martedì 23 maggio 2017

"A long shadow across the youths"

2017 Manchester Arena bombing

• "2017 Manchester Arena bombing" (Wiki)

Il Post: aggiornamenti live

• "Because the arena let in under-18s, it was the destination for us to see live music – going to clubs or bars didn’t come until much later. This was the place that we fell in love with pop culture, an infatuation that has never, and will never, die. The horrific attack on the Ariana Grande show at the MEN Arena, reportedly killing over 20 and injuring many more, specifically targets children, teenagers and their parents. It targets euphoria, joy and happiness, it targets every emotion you feel when, caught in the beautiful, unique mixture of delirium and freedom – that specific concoction that only youth and pop can offer – you give yourself away to harmless obsessions" (Thomas Gorton su DAZED)

• "Manchester Arena : the darkest day in pop history" (John Robb: "Love is louder than war.")

Simon Hayes Budgen su XRRF: "In the dark, you learn who you are. You learn how you are."

• "You've got the wrong city if you think hate will tear us apart." (Dave Haslam su Twitter)

• "... beyond those immediately affected, this atrocity will cast a long shadow across the youths of countless pop fans. Will something like this happen again? Perhaps not. Statistically, the possibility of an attack at one particular show is minuscule. Over time, the fear will subside, because it always does. My daughter is absolutely still going to see Adele, and she’ll have a whale of a time. But the knowledge that it could happen at all means a loss of innocence." (Dorian Linskey)

• "The best night of your life, girl version: a ticket in an envelope you've marked with glitter glue, putting on too much of the eyeshadow you bought at the drugstore that day, wearing a skirt that's shorter than your school uniform, telling your mom it's okay and you'll meet her right after the show, running toward the front hand in hand with your best friend like you don't even have a mom right now, flirting with the kid who sells you a soda, dancing experimentally, looking at the woman onstage and thinking maybe one day you'll be sexy and confident like her, realizing that right this moment you are sexy and confident like her, matching your voice to the sound, loving the sound, falling into the sound. This is truth. Young girls loving music, whatever kind of music, are truth. I believe in them and nothing can annihilate their truth." (Ann Powers su Facebook)

giovedì 18 maggio 2017

All the indifference that I faked

The New Year - Snow

Voglio lasciarlo scritto qui, fermato mentre la primavera ha cominciato a mollare gli ormeggi e si sta ormai lasciando trascinare nella calda corrente dell'estate che arriva. Voglio lasciarlo qui, come un muto ammonimento pallido mentre intorno sono già pomeriggi a colori di sole forte, e maglietta e tormentoni rap. La monolitica copertina quadrata e grigia del nuovo disco dei New Year è un sentimento spoglio e freddo, invalicabile, ma per me vivo e trascinante. Non è triste e non è desolata. Non si può nemmeno definire "minimalista": ha fatto tutto il giro e ha raggiunto quell'austerità che scaturisce da un tempo diverso, distante, più prolungato e severo. Il tempo di chi sa bene che pronunciare la parola "slowcore" nel 2017 è come parlare lingue morte di civiltà dimenticate. I fratelli Matt e Bubba Kadane hanno continuato a creare la loro musica per più di venticinque anni, portando avanti un'idea di suono senza compromessi, in apparenza anche senza troppe urgenze, continuando a lavorare soltanto su una scrittura che, prova dopo prova, scava sempre più a fondo, e arriva a colpire con una precisione devastante.
Sono forse da considerare degli eroi per questa coerenza? No, almeno secondo certi temi che si possono leggere tra le righe di queste canzoni. Il disincanto che attraversa questo nuovo monumentale Snow è assoluto, direi irreparabile. "There's no reason to celebrate / The best things we've done won't live on / When what we were is gone" (Myths), mentre poco dopo The Beast rincara la dose: "The memories will fade / before we get repaid".
Ma questo album non è un epitaffio, non è arido né banalmente malinconico. La musica dei New Year, il suo essere in qualche modo circolare, tanto nelle progressioni poderose dei suoi crescendo quanto nelle derive quasi jazz delle canzoni più dilatate, ha da sempre un carattere di ostinazione e determinazione che mi lascia ammirato. Una quieta e irremovibile caparbietà, che li spinge avanti, da sempre:
"We either forget / Or count on a new ending / And go back again and again / For the same beating".
Le canzoni dei New Year sono enigmi rocciosi e al tempo stesso elusivi. Puoi passarci accanto di fretta e non accorgertene nemmeno. Oppure puoi sederti lì, accogliere il loro schivo saluto e riascoltare tutto dal principio. Chitarre senza tempo.
Una scrittura che scava sempre più a fondo, dicevo. Anche se Snow mi pare lo faccia cercando, più di ogni disco precedente, di smussare certe asprezze dei passati New Year. Il frequente uso del piano elettrico, gli interventi discreti di un organo a volte solenne, a volte deferente, rendono il paesaggio meno rigido. Le melodie hanno accenti delicati, a tratti diresti che rivelano un'autentica serenità. Le canzoni si concedono forme quanto mai aperte, con lunghe divagazioni strumentali che ti sollevano e ti lasciano sospeso, a fluttuare in un incanto, proprio come un lento fiocco di neve, che non ha bisogno di cielo e terra.
"When it snows / God only knows / Why it feels dead and alive".





