amore in forma di podcast a quattro mani.
In realtà, l'evidente eredità del C86 e dell'indiepop più classico è soltanto uno tra gli ingredienti che gli En Attendant Ana riescono a stipare dentro la loro musica. Da una parte, canzoni come This Could Be oppure Why Is Your Body So Hard To Carry sembrano davvero prendere la maggiore ispirazione dal catalogo degli Heavenly o degli Shop Assistants. Ma in altri momenti prevalgono melodie distese che mi hanno fatto tornare in mente i Camera Obscura (I Don't Even Know Your Name) o ritornelli capricciosi alla Veronica Falls (The Violence Inside). Oltre che dalla bella voce di Margaux Bouchaudon, che in certi passaggi raggiunge scintille da Laetitia Sadier, il suono si arricchisce negli arrangiamenti di tromba e synth, e riesce a farsi teso (Not So Hard) e aspro, quasi alla Electrelane (Night).
Come spesso accade quando i francesi si addentrano in territori indiepop, Lost And Found si rivela un disco sorprendente, e gli En Attendant Ana un nuovo nome da annotare sulla mappa.




lunedì 28 maggio 2018

Everything connected


"polaroid – un blog alla radio" – S17E28

Trust Fund – Carson McCullers
Teen Pope – Beer Problem
T-Shirt Weather – My Dad’s Blue Motion
Stephen Malkmus And The Jicks – Bike Lane
Say Sue Me – Funny And Cute
BOYS – Loves Isn’t On My Mind
Courtney Barnett – City Looks Pretty
En Attendant Ana – This Could Be
Jessica’s Brother – Humdinger
Jon Hopkins – Everything Connected

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giovedì 24 maggio 2018

"Speciale Mark Fisher: is there no alternative?"

Is there no alternative? Mark Fisher e la sfida al futuro - Neu Radio

Qualche giorno fa mi sono messo a rileggere un po' di vecchi post di Mark Fisher e sono capitato su questa intervista con Simon Reynolds del 1998. A un certo punto Fisher dice: "There's definitely a strong alliance in the academy between anti-market ideas and completely scleroticised, institutionalized thought". Ho pensato che fosse un ritratto in una riga perfetto anche per Bologna, La Dotta e la Rossa, che ha da sempre la tendenza a nascondersi dietro il pigro paravento della vecchia università e delle sue osmotiche avanguardie alternative.
Sono quindi molto contento che proprio qui a Bologna si tenga, direi per la prima volta in Italia (ma correggetemi se sbaglio), un ciclo di incontri dedicato alla figura di Mark Fisher. Comincia infatti questa sera al Circolo Arci RitmoLento (in Via San Carlo 12/A) una serie di tre appuntamenti per approfondire e sviluppare il pensiero del filosofo e critico musicale inglese.
"Is there no alternative? Mark Fisher e la sfida al futuro" ospiterà per tre giovedì consecutivi ricercatori, sociologi, attivisti ed ex collaboratori di Fisher. Tra i nomi in programma per questa prima serata, tanto per cominciare col piede giusto, Valerio Mattioli (che ha fra l'altro tradotto Realismo Capitalista), Franco "Bifo" Berardi e Francesca Coin, insieme a Carmen Guarino.
E dato che Fisher, oltre che per il pensiero acuto e illuminante, era noto anche per il suo gusto musicale al tempo stesso militante e raffinatissimo (tutti abbiamo rubato qualcosa da K-Punk prima o poi), dopo ogni incontro gli immancabili aperitivi saranno accompagnati dai dj-set curati da NEU Radio, per l'occasione da Federico Pirozzi e dal sottoscritto (da me aspettatevi una playlist jungle classics 1992-1995 per tornare sbarbi hardcore).

Tra i podcast di NEU trovate anche un'intervista che Federico e io abbiamo fatto a Francesco Demitry, organizzatore degli incontri al Circolo RitmoLento, il quale si è presentato con un quaderno di appunti grosso così, pronto per scrivere su Fisher almeno un paio di tesi:







martedì 22 maggio 2018

I just wanna dance, as much as I forget who I am

SAY SUE ME - Where We Were Together

I'm full of things I hate
but I like you
I like you liking me
Yet I'm full of things I hate


Sono rimasto il solo a invecchiare in questa vecchia città, se ne sono andati ormai tutti. Vorrei andarmene anche io, e vorrei restare, e non so il perché. Il tempo ha scelto al posto mio. I Say Sue Me non ne fanno un dramma, e con una franchezza invidiabile raccontano che abbiamo ancora molte cose: ballare, bere, una spiaggia, il nostro solito bar, un amore che non ha tutte le risposte ma a cui abbiamo imparato a non fare domande. Le cose che odio di me stesso sembrano essere proprio quelle per cui ti piaccio. Non proviamoci nemmeno a trovare un significato a tutto questo. Forse è uno spreco di tempo, e in ogni caso una nuova estate è ormai arrivata.
Il fatto che uno dei dischi indiepop migliori e più entusiasmanti di quest'anno riveli con la massima legerezza, tra i versi e le canzoni, questo atteggiamento sospeso tra il fatalista e il distaccato, forse mi dice qualcosa anche dello stato di salute dell'indiepop stesso. La maniera, sensibile ma non per questo meno spietata, in cui questa musica vede ora il mondo. Come è altrettanto importante sottolineare il fatto che il quartetto non è americano né inglese o svedese, ma coreano. Ci aiuta a ricordare che certe prospettive provinciali hannno sempre meno senso per il modo in cui si produce e circola la musica oggi.
Il secondo album dei Say Sue Me Where We Were Together è un disco davvero impeccabile, sia quando nei singoli come Old Town o B Lover si diverte a farci immaginare le chitarre di quell'indie-surf-pop da Anni Zero in riva all'Oceano Pacifico (ma dalla parte opposta della California), sia quando omaggia con gesti più scoperti le proprie influenze: per esempio, gli Yo La Tengo in Here, certi Pastels in Funny And Cute o gli Alvvays in Coming To The End (guarda caso tutte le ballate del disco).
Nonostante la pigrizia che attribuiscono alla propria città di origine, Busan, i Say Sue Me riescono a trovare la forza per condensare dentro questo disco un intero mondo di poesia, che parte da piccoli scambi quotidiani ("You know the place, our cozy bar"), conosce lo sconforto ("There are so many people, like it used to be, but I feel nothing inside"), lotta per perdere sé stessa ("I just wanna dance, as much as I forget who I am") e raggiunge infine una specie di serenità che quasi non è più di questo mondo ("Nobody is going to tell you who you are / Today is coming to an end / Nobody is going to know who I am").
E infine, Where We Were Together mi conquista definitivamente quando con acuta raffinatezza intitola una canzone The Courage To Become Somebody's Past e lascia che sia soltanto uno strumentale, mostrando così e non dicendo quando è il momento di abbandonare le parole.




lunedì 21 maggio 2018

For you too

THE OCEAN PARTY

"polaroid – un blog alla radio" – S17E27

Agent Blå – Another Reason To Cut Off An Ear
Dronjo Kept By 4 – Lemonn
Your Favourite Colour – Former Life
The Ocean Party – Promotional Single
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Dude York – Moon
Value Void – Back In The Day
Spinning Coin – Apologies
Gentle Brontosaurus – Morgan
Setti – Mi mancavi
The Jackson Pollock – Surf
Yo La Tengo – For You Too