mercoledì 10 maggio 2017

A message from the aching sky

Cindy Lee - Malenkost

C'è un momento, durante il primo ascolto di Malenkost, l'album di Cindy Lee appena ristampato da Maple Death, in cui hai l'impressione di essere entrato nel disco "dalla parte sbagliata". Ti chiedi se c'è qualcosa che non va. La puntina sta girando alla velocità giusta, il vinile procede come sempre dal cerchio più esterno a quello interno, e le casse funzionano a dovere: eppure, è come se avessi attraversato lo specchio di Alice. La musica è tutta sottosopra, e non sembra essere questione di bassa fedeltà. Si procede da momenti di noise cupo e claustrofobico a spettrali ballate che fanno pensare come sarebbe Twin Peaks con la colonna sonora di Deerhunter, da enigmatiche tracce fatte di ossessive reiterazioni a un dolente rock'n'roll da Velvet Underground dell'oltretomba.
Un po' come succede nel suo sconcertante programma radiofonico (prendetevi un'oretta per lasciarvi portare alla deriva), Cindy Lee sembra avere un'idea della musica come un'esperienza che non deve mai essere troppo rassicurante. Il comunicato che presenta il disco cita gli Swell Maps, e davvero qui siamo a quegli stessi livelli di capacità di maneggiare un suono che si presenta in apparenza lacerato e senza forma, ma che riesce a comunicare tutta la sua sofferenza, il suo bisogno di riscatto e, in certi inattesi e sorprendenti passaggi, un abbandono puro e sfrenato.
Cindy Lee è la creatura di Patrick Flegel, già voce e chitarra dei Women, band canadese che abbiamo avuto la fortuna di vedere anche dalle nostre parti qualche anno fa, e per la quale è davvero il caso di spendere il logoro aggettivo "seminale". Dopo la tragica scomparsa di Chris Reimer, parte della band ha dato vita ai post-punk Viet-Cong e ai Preoccupations, mentre Flegel si è dedicato a progetti ancora più sperimentali, come Androgynous Mind e Fels-Naptha, e come Cindy Lee ha già inciso tre album.
Questa sera Cindy Lee arriva in concerto a Bologna, all'AtelierSì in Via San Vitale 69 (in apertura Blak Sagaan). Ci si vede a banco!