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giovedì 17 maggio 2018

All her messages I would read aloud

Trust Fund - Carson McCullers

"Oh, she’s moving on and I still love her": esiste un verso più polaroid di questo?
In ogni caso, la bellissima notizia è che sono tornati i Trust Fund e suonano più pop che mai! Ellis Jones, autore di almeno un paio dei dischi dell'anno per questo blogghetto, ha infatti annunciato che il prossimo 2 luglio arriverà il nuovo album Bringing The Backline (ancora non è dato sapere se su vinile o solo digitale EDIT: è uscito il pre-order del vinile!). Tra i crediti si nota subito la produzione di Patrick Hyland, già al lavoro con Mitski, che i Trust Fund avevano accompagnato live per alcune date l'anno scorso.
Ad anticipare l'uscita, il singolo Carson McCullers: un titolo che rimanda all'importante scrittrice americana e che ci regala i Trust Fund più allegri e scanzonati di sempre, direi quasi dalle parti di certi Belle And Sebastian (io ci sento qualcosa di Century Of Fakers, Another Sunny Day o forse I'm A Cuckoo per via di quei synth). La storia, comunque, tra chat in cui non si può più scrivere tutto quello che si vuole e una ragazza che ci ha escluso dai suoi programmi per le vacanze, ci riporta subito alle atmosfere dei Trust Fund che ben conosciamo. "If I said I didn’t need her I’d be lying". Prevedo già che sarà una delle canzoni indiepop dell'estate.



mercoledì 16 maggio 2018

"The internet is a disaggregation machine"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

 STEPHEN MALKMUS

► «The internet is a disaggregation machine. Across all content types, users want to consume only what they want, when they want and in the format they want»: interessante articolo su Forbes che immagina come, dopo la dissoluzione dell'idea di album dai tempi di Napster in avanti, e la riconfigurazione nelle playlist sulle piattaforme di streaming, la prossima frontiera sarà rappresentata dalla scomposizione stessa delle canzoni nelle varie tracce e nei campionamenti che la costituiscono.

► «"Passion project”: that’s what you call it when it doesn’t sell. As soon as I saw it referred to as a “passion project” I knew it was, like, over. [Laughs] Sad that passion means death in entertainment»: una bella intervista a Stephen Malkmus sul New York Times. Ma l'ex voce dei Pavement alla vigilia dell'uscita del suo nuovo album Sparkle Hard, sta facendo tutto il giro, e nelle ultime settimane è passato su Pitchfork, su Stereogum, su Rolling Stone, su The Ringer e pure su GQ, tanto per segnalare solo quelle che ho letto io - e spesso con delle foto abbastanza strepitose.

(mp3) Stephen Malkmus And The Jicks - Middle America

► «So that’s kind of what the “rock’n’roll” scene has always been about—who’s the most crazy dude, who does the wildest stuff? Its kind of disparaging and I’ve thought about that when mingling with these people. Why am I involved in this music world at all? All these people want to do is get stupid fucked up, talk about some dude that they know somewhere that is real important, kind of like the L.A. scene»: bella intervista a Oliver Ackermann degli A Place to Bury Strangers su RealClear, non solo intorno al nuovo album Pinned.




► «'Superfans' buy more than two-thirds of all vinyl»: ovvero scoprire l'acqua calda, ma con il conforto dei numeri. Nel mercato UK oltre il 72% delle vendite di vinili va ai cosiddetti "big spender", cioè quelli che dedicano ai dischi almeno 400 sterline l'anno.  La cosiddetta "rinascita" del vinile è, come in fondo si sa da tempo, una questione di nicchia. Facoltosa forse, ma pur sempre nicchia.

► Altri numeri, altri pretesti di lamentarsi: "Music Downloads Had A Short And Unhappy Life" (via Hypebot).

► «Often these minorities are discouraged from becoming musicians (or pretty much any other thing) from a young age because they don’t see people like them doing it at a visible level. Representation is key to encourage the next generation of artists»: "The Silence Is So Loud: Are Music Festivals Finally Committing to Equality?" (su CLASH).

► Ivan Carozzi su CheFare, con la scusa di parlare di trap, Sfera Ebbasta e Concertone del Primo Maggio, mette molta carne al fuoco di una complessa discussione intorno alla contemporaneità, non solo musicale: "Lo spettro di Sfera Ebbasta. Oltre l’ostentazione del gioco".