Cindy Lee - A Message From The Aching Sky



lunedì 8 maggio 2017

Fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini

Carl Brave e Franco126 - Polaroid

«È passata una vita e non mi passa»: l’incontenibile voglia di raccontare una vita intera che ti prendeva quando ancora non avevi l’età per permetterti di parlare di “una vita”. Eppure, era quello il momento in cui si decideva. La vita, il quartiere, gli amici veri e persi, gli amori creduti, i mille bicchieri, le risate, tutte le serate identiche a morire di noia, i baci, i guai, le feste, e il film nella tua testa, i dialoghi, le scene. Tutto così fatto di frammenti, che però si tenevano assieme, e lo sentivi. Era il presente, suonava forte, passava e non passava, ti stava addosso e tu, che nemmeno te ne accorgevi, gli tenevi testa. Ti sembrava di essere «ancora pell’aria», ma eri già tu.
Carl Brave x Franco126 hanno intitolato il loro disco Polaroid (all’inizio non era nemmeno un disco: è stato prima una playlist su YouTube - a proposito del raccontare, con assoluta naturalezza, qualcosa del presente), una raccolta di istantanee che forse, a guardare meglio, sono soltanto fotogrammi di una stessa pellicola che si srotola. Da qui, una scrittura che procede felice e sovrabbondante per elenchi ed enumerazioni, qualcosa che riesce davvero bene al duo romano, e in mezzo a cui ognuno può scegliere il verso da ricopiare per riconoscersi. Tra fumo e birre, si mescola di tutto: frasi che sembrano tagliate e incollate dai nostri Whatsapp, fulminanti cronache quotidiane in una riga, «papiri di cazzate con le emoticon», piccola prosa crepuscolare, e anche quella decadenza spicciola a cui teniamo tanto in quella stagione acerba, ma stemperata da un sentimentalismo senza filtri né mediocre ironia. «So per certo cosa dire ma non te l’ho detto mai / e mi esce solo un "Come stai?"». Slanci e scazzi, illusioni e rimpianti, crederci fino in fondo e al tempo stesso avere già ben chiaro che «tanto finisce tutto prima o poi».
A fare da cornice costante, inesorabile e indispensabile, la città di Roma. Quella dei baretti di sempre, ma con i «grattacieli che si rubano il cielo»; quella del vecchio mercato delle sette, ma con le Enjoy che sfrecciano; quella della Fontana di Trevi, a cui rubare ancora oggi i desideri, ma pure quella dello “zozzone” dove finire la nottata. Una Roma con i gabbiani che planano sulla spazzatura e Villa Pamphili «verde che pare l'Amazzonia». Una Roma vista nei like sotto alle foto e nelle corse in motorino per tutti i vicoli e i viali. Una Roma che trasforma i barcollanti protagonisti delle storie che l’attraversano in «fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini», onnipresenti nelle canzoni di Carl Brave e Franco126, tanto da ispirare la bella copertina firmata da Valerio Bulla. Come uno Urban Dictionary “de Trastevere”, Polaroid dispiega le proprie strade e il proprio slang in un solo gesto, e la sua eleganza sta nel suo essere forse non perfetto ma, proprio come un’istantanea, vivido e immediato.
Passa quasi in secondo piano mettersi a catalogare questo disco come hip-hop oppure no, trap ma non abbastanza, pontificare sulla qualità del flow di queste rime irregolari, che non parlano mai di sé stesse. Non è difficile immaginare che, se fosse uscito qualche anno prima, sarebbe stato un disco suonato e cantato in maniera molto più “italiana” e convenzionale. Queste canzoni, con certi ritornelli già pronti per diventare tormentoni, potrebbero reggere un trattamento cantautoriale classico. Ma Polaroid è un disco del 2017 a tutti gli effetti, e quindi ecco che ci sono le voci roche di sigaretta ingoiate dall’auto-tune, i ritmi scarni mai troppo veloci, dalla cadenza di nenia, e pochi bassi ma efficaci a riempire. L’ingrediente in più che Carl Brave e Franco126 hanno saputo aggiungere è una misurata combinazione del sintetico con elementi più caldi, soprattutto chitarre acustiche a reggere le melodie, ma anche sassofoni o violoncelli. Non a caso, nelle interviste i due possono citare tanto Neffa quanto Paolo Conte, passando per il contemporaneo Calcutta e – va da sé – pure per Califano (anche se, a mio parere, l’influenza principale su questo suono resta la stupenda Faustona di DJ Gruff). È un album che scavalca abbastanza sciolto la questione dei generi e delle pose, e anche per questo motivo mi piace pensare che sia o possa diventare un’autentica polaroid del suo tempo.

[grazie a Rockit]

(mp3) Carl Brave x Franco126 - Pellaria

mercoledì 3 maggio 2017

Indie rock is here to die

Indie music makes Wesley Gonzalez sick, so he’s made his debut solo album without guitars

He says he’s always just wanted to make pop music, "but people don’t use that word… and then people start calling it indie-pop, which I FUCKING hate. Indie pop is my least favourite genre. I can’t stand it." [...] He says it’s funny working in a record shop and seeing the clientele for rock music in general – “it’s so unappealing; so oppressively white male that it doesn’t really speak to me that much anymore.” [...] “And living with indie boys,” he vents, “you put on a dub reggae record and they’re like, ‘eerrrrrr, I don’t know if I like this.’ And you can tell that a lot of the time there’s a very slight racism there as well, of, I don’t like black music. So I don’t hate indie music, but it’s the core values that it represents in my mind that I don’t like.”
Tutto quello che hanno fatto i Let's Wrestle l'ho amato. Da quando, ormai dieci anni fa, apparvero all'improvviso proclamando "this is the death of an indiepop fan", fino alla gloriosa serata in cui conclusero il loro concerto d'addio con un'improbabile rissa. Se ci ripenso, è successo senza nessun vero motivo. Un po' per partito preso, Wesley Gonzalez è sempre stato uno che "dice qualcosa a me e alla mia vita", anche se probabilmente lui sarebbe dell'idea che abbiamo poco in comune. Questa sua monumentale intervista su Loud And Quiet di qualche giorno fa, in cui si racconta l'inizio della sua seconda carriera (a 26 anni) e il suo prossimo esordio solista con Excellent Musician su Moshi Moshi, mi ha colpito duro. Non tanto per le confessioni sulla droga o per la sua rabbia adolescenziale: sono state le sue parole sulla scena musicale a cui dovrebbe appartenere e in cui non si riconosce. Lo so che ha ragione, come so che certi toni fanno parte del suo "personaggio", ma al tempo stesso, sento che qui ci manca sempre di più la terra sotto i piedi.
Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo letto pezzi intorno al canovaccio "indie rock is dead"? Quante volte ci siamo sentiti ripetere che non è più l'epoca di Our Band Could Be Your Life? Come ha scritto Derek Robertson su Drowned In Sound, "this is indie rock's very own Groundhog Day". Sembra appena ieri che ci costringevano a metabolizzare la morte della stessa parola "indie", lo smarrimento del suo significato politico, la riduzione a genere musicale come estremo rinnegamento di quei valori, la nostalgia dei Novanta come ultima svendita eccetera eccetera... E ora non solo ci dicono che il genere sta scomparendo, via via meno rilevante dal punto di vista discografico (la cosiddetta "post-DIY era"), ma sta diventando pure qualcosa a cui contrapporsi? Qualcosa, addirittura, di sbagliato? Ascoltare i Pavement è il nuovo votare Democrazia Cristiana, ed eravamo troppo distratti dalle ristampe in vinile colorato dei Record Store Day per accorgercene? L'indie rock è diventato roba trita per borghesi discutibili.
Giusto ieri,  Tracey Thorn ha rincarato la dose con un articolo dal programmatico titolo "The unbearable whiteness of Britpop" dove contesta la tradizionale lettura dei Novanta britannici, bianca e conservatrice, spingendosi a criticare anche una figura carismatica e rispettata come quella di Jarvis Cocker:
For some reason in the mid-Nineties a form of nostalgia began to hold sway, and we let it. In 2017, with the arguments about grime at the Brit Awards, I realise that we’re still having the same conversations about how to reflect and respect successful underground scenes, and we’re not much further on. Maybe the rot set in when we let the news lead with an item about two rock bands releasing singles on the same day and pretended that it was a groundbreaking story.
Ok Tracey, mi rendo conto che anche i dischi che ascoltiamo, i libri o i siti che leggiamo, i film che andiamo o non andiamo a vedere, le piattaforme digitali a cui ci abboniamo, tutto questo rappresenta, per usare un'espressione banale, una "scelta politica". Per il semplice motivo che esiste ed è all'opera una politica culturale, in maniera più o meno consapevole e collettiva. Per quanto ci crediamo raffinati intenditori, arguti critici, al sicuro nella nostra rigogliosa nicchia, siamo tutti anche il risultato (o forse solo la schiuma dell'onda) di uno Zeitgeist che ci ha prodotti.
Mi sento bloccato: da una parte, il nostro gusto, quello che si è formato e ci ha formati per una vita, non è mai apparso come oggi tanto anacronistico e superato; e dall'altra, la nostra stessa sensibilità per tutto ciò che si chiamava alternative ci spinge ora a riconoscerne i limiti, anche ideologici.
La sintesi più crudele e impietosa di questo stallo l'ha messa nero su bianco un mesetto fa Michael Hann, nell'editoriale con cui si congedava da music editor del Guardian:
Rock music is in its jazz phase. And I don’t mean it’s having a Kamasi Washington/Thundercat moment of extreme hipness. I mean it’s like Ryan Gosling’s version of jazz in La La Land: something fetishised by an older audience, but which has ceded its place at the centre of the pop-cultural conversation to other forms of music, ones less tied to a sense of history. Ones, dare I say it, more forward looking.