► In questi giorni ovviamente sono usciti molti articoli per ricordare la cruciale figura di Glenn Branca, da poco scomparso. Quelli che mi sembra più interessante segnalare qui sono:
- "The Resonate: Reflecting on the work of avant-garde pioneer Glenn Branca" (di Lawrence English su FACT)
- "Glenn Branca: Remembering the Guitar Hero Who Linked the Symphony to Punk Rock" (Marc Masters su Rolling Stone)
- un profilo abbastanza esaustivo sul New York Times, insieme all'approfondimento "Remembering Glenn Branca: Hear 10 of His Essential Works";
- pezzo simile anche di Daniel Martin-McCormick su Pitchfork, "5 Crucial Works from Avant-Garde Icon Glenn Branca";
- oltre alla consueta rassegna di tweet e messaggi raccolta da Brooklyn Vegan.

lunedì 14 maggio 2018

PREMIÄR: Agent Blå – "Another Reason To Cut Off An Ear"


Giusto un anno fa gli Agent Blå ci facevano il magnifico regalo del loro supersonico album di debutto, e oggi la band di Götheborg torna a farsi sentire con un nuovo singolo. Abbiamo il piacere di ospitare la première di Another Reason To Cut Off An Ear, il primo singolo tratto da Medium Rare, nuovo EP che verrà pubblicato il primo di giugno in 12 pollici da Luxury (Svezia), Through Love (Germania) e Kanine Records (per gli USA).
Questa nuova traccia sembra stemperare i toni più scuri e gotici degli Agent Blå, ma anche Another Reason To Cut Off An Ear viene trascinata dalla voce maestosa di Emelie Alatalo, che riesce a passare da rochi sospiri a tempeste di drammi e passioni. "Leave me quickly, it's alright, I agree", canta desolato il ritornello, salvo poi non potere fare a meno di concludersi con l'accorata domanda "Are you in love with me?".
Come B-side del singolo troviamo una versione unplugged di Dream Boy Dream, una delle più belle canzoni del precedente album. Coraggio, non manca molto a giugno.





You’re keeping me waiting


"polaroid – un blog alla radio" – S17E26

The Goon Sax – She Knows
Young Scum – Wasting Time
Ex-Vöid – Boyfriend
[in collegamento con Francesco “Bastonate” Farabegoli]
The Ex – Soon All Cities
NAH – Annie
Golden Teardrops – You’re Keeping Me Waiting
La Luz – California Finally
M¥SS KETA – After Amore

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giovedì 10 maggio 2018

I’m wasting my time, I do it all the time

YOUNG SCUM - WASTING TIME

Quando li avevamo conosciuti un paio d'anni fa ascoltando il loro promettente Zona EP, ci eravamo lasciati con l'augurio "speriamo che arrivi presto anche un intero album". C'è voluto più del previsto ma finalmente gli Young Scum stanno per pubblicare il loro esordio sulla lunga distanza. Si chiamerà come loro e uscirà il prossimo 6 luglio in cassetta per Citrus City e in vinile per Pretty Olivia.
Il quartetto di Richmond, Virginia, presenta l'album con queste parole: "getting old is inevitable. And in the latter half of your 20s, it begins to finally set in. Things that you once enjoyed now seem like a waste of time, a reminder of how little time you have". Anche se il tema non sembra dei più allegri, il loro jangling pop non smette mai di essere scintillante e primaverile.
Vedi per esempio il singolo che anticipa il disco, la magnifica traccia d'apertura Wasting Time, che non a caso si domanda "was I naive to think at 25 I’d have at least, one thing figured out?". Una melodia che mi rapisce e che a tratti, complice la voce morbidissima di Chris Smith, mi riporta la mente ai migliori Gene degli esordi. Qui l'unico "tempo sprecato" è quello che ci separa dall'avere tra le mani questo LP.

mercoledì 9 maggio 2018

I know I like you but I don't know what for

FRANKIE COSMOS

You are a word I made up when I'm high
I gave you meaning but I don't know why
and you can make me cry


Ho scoperto che c'è una cosa che mi piace tantissimo dentro i dischi di Frankie Cosmos, e che nel nuovo Vessel mi colpisce ancora di più, rispetto ai suoi lavori precedenti. In queste canzoni ci sono molte lacrime, come ci sono molte risate, molti abbracci e molte situazioni buffe: ma non c'è mai davvero nostalgia. È vero: ogni tanto parlano di passato, rotture sentimentali e momenti infelici, ma mi sembra che la maggior parte del tempo si muovano tra le cose come sono e le cose come dovrebbero essere. Ci sono più sogni che malinconia, più voglia e desideri che rinunce, più dialoghi che solitudini. A volte sembra quasi che la voce di queste canzoni stia letteralmente dando istruzioni all'amore su come vorrebbe che funzionasse: "you make me blue / I wanna make / a man out of you".
C'è una delicata risolutezza che non ha niente a che vedere con la "leziosità" che molti attribuiscono di solito all'indiepop, e che si traduce in qualcosa che assomiglia a un pratico buon senso: "you could take me and my apathy / turn us into clarity". Oppure, in maniera ancora più diretta: "if you miss your friend / call them again". C'è anche moltissimo romanticismo, com'è ovvio che sia (This Stuff, Duet...), ma ci sono anche un sacco di passaggi in cui il personaggio di Frankie Cosmos sembra soltanto cercare di capire quale posto prendere nel mondo ("being alive matters quite a bit / even when you feel like shit"), con quel senso dell'umorismo del tutto peculiare che ormai conosciamo: "I wasn't built for this world / I had sex once / now I'm dead".
Eppure, a fronte di tutta quest'opera di smantellamento del più prevedibile e banale manierismo malinconico, le canzoni di Vessel non perdono un briciolo della loro capacità di diventare poesia. Certi istanti vengono isolati, smontati e messi dentro piccole cornici, o in sospensione dentro vasi di vetro. Ma anche in quel caso non mi colpisce solo il particolare: resto soprattutto incantato dal punto di vista che la giovane cantautrice di New York riesce a indovinare ogni volta.
Forse la sua scrittura ha acquisito ancora più forza in questo terzo album in studio perché la band che l'accompagna dal vivo sembra intervenire in misura maggiore nelle registrazioni. Certi arrangiamenti come quelli di Jesse, Ballad Of R&J o la title track, per quanto essenziali e diretti, mostrano (se ce ne fosse ancora bisogno, dopo le ultime due prove su vinile) come Frankie Cosmos non sia più un semplice progetto da cameretta di Greta Kline, o qualche timido "fenomeno da Bandcamp" a bassa fedeltà. Non scende a compromessi: qui ci troviamo di fronte a 18 canzoni in 33 minuti, tanto per non smentirci, e ci sono anche un paio di accelerazioni più elettriche quasi punk (di quel twee-punk che mi fa tornare in mente i Quarterbacks).
Ma alla fine, quello che mi resta di tutti queste fugaci schegge di canzoni, è l'impressione d'insieme, un quadro vivido e appassionato, più grande e variopinto di quello che ti aspettavi. Eppure non c'è spazio per la malinconia, tra i ricordi da custodire, le nuove storie da raccontare e tutto il resto ancora da scoprire c'è ancora troppo da vivere. 







lunedì 7 maggio 2018

Nastrone di primavera!

NASTRONE DI PRIMAVERA

Come vi sarete certamente accorti, la settimana scorsa è mancato il consueto aggiornamento con il podcast. Se volete comunque recuperare un'oretta di buon indiepop e indie rock, per gli amici della neonata NEU Radio ho curato questo piccolo nastrone di primavera, dove mi sono divertito un sacco a cercare stipare un po' della musica che mi è piaciuta di più in questa stagione. Premete play per due punti facili!