Siamo lontani dalle cose che succedono. "Forward looking", mi accorgo, non è sempre la prima cosa che chiedo alla musica che ascolto, e da cui, nonostante tutto, cerco ancora piacere. È sempre stato così? È un mio (o nostro) problema di anzianità di servizio? Nella nostra "range life" la musica è diventata una collezione di vanitose playlist, e non ci aiuta più a crescere? O sono invece le band e i dischi ad avere perso originalità, spinta propulsiva, attitudine (come si diceva una volta)? Oppure sono i critici e i giornalisti musicali a essere incapaci di leggere quello che succede, impigriti dall'appiattimento e dall'accelerazione del discorso intorno alla musica?
Oggi sembra più intelligente (vorrei dire opportuno, in tutte le sue sfumature) porre al centro dell'attenzione figure che si muovono su altri suoni e altri linguaggi, come una Beyoncé o un Kendrick Lamar, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Il giro di soldi, il clickbait, la capacità di incidere sul presente sono incommensurabili. Invece, etichette come "guitar pop" o "post rock", per esempio, suonano oggi come il bacio della morte nella bio di una nuova band (che nove volte su dieci sarà composta da ragazzi bianchi). Poi mi torna in mente una domanda alla fine del bel pezzo di Steven Hyden, "For The Last Time: Rock Is Not Dead, You’re Just Not Paying Attention":
Iggy Pop was never a pop star. If music history solely reflected the marketplace, Iggy Pop would’ve been forgotten long ago. It was up to critics to remind future generations that this guy mattered.
During Gimme Danger, I found myself wondering: How would music critics in 2017 regard a band like the Stooges? Would they appreciate the unrelenting power of the band’s 1970 LP Fun House, or would they denigrate the Stooges because they were never as popular as Cat Stevens? Is it possible that the poor commercial performance of Fun House — surely one of the greatest rock albums ever made — would be used as evidence that rock was dead?
D'accordo, l'estetica indie rock ha ormai i capelli grigi come noi, e forse è vero: alcune contraddizioni latenti che ne erano alla base sono venute al pettine del tempo. Ma con gli anni si matura anche un certo disincanto per certi roboanti proclami, fossero pure quelli della morte dell'indie rock. Si legge meglio tra le righe la nostalgia dei vent'anni di una nuova generazione (benvenuti!), l'invidia per i "kids coming up from behind" che ora sono diventati gli altri. Ci si scopre anche abbastanza tranquilli ad aspettare "la puntualità delle mode musicali" e il prossimo giro di giostra.
Non aspettiamoci una nuova Seattle, e nemmeno i nuovi Strokes, come se nel frattempo non fosse successo nulla. I semi gettati in tutti questi anni sono qui, in mezzo a noi, e forse qualcuno è stato troppo impegnato a raccontarsi la fine dell'indie rock per prestare ascolto.
“Rock is changing, and some people can’t see how it is moving forward because they are waiting for a new Fugazi to show up,” he said, referring to the D.C. post-hardcore band famed for its principled, do-it-yourself ethos. “It’s not gonna happen.”
A parlare, dalle pagine del New Yorker, è Andrew Savage dei Parquet Courts, proprio una delle band che negli ultimi anni ha meglio spinto in avanti i confini della musica "fatta con le chitarre". Il bell'articolo di Hua Hsu, pur partendo da una passione personale, e non trascurando il cambiamento di paradigma nell'ethos indie rock, riesce a mantenersi lontano da nostalgie e rimpianti. In fondo, si tratta di riuscire ancora a raccontare qualcosa, a farti sentire qualcosa. Penso a parecchi dischi "weird" che miè capitato di ascoltare di recente, ma anche a nomi che in queste ultime stagioni sono riusciti a imporre la propria voce e le proprie regole: Mitski, Courtney Barnett, Vagabon, Sheer Mag, Allison Crutchfield, Girlpool... E sì: sto citando soltanto ragazze di proposito. Anche l'indiepop ha fatto la sua piccola parte, con l'ironia post-binary degli Spook School, l'irruenza dei Martha o la poesia dei Radiator Hospital. Immagino che qui ognuno potrebbe aggiungere i propri preferiti (a me, tanto per dire, dispiacerebbe lasciare fuori Car Seat Headrest).
Qualcuna di queste band l'avete vista passare nei vostri "New Music Friday" preferiti. Nessuna di queste band guadagnerà in tutta la carriera quanto gli one percenters delle Top10 intascheranno quest'anno. Nessuno di questi nomi salverà da solo l'indie rock, darà vita a un nuovo genere, e forse nemmeno passerà alla Storia. Ma la Storia non è finita. "The core values", caro Wesley, passano come tutto il resto: non perdiamo la mia ingenua fiducia, né la tua generosa rabbia, né la voglia di ascoltare ancora qualcosa di nuovo (per me è la cosa più difficile).