Tracklist:

Sea Pinks - Run & Run
Say Sue Me - I Just Wanna Dance
Tres Oui - Off The Rails
Forth Wanderers - Nevermine
The Beths - Whatever
Soccer Mommy - Last Girl
The Yellow Traffic Light - Flower Of Yūgao (夕顔)
The Bilinda Butchers - Girlfriend
NAH - Linus
Stephen's Shore - The Sun
Night Flowers - Resolver
The Love-Birds - Angela
Crystales - When It's Over
Youngster - Real Time
Car Seat Headrest - Twin Fantasy (Those Boys)
MGMT - Days That Got Away
Superorganism - Relax

mercoledì 2 maggio 2018

I used to be a totally different kind of person

Modern Studies - Welcome Strangers

Remember I said before bed
that I felt I was caught in a current,
you said it was fine.
I thought you were there,
heard your voice in the air,
but it turns out you weren’t.
Like something divine.


Una delle parole che ricorre più spesso dentro Welcome Strangers, il secondo album dei Modern Studies è "grow". E mi sembra che dentro quel crescere, che poi diventa un espandersi e un trasformarsi, stia una delle chiavi della poesia di questo disco. È un crescere che respira, pulsa e segue da vicino i ritmi della natura. I suoi versi e le sue melodie si mescolano alla terra e all'acqua del mare, si sciolgono nel vento, non hanno fretta di fiorire, poi mutano colore in un attimo, come un vasto cielo del Nord. È un crescere che soffia in una conchiglia vuota e leggera, è pietra che diventa una casa. Aspetta dietro la finestra silenziosa il movimento circolare delle ombre, riconosce i passi di chi ama.
La musica dei Modern Studies ha un fascino che non si concede subito, come pop orchestrale alla Tindersticks o cantautorato rigoroso alla Nick Cave, ma capace di carezze e scontrosità peculiari. Sa essere epica e pastorale al tempo stesso. Si apre all'improvviso a ricordi che forse erano soltanto sogni, come la strofa che ho copiato qui sopra. Mi piace l'aria di enigma di quelle poche frasi: non riesco a decidere se racchiudono una profonda solitudine o se descrivono una stupenda illuminazione. La maniera dolcissima ed elegante con cui si fondono le voci di Emily Scott e Rob St. John dentro gli arrangiamenti di archi, fiati e organo, non fa che aumentare la sensazione di vertigine dentro una profondissima quiete. Spiega il comunicato che accompagna il disco, “in making this record we had to think clearly about what a strange sound might conjure up. We wanted to be respectful of the orchestral arrangements, while adding elements of chance and weirdness". Elementi che sono quanto mai benvenuti, visto il risultato finale. Benvenuti, davvero, stranieri.

martedì 1 maggio 2018

It always hurts when no one replies

THE GOON SAX - SHE KNOWS

Un paio d'anni fa Up To Anything, l'esordio fulminante dei Goon Sax, era finito dritto tra i miei personali dischi dell'anno, e perciò oggi, quando è arrivato l'atteso annuncio del loro secondo album, We're Not Talking, ho subito indirizzato un ideale brindisi verso l'Australia.
Secondo il comunicato che lo presenta, il disco "shows how much can change between the ages of 17 and 19. It's a record that takes the enthusiasms of youth and twists them into darker, more sophisticated shapes. Relationships are now laced with hesitation, remorse, misunderstanding and ultimately compassion". I ragazzi stanno passando dalla loro fase più apertamente indiepop a qualcosa di più post-punk, e se può essere un'anticipazione di questo cambio di prospettiva, c'è un nuovo singolo da ascoltare, She Knows. Suono più robusto, atmosfera decisamente più nevrotica (qualcosa mi ricorda certi Josef K più austeri): "a song about losing hope, stubbornness and heartache". Insomma, ci vado a nozze.
Unica nota davvero negativa: We're Not Talking, che uscirà ancora una volta per Chapter Music ma con l'aggiunta della Wichita per Europa e USA, si farà attendere fino al 14 settembre.

lunedì 30 aprile 2018

I don't have a fit


"polaroid – un blog alla radio" – S17E25

Mac DeMarco – Indian Summer (Beat Happening cover)
Say Sue Me – I’m Beginning To See The Light (Velvet Underground cover)
Terry Vs Tori – Larusso
Rolling Blackouts Coastal Fever – Talking Straight
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per la rubrica “Troppa Braga“]
Breakfast Muff – Crocodile
Crystales – Boring
Ari Roar – Don’t Have A Fit
Elephants – Burger Drama
Peach Kelli Pop – Hello Kitty Knife
Holy Tunics – Cardinal
Shout Out Louds – Walls (Fontän Rework)

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venerdì 27 aprile 2018

Indiepop Jukebox (aprile 2018)

Peach Kelli Pop - 'Hello Kitty Knife'

▶️ Hello Kitty Knife è un titolo che potrebbe quasi rappresentare la quintessenza dell'idea di musica delle Peach Kelli Pop: tiene assieme lo sdolcinato e il tagliente, lo slancio irruente e il carattere di cartone animato. La band della canadese (ma con base a Los Angeles) Allie Hanlon torna con il quarto album, il primo dopo tre anni, e con una nuova label, la Mint Records. Come primo assaggio da questo nuovo Gentle Leader, che vede al suo interno anche una cover delle Marine Girls e canzoni scritte per la prima volta in maniera collettiva, i due frenetici minuti di Hello Kitty Knife funzionano alla perfezione:




BLAIRE - SMILING

▶️ Immagino che la definizione di "punkgaze" sia qualcosa tipo maneggiare suoni shoegaze ma con attitudine tutta punk. Se è così, si adatta bene ai Blaire, che infatti piazzano quella tag sotto i loro primi singoli su Bandcamp. L'ultimo si intitola Smiling ed è parecchio travolgente. Il giovane trio proveniente da Gold Coast, Australia, spiega che la canzone "is about being really into something, when you know deep down it’s probably killing you". Ok, speriamo che i Blaire continuino a essere "into punkgaze", ma non fino a questo punto:





▶️ Ari Roar è un ragazzo di Dallas che risponde al nome di Caleb Campbell e che debutterà alla fine di maggio sulla prestigiosa Bella Union con un album intitolato Calm Down. Come sua formazione musicale cita i Grandaddy, i Doobie Brothers e il personaggio di Jason Schwartzman in Slacker di Richard Linklater. Non è un caso, quindi, che uno dei paragoni che richiama il suo progetto sia proprio la band di Schwartzman, i Coconut Records, pure qui piuttosto apprezzati. Anche se, per via di quel modo di cantare "felpato" e suadente, mi piace accostare Campbell più a Chris Cohen, o quanto meno a una sua versione idealmente più pop e sbarazzina, come in questa I Don't Fit:




Echo Ladies - Pink Noise

▶️ Hanno suonato il loro primo concerto fuori dalla Svezia appena qualche settimana fa, ma il nome degli Echo Ladies era già tra quelli promettenti che mi ero segnato da tenere d'occhio quest'anno. Trio shoegaze di Malmö arricchito da una voce femminile scintillante, come degli Hater iperdrammatici. Dopo l'ottimo EP dell'anno scorso, pubblicheranno a giugno il loro primo album Pink Noise sulla label di culto Hybris, e nell'attesa ci fanno soffrire con questa Bedroom, una canzone che parla del "need to be left alone, to isolate yourself and be in your ‘safety-zone’, which in this case is a/the/your bedroom. However, after too much time alone and in isolation maybe you start to go a bit insane”:




Beach Skulls - Las Dunas

▶️ Quando partono le prime note di That's Not Me, il nuovo singolo dei Beach Skulls, giureresti che i ragazzi provengono da qualche sobborgo psichedelico di San Francisco, o al massimo da Austin, più vicina al deserto. Invece il terzetto fa base a Manchester, e sta per pubblicare il secondo album, Las Dunas, con la nostra amata etichetta di Stoccolma PNKSLM. Suoni caldi che, citazioni vintage a parte, si possono accostare a certe produzioni Woodsist e che, oltre ad alcune evidenti assonanze con gli Smith Westerns, mi hanno anche fatto tornare in mente i sottovalutatissimi Ganglians: