giovedì 18 maggio 2017

All the indifference that I faked

The New Year - Snow

Voglio lasciarlo scritto qui, fermato mentre la primavera ha cominciato a mollare gli ormeggi e si sta ormai lasciando trascinare nella calda corrente dell'estate che arriva. Voglio lasciarlo qui, come un muto ammonimento pallido mentre intorno sono già pomeriggi a colori di sole forte, e maglietta e tormentoni rap. La monolitica copertina quadrata e grigia del nuovo disco dei New Year è un sentimento spoglio e freddo, invalicabile, ma per me vivo e trascinante. Non è triste e non è desolata. Non si può nemmeno definire "minimalista": ha fatto tutto il giro e ha raggiunto quell'austerità che scaturisce da un tempo diverso, distante, più prolungato e severo. Il tempo di chi sa bene che pronunciare la parola "slowcore" nel 2017 è come parlare lingue morte di civiltà dimenticate. I fratelli Matt e Bubba Kadane hanno continuato a creare la loro musica per più di venticinque anni, portando avanti un'idea di suono senza compromessi, in apparenza anche senza troppe urgenze, continuando a lavorare soltanto su una scrittura che, prova dopo prova, scava sempre più a fondo, e arriva a colpire con una precisione devastante.
Sono forse da considerare degli eroi per questa coerenza? No, almeno secondo certi temi che si possono leggere tra le righe di queste canzoni. Il disincanto che attraversa questo nuovo monumentale Snow è assoluto, direi irreparabile. "There's no reason to celebrate / The best things we've done won't live on / When what we were is gone" (Myths), mentre poco dopo The Beast rincara la dose: "The memories will fade / before we get repaid".
Ma questo album non è un epitaffio, non è arido né banalmente malinconico. La musica dei New Year, il suo essere in qualche modo circolare, tanto nelle progressioni poderose dei suoi crescendo quanto nelle derive quasi jazz delle canzoni più dilatate, ha da sempre un carattere di ostinazione e determinazione che mi lascia ammirato. Una quieta e irremovibile caparbietà, che li spinge avanti, da sempre:
"We either forget / Or count on a new ending / And go back again and again / For the same beating".
Le canzoni dei New Year sono enigmi rocciosi e al tempo stesso elusivi. Puoi passarci accanto di fretta e non accorgertene nemmeno. Oppure puoi sederti lì, accogliere il loro schivo saluto e riascoltare tutto dal principio. Chitarre senza tempo.
Una scrittura che scava sempre più a fondo, dicevo. Anche se Snow mi pare lo faccia cercando, più di ogni disco precedente, di smussare certe asprezze dei passati New Year. Il frequente uso del piano elettrico, gli interventi discreti di un organo a volte solenne, a volte deferente, rendono il paesaggio meno rigido. Le melodie hanno accenti delicati, a tratti diresti che rivelano un'autentica serenità. Le canzoni si concedono forme quanto mai aperte, con lunghe divagazioni strumentali che ti sollevano e ti lasciano sospeso, a fluttuare in un incanto, proprio come un lento fiocco di neve, che non ha bisogno di cielo e terra.
"When it snows / God only knows / Why it feels dead and alive".





mercoledì 10 maggio 2017

A message from the aching sky

Cindy Lee - Malenkost

C'è un momento, durante il primo ascolto di Malenkost, l'album di Cindy Lee appena ristampato da Maple Death, in cui hai l'impressione di essere entrato nel disco "dalla parte sbagliata". Ti chiedi se c'è qualcosa che non va. La puntina sta girando alla velocità giusta, il vinile procede come sempre dal cerchio più esterno a quello interno, e le casse funzionano a dovere: eppure, è come se avessi attraversato lo specchio di Alice. La musica è tutta sottosopra, e non sembra essere questione di bassa fedeltà. Si procede da momenti di noise cupo e claustrofobico a spettrali ballate che fanno pensare come sarebbe Twin Peaks con la colonna sonora di Deerhunter, da enigmatiche tracce fatte di ossessive reiterazioni a un dolente rock'n'roll da Velvet Underground dell'oltretomba.
Un po' come succede nel suo sconcertante programma radiofonico (prendetevi un'oretta per lasciarvi portare alla deriva), Cindy Lee sembra avere un'idea della musica come un'esperienza che non deve mai essere troppo rassicurante. Il comunicato che presenta il disco cita gli Swell Maps, e davvero qui siamo a quegli stessi livelli di capacità di maneggiare un suono che si presenta in apparenza lacerato e senza forma, ma che riesce a comunicare tutta la sua sofferenza, il suo bisogno di riscatto e, in certi inattesi e sorprendenti passaggi, un abbandono puro e sfrenato.
Cindy Lee è la creatura di Patrick Flegel, già voce e chitarra dei Women, band canadese che abbiamo avuto la fortuna di vedere anche dalle nostre parti qualche anno fa, e per la quale è davvero il caso di spendere il logoro aggettivo "seminale". Dopo la tragica scomparsa di Chris Reimer, parte della band ha dato vita ai post-punk Viet-Cong e ai Preoccupations, mentre Flegel si è dedicato a progetti ancora più sperimentali, come Androgynous Mind e Fels-Naptha, e come Cindy Lee ha già inciso tre album.
Questa sera Cindy Lee arriva in concerto a Bologna, all'AtelierSì in Via San Vitale 69 (in apertura Blak Sagaan). Ci si vede a banco!


Cindy Lee - A Message From The Aching Sky



lunedì 8 maggio 2017

Fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini

Carl Brave e Franco126 - Polaroid

«È passata una vita e non mi passa»: l’incontenibile voglia di raccontare una vita intera che ti prendeva quando ancora non avevi l’età per permetterti di parlare di “una vita”. Eppure, era quello il momento in cui si decideva. La vita, il quartiere, gli amici veri e persi, gli amori creduti, i mille bicchieri, le risate, tutte le serate identiche a morire di noia, i baci, i guai, le feste, e il film nella tua testa, i dialoghi, le scene. Tutto così fatto di frammenti, che però si tenevano assieme, e lo sentivi. Era il presente, suonava forte, passava e non passava, ti stava addosso e tu, che nemmeno te ne accorgevi, gli tenevi testa. Ti sembrava di essere «ancora pell’aria», ma eri già tu.
Carl Brave x Franco126 hanno intitolato il loro disco Polaroid (all’inizio non era nemmeno un disco: è stato prima una playlist su YouTube - a proposito del raccontare, con assoluta naturalezza, qualcosa del presente), una raccolta di istantanee che forse, a guardare meglio, sono soltanto fotogrammi di una stessa pellicola che si srotola. Da qui, una scrittura che procede felice e sovrabbondante per elenchi ed enumerazioni, qualcosa che riesce davvero bene al duo romano, e in mezzo a cui ognuno può scegliere il verso da ricopiare per riconoscersi. Tra fumo e birre, si mescola di tutto: frasi che sembrano tagliate e incollate dai nostri Whatsapp, fulminanti cronache quotidiane in una riga, «papiri di cazzate con le emoticon», piccola prosa crepuscolare, e anche quella decadenza spicciola a cui teniamo tanto in quella stagione acerba, ma stemperata da un sentimentalismo senza filtri né mediocre ironia. «So per certo cosa dire ma non te l’ho detto mai / e mi esce solo un "Come stai?"». Slanci e scazzi, illusioni e rimpianti, crederci fino in fondo e al tempo stesso avere già ben chiaro che «tanto finisce tutto prima o poi».
A fare da cornice costante, inesorabile e indispensabile, la città di Roma. Quella dei baretti di sempre, ma con i «grattacieli che si rubano il cielo»; quella del vecchio mercato delle sette, ma con le Enjoy che sfrecciano; quella della Fontana di Trevi, a cui rubare ancora oggi i desideri, ma pure quella dello “zozzone” dove finire la nottata. Una Roma con i gabbiani che planano sulla spazzatura e Villa Pamphili «verde che pare l'Amazzonia». Una Roma vista nei like sotto alle foto e nelle corse in motorino per tutti i vicoli e i viali. Una Roma che trasforma i barcollanti protagonisti delle storie che l’attraversano in «fiori cresciuti in mezzo ai sampietrini», onnipresenti nelle canzoni di Carl Brave e Franco126, tanto da ispirare la bella copertina firmata da Valerio Bulla. Come uno Urban Dictionary “de Trastevere”, Polaroid dispiega le proprie strade e il proprio slang in un solo gesto, e la sua eleganza sta nel suo essere forse non perfetto ma, proprio come un’istantanea, vivido e immediato.
Passa quasi in secondo piano mettersi a catalogare questo disco come hip-hop oppure no, trap ma non abbastanza, pontificare sulla qualità del flow di queste rime irregolari, che non parlano mai di sé stesse. Non è difficile immaginare che, se fosse uscito qualche anno prima, sarebbe stato un disco suonato e cantato in maniera molto più “italiana” e convenzionale. Queste canzoni, con certi ritornelli già pronti per diventare tormentoni, potrebbero reggere un trattamento cantautoriale classico. Ma Polaroid è un disco del 2017 a tutti gli effetti, e quindi ecco che ci sono le voci roche di sigaretta ingoiate dall’auto-tune, i ritmi scarni mai troppo veloci, dalla cadenza di nenia, e pochi bassi ma efficaci a riempire. L’ingrediente in più che Carl Brave e Franco126 hanno saputo aggiungere è una misurata combinazione del sintetico con elementi più caldi, soprattutto chitarre acustiche a reggere le melodie, ma anche sassofoni o violoncelli. Non a caso, nelle interviste i due possono citare tanto Neffa quanto Paolo Conte, passando per il contemporaneo Calcutta e – va da sé – pure per Califano (anche se, a mio parere, l’influenza principale su questo suono resta la stupenda Faustona di DJ Gruff). È un album che scavalca abbastanza sciolto la questione dei generi e delle pose, e anche per questo motivo mi piace pensare che sia o possa diventare un’autentica polaroid del suo tempo.

[grazie a Rockit]

(mp3) Carl Brave x Franco126 - Pellaria

mercoledì 3 maggio 2017

Indie rock is here to die

Indie music makes Wesley Gonzalez sick, so he’s made his debut solo album without guitars

He says he’s always just wanted to make pop music, "but people don’t use that word… and then people start calling it indie-pop, which I FUCKING hate. Indie pop is my least favourite genre. I can’t stand it." [...] He says it’s funny working in a record shop and seeing the clientele for rock music in general – “it’s so unappealing; so oppressively white male that it doesn’t really speak to me that much anymore.” [...] “And living with indie boys,” he vents, “you put on a dub reggae record and they’re like, ‘eerrrrrr, I don’t know if I like this.’ And you can tell that a lot of the time there’s a very slight racism there as well, of, I don’t like black music. So I don’t hate indie music, but it’s the core values that it represents in my mind that I don’t like.”
Tutto quello che hanno fatto i Let's Wrestle l'ho amato. Da quando, ormai dieci anni fa, apparvero all'improvviso proclamando "this is the death of an indiepop fan", fino alla gloriosa serata in cui conclusero il loro concerto d'addio con un'improbabile rissa. Se ci ripenso, è successo senza nessun vero motivo. Un po' per partito preso, Wesley Gonzalez è sempre stato uno che "dice qualcosa a me e alla mia vita", anche se probabilmente lui sarebbe dell'idea che abbiamo poco in comune. Questa sua monumentale intervista su Loud And Quiet di qualche giorno fa, in cui si racconta l'inizio della sua seconda carriera (a 26 anni) e il suo prossimo esordio solista con Excellent Musician su Moshi Moshi, mi ha colpito duro. Non tanto per le confessioni sulla droga o per la sua rabbia adolescenziale: sono state le sue parole sulla scena musicale a cui dovrebbe appartenere e in cui non si riconosce. Lo so che ha ragione, come so che certi toni fanno parte del suo "personaggio", ma al tempo stesso, sento che qui ci manca sempre di più la terra sotto i piedi.
Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo letto pezzi intorno al canovaccio "indie rock is dead"? Quante volte ci siamo sentiti ripetere che non è più l'epoca di Our Band Could Be Your Life? Come ha scritto Derek Robertson su Drowned In Sound, "this is indie rock's very own Groundhog Day". Sembra appena ieri che ci costringevano a metabolizzare la morte della stessa parola "indie", lo smarrimento del suo significato politico, la riduzione a genere musicale come estremo rinnegamento di quei valori, la nostalgia dei Novanta come ultima svendita eccetera eccetera... E ora non solo ci dicono che il genere sta scomparendo, via via meno rilevante dal punto di vista discografico (la cosiddetta "post-DIY era"), ma sta diventando pure qualcosa a cui contrapporsi? Qualcosa, addirittura, di sbagliato? Ascoltare i Pavement è il nuovo votare Democrazia Cristiana, ed eravamo troppo distratti dalle ristampe in vinile colorato dei Record Store Day per accorgercene? L'indie rock è diventato roba trita per borghesi discutibili.
Giusto ieri,  Tracey Thorn ha rincarato la dose con un articolo dal programmatico titolo "The unbearable whiteness of Britpop" dove contesta la tradizionale lettura dei Novanta britannici, bianca e conservatrice, spingendosi a criticare anche una figura carismatica e rispettata come quella di Jarvis Cocker:
For some reason in the mid-Nineties a form of nostalgia began to hold sway, and we let it. In 2017, with the arguments about grime at the Brit Awards, I realise that we’re still having the same conversations about how to reflect and respect successful underground scenes, and we’re not much further on. Maybe the rot set in when we let the news lead with an item about two rock bands releasing singles on the same day and pretended that it was a groundbreaking story.
Ok Tracey, mi rendo conto che anche i dischi che ascoltiamo, i libri o i siti che leggiamo, i film che andiamo o non andiamo a vedere, le piattaforme digitali a cui ci abboniamo, tutto questo rappresenta, per usare un'espressione banale, una "scelta politica". Per il semplice motivo che esiste ed è all'opera una politica culturale, in maniera più o meno consapevole e collettiva. Per quanto ci crediamo raffinati intenditori, arguti critici, al sicuro nella nostra rigogliosa nicchia, siamo tutti anche il risultato (o forse solo la schiuma dell'onda) di uno Zeitgeist che ci ha prodotti.
Mi sento bloccato: da una parte, il nostro gusto, quello che si è formato e ci ha formati per una vita, non è mai apparso come oggi tanto anacronistico e superato; e dall'altra, la nostra stessa sensibilità per tutto ciò che si chiamava alternative ci spinge ora a riconoscerne i limiti, anche ideologici.
La sintesi più crudele e impietosa di questo stallo l'ha messa nero su bianco un mesetto fa Michael Hann, nell'editoriale con cui si congedava da music editor del Guardian:
Rock music is in its jazz phase. And I don’t mean it’s having a Kamasi Washington/Thundercat moment of extreme hipness. I mean it’s like Ryan Gosling’s version of jazz in La La Land: something fetishised by an older audience, but which has ceded its place at the centre of the pop-cultural conversation to other forms of music, ones less tied to a sense of history. Ones, dare I say it, more forward looking.
Siamo lontani dalle cose che succedono. "Forward looking", mi accorgo, non è sempre la prima cosa che chiedo alla musica che ascolto, e da cui, nonostante tutto, cerco ancora piacere. È sempre stato così? È un mio (o nostro) problema di anzianità di servizio? Nella nostra "range life" la musica è diventata una collezione di vanitose playlist, e non ci aiuta più a crescere? O sono invece le band e i dischi ad avere perso originalità, spinta propulsiva, attitudine (come si diceva una volta)? Oppure sono i critici e i giornalisti musicali a essere incapaci di leggere quello che succede, impigriti dall'appiattimento e dall'accelerazione del discorso intorno alla musica?
Oggi sembra più intelligente (vorrei dire opportuno, in tutte le sue sfumature) porre al centro dell'attenzione figure che si muovono su altri suoni e altri linguaggi, come una Beyoncé o un Kendrick Lamar, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Il giro di soldi, il clickbait, la capacità di incidere sul presente sono incommensurabili. Invece, etichette come "guitar pop" o "post rock", per esempio, suonano oggi come il bacio della morte nella bio di una nuova band (che nove volte su dieci sarà composta da ragazzi bianchi). Poi mi torna in mente una domanda alla fine del bel pezzo di Steven Hyden, "For The Last Time: Rock Is Not Dead, You’re Just Not Paying Attention":
Iggy Pop was never a pop star. If music history solely reflected the marketplace, Iggy Pop would’ve been forgotten long ago. It was up to critics to remind future generations that this guy mattered.
During Gimme Danger, I found myself wondering: How would music critics in 2017 regard a band like the Stooges? Would they appreciate the unrelenting power of the band’s 1970 LP Fun House, or would they denigrate the Stooges because they were never as popular as Cat Stevens? Is it possible that the poor commercial performance of Fun House — surely one of the greatest rock albums ever made — would be used as evidence that rock was dead?
D'accordo, l'estetica indie rock ha ormai i capelli grigi come noi, e forse è vero: alcune contraddizioni latenti che ne erano alla base sono venute al pettine del tempo. Ma con gli anni si matura anche un certo disincanto per certi roboanti proclami, fossero pure quelli della morte dell'indie rock. Si legge meglio tra le righe la nostalgia dei vent'anni di una nuova generazione (benvenuti!), l'invidia per i "kids coming up from behind" che ora sono diventati gli altri. Ci si scopre anche abbastanza tranquilli ad aspettare "la puntualità delle mode musicali" e il prossimo giro di giostra.
Non aspettiamoci una nuova Seattle, e nemmeno i nuovi Strokes, come se nel frattempo non fosse successo nulla. I semi gettati in tutti questi anni sono qui, in mezzo a noi, e forse qualcuno è stato troppo impegnato a raccontarsi la fine dell'indie rock per prestare ascolto.
“Rock is changing, and some people can’t see how it is moving forward because they are waiting for a new Fugazi to show up,” he said, referring to the D.C. post-hardcore band famed for its principled, do-it-yourself ethos. “It’s not gonna happen.”
A parlare, dalle pagine del New Yorker, è Andrew Savage dei Parquet Courts, proprio una delle band che negli ultimi anni ha meglio spinto in avanti i confini della musica "fatta con le chitarre". Il bell'articolo di Hua Hsu, pur partendo da una passione personale, e non trascurando il cambiamento di paradigma nell'ethos indie rock, riesce a mantenersi lontano da nostalgie e rimpianti. In fondo, si tratta di riuscire ancora a raccontare qualcosa, a farti sentire qualcosa. Penso a parecchi dischi "weird" che miè capitato di ascoltare di recente, ma anche a nomi che in queste ultime stagioni sono riusciti a imporre la propria voce e le proprie regole: Mitski, Courtney Barnett, Vagabon, Sheer Mag, Allison Crutchfield, Girlpool... E sì: sto citando soltanto ragazze di proposito. Anche l'indiepop ha fatto la sua piccola parte, con l'ironia post-binary degli Spook School, l'irruenza dei Martha o la poesia dei Radiator Hospital. Immagino che qui ognuno potrebbe aggiungere i propri preferiti (a me, tanto per dire, dispiacerebbe lasciare fuori Car Seat Headrest).
Qualcuna di queste band l'avete vista passare nei vostri "New Music Friday" preferiti. Nessuna di queste band guadagnerà in tutta la carriera quanto gli one percenters delle Top10 intascheranno quest'anno. Nessuno di questi nomi salverà da solo l'indie rock, darà vita a un nuovo genere, e forse nemmeno passerà alla Storia. Ma la Storia non è finita. "The core values", caro Wesley, passano come tutto il resto: non perdiamo la mia ingenua fiducia, né la tua generosa rabbia, né la voglia di ascoltare ancora qualcosa di nuovo (per me è la cosa più difficile).





giovedì 27 aprile 2017

One life and then you’re done

Dag - Benefits of Solitude

All'inizio dell'ultimo show 2017, c'è una battuta di Louis C.K. che comincia con queste parole: "Life is okay. I like life. I like it. I don't need it. I'd be fine without it". Ecco, a volte la vita ti fa sentire proprio così: come se potessi tranquillamente fare a meno di lei. Tu e la vita siete pari. È un margine sottile come una lama: il momento di equilibrio in cui puoi dirti completamente in pace con il mondo, ma basta un niente e tutto può crollare. Un niente, proprio.
Mi sembra che ci sia parecchio "niente" dentro Benefits Of Solituide, il bellissimo disco di debutto dei Dag pubblicato da Bedroom Suck. Non intendo "niente" nel senso che questo è un disco nichilista. Piuttosto, c'è molto di quel niente che incontra uno che attraversa i suoi giorni e realizza di colpo che curiosa coincidenza è ritrovarsi sulla faccia della terra e, al tempo stesso, ha molto a cuore quello che ci fa vivere ogni minuto. Lo sguardo dentro queste canzoni è quello di chi è abituato a guardare lontano, in fondo alle lunghe distanze dell'Autralia. Le distanze che ti portano a misurare le parole. Immagini facilmente uno scenario rurale non molto allegro e florido, un orizzonte deserto. C'è la solitudine e c'è il silenzio, e c'è anche quel sorriso di chi ha bisogno di compagnia, ma ha imparato a non aspettarsi troppo dagli altri. 
A volte sembra proprio che tu e la vita siate pari, e i Dag sanno far nascere da quella sensazione di confidente abbandono alcune delle loro canzoni migliori: Guards Down, Exercise o la title track piaceranno a chi già ama Twerps, Totally Mild o The Goon Sax. Qui e là interviene la voce di Heidi Cutlack ad addolcire le melodie roche di Dusty Anastassiou, a volte è un violino o addirittura un sassofono. Altre volte, invece, credi di essere tranquillo e rilassato, e invece è soltanto il fronte di bassa pressione del tedio e della tristezza che avanza lento e si prepara a copriree l'intero cielo. I Dag possono all'improvviso diventare una band slowcore, come in Company, JB o nella conclusiva Endless, Aching Dance. Quell'oscurità che riescono a tirare fuori dalla loro stessa (apparente) leggerezza, è quello che rende questo disco un viaggio - per forza di cose solitario - molto affascinante. 





venerdì 21 aprile 2017

Feels like it's clearing up, something is starting

Shout Out Louds - Oh Oh

"Don't say that it's over, 'cause nothing ever is": e se lo dice la voce roca di Adam Olenius io ci credo fortissimo. È una raggiante mattina di primavera, gli Shout Out Louds hanno appena annunciato il loro ritorno e io non potrei essere più felice. "The feeling is so strong, so pure". Nuovo singolo, nuovo video (diretto come sempre dal bassista Ted Malmros), nuove date live da qui all'autunno e il quinto album in arrivo dopo l'estate! Oh Oh racchiude esattamente questa euforia: "feels like it's clearing up, something is starting". E a quattro anni dall'ultima fatica, Optica, la band svedese infatti ha voglia di ripartire e rimettersi in gioco. Come racconta Adam in un'intervista su Line Of Best Fit, "we focused more on output and energy. The theme for Oh Oh is basically about that. About holding on to a feeling. Holding on to your dreams". Per gli Shout Out Louds, qui non abbiamo mai smesso di farlo. Quel loro suono, capace di tenere assieme malinconia ed esultanza, voglia di ballare e di abbandonarsi agli abbracci, è ancora intatto e splendente. Something is starting!





giovedì 20 aprile 2017

"A fossilization of the spring in your step"

Quella vecchia rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]


► «I don't know if everyone's playing internal chess with themselves at all times," she muses when I bring up the song, "trying to win one more day of feeling that life has possibility to it, or... it might just be me. I've struggled a lot with just a general tone of darkness since I was a teenager. It gets boring. It gets exhausting»: bella intervista a Feist su Noisey per parlare del nuovo album Pleasure, in arrivo la prossima settimana.



► "My mother, the punk rocker Poly Styrene": wow, non lo sapevo, faranno un film sulla frontwoman X-Ray Spex!

► Volevate l'internet delle cose? Eccovi le cuffie che spiano quello che state ascoltando (e lo vanno pure a raccontare in giro): dal Washington Post, "Bose headphones have been spying on customers, lawsuit claims".

► Ok, lo ammetto, questa è troppo facile: "New Order and The Smiths songs reimagined as Stephen King book covers".

► «Shoegaze never became part of the big music industry. So maybe it was ripe for rediscovery, in the same way that when those Nuggets collections and Pebbles compilations—the old garage rock and psych—were reissued in the ’80s, they became really influential. You’d never heard your parents playing those records—they were never mainstream music. But they were brilliant bands that got a second bite after they were re-released. Maybe the internet had a real good impact on shoegaze because it’s given kids now a chance to check it out»: "Slowdive on Their First Album in 22 Years and Why Shoegaze Came Back".




► Verso il Record Store Day (1) - «I honestly think things have gotten worse»: Catching Up With 'Fvck Record Store Day' Manifesto Author Joe Steinhardt.

► "The Zombies' Odessey and Oracle: An Oral History of the '60s Rock Masterpiece That Rose from the Dead".

► E se volete concludere con qualcosa di completamente diverso (ma molto bello), "Aldous Huxley on the Transcendent Power of Music and Why It Sings to Our Souls": «Music “says” things about the world, but in specifically musical terms. Any attempt to reproduce these musical statements “in our own words” is necessarily doomed to failure».

martedì 18 aprile 2017

"You Are No Good": a playlist for The Notwist live in Bologna (2017/04/08)

 You Are No Good: a playlist for The Notwist live in Bologna (2017/04/08)

Un paio di weekend fa ho avuto l'onore di mettere un po' di dischi prima e dopo il concerto dei Notwist al Locomotiv Club di Bologna. La data era sold out, la sala era già quasi piena alle nove e io ero abbastanza teso. Immagino il pubblico della band tedesca piuttosto esigente, ma al tempo stesso so che un set di warm-up deve essere "di servizio" e funzionale. Nota bene: non sono un dj.
Alla fine, tra brindisi e vecchi amici rivisti dopo tanto tempo, vuoi per il mood presobene della serata, vuoi per la schietta felicità di poter dare il mio modestissimo contributo, mi sono divertito come non mi capitava da un pezzo dietro a un mixer. Ho cominciato a segnare sul telefono le canzoni che stavo mettendo, ed è venuta fuori più o meno questa improvvisata playlist. Non è perfetta né equilibrata, non è ricercata o colta, lo so, ma alla fine credo abbia fatto il suo dovere, e mi piace postarla qui, come una piccola istantanea di una bella festa.



  • Bedhead - Crushing
  • Contriva - Connected
  • L'Altra - In The Afternoon
  • Be Forest - Totem 2
  • Chris Cohen - Optimist High
  • Giardini di Mirò - Broken By
  • Boards Of Canada - Smokes Quantity
  • The Radio Dept. - Bus
  • Halfalib - Liebe Fénix II, Instant
  • His Clancyness - Dreams Building Dreams
  • Real Estate - Green Aisles
  • Baseball Gregg - On The Screen
  • DIIV - Dopamine
  • Komeit - Three Hours
  • Slowdive - When The Sun Hits
  • Yuppie Flu - The Blue Experiment

venerdì 14 aprile 2017

Bee Bee Sea live @ polaroid!

BEE BEE SEA LIVE @ POLAROID - UN BLOG ALLA RADIO

Arriva il fine settimana, è tempo di alzare il volume delle chitarre. Questa sera arrivano a Bologna i Bee Bee Sea, agguerrita band garage rock dalla provincia mantovana che aprirà il concerto dei Parrots al Covo. I Bee Bee Sea hanno diviso palchi con nomi del calibro di Black Lips, Thee Oh Sees e King Khan And The Shrines, hanno già all'attivo un album e un EP (che contiene pure una bella e inaspettata cover di Jacques Dutronc), e di sicuro sanno come farvi ballare.
Lunedì scorso, grazie a Hello Dirty Fanzine, i Bee Bee Sea sono venuti a trovarci negli studi di Radio Città del Capo, per due chiacchiere e un paio di canzoni live unplugged a "polaroid - un blog alla radio". Tra l'altro, i pezzi sono due inediti che anticipano un album in arrivo per l'autunno. Era la prima volta che i regaz suonavano in acustico, e a mio parere dovrebbero ripetere l'esperimento più spesso.
Qui trovate il podcast integrale della puntata e qui sotto le due tracce che ci hanno regalato dal vivo.
Ma intanto questa sera non perdetevi il party Boys & Girls: ci si vede a banco!

(mp3) Bee Bee Sea - I Shouted (live @ polaroid)
(mp3) Bee Bee Sea - I Shouted - reprise (live @ polaroid)

giovedì 13 aprile 2017

We didn’t care if this was the last one

Hater 'You Tried' (PNKSLM) - Malmö

Non leggo più tanti libri come una volta. Ci penso spesso e ci sto un po' male. Le storie si perdono, svaniscono, e un po' anche noi. Cerco di convincermi di avere già tutto quello che mi serve, di portare ogni cosa dentro qualche specie di valigia mentale che dovrei avere preparato e messo da parte in tutti questi anni. Ma la verità è che mi sento come se fossi sempre su questo treno e non ricordassi più quando sono partito e dove devo arrivare. Il viaggio fila dritto, comodo, alta velocità e aria condizionata. Ma è come non avere niente con me. Ho dimenticato qualcosa a terra, molte stazioni fa? Dov'è il mio biglietto?
Mi accorgo di continuare a cercare questo distacco, questa mancanza dentro le canzoni. Amo quei dischi che sembrano suonare allegri, sorridenti e piacevoli, addirittura primaverili, ma che trascinano nel cuore una malinconia splendente, un addio che si prolunga e non si placa. Io sono lì, sul treno, ma sento ancora tutta la scia dei miei "me" prolungarsi e risalire fino al momento in cui ci siamo lasciati sul binario, ed è finita.
You Tried, l'album di debutto degli Hater pubblicato da PNKSLM, dura appena ventisei minuti, ma mi sono bastati due secondi, due istanti lacerati e preziosi per innamorarmi ed essere certo che questo sarebbe stato un disco che mi avrebbe fatto male.
Carpet subito in apertura, un verso nudo e semplice come "oh baby, I can't fix it, you know I can't", proprio quando la canzone si interrompe: gli Hater non inseguono l'enfasi del dramma nella loro musica, sanno che non occorre. Ne abbiamo già abbastanza di dramma. Parlano in maniera semplice ma netta: ogni elemento deve stare dove sta. Fanno quel guitar pop limpido che a tutti ha fatto venire in mente gli Alvvays, ma che si potrebbe anche far risalire fino ai Dolly Mixture senza troppi problemi.
Nel singolo Had It All, il momento in cui la voce roca di Caroline Landahl all'improvviso si leva a un tono intransigente, e la batteria si inceppa, come se insistesse sull'unico punto che non può essere oltrepassato: "don't go back to me 'cause you had it all, and you lost it all". Fino alla strofa precedente sembrava accomodarsi tutto, la canzone era una spiegazione, aveva il tono di qualcosa che cerca di riaggiustarsi a poco a poco. Ma non puoi credere di sistemare davvero tutto, fino in fondo, e far tornare indietro quel treno. Il modo in cui la canzone si svuota e si spegne, quell'ultimo tentativo del basso, come una domanda patetica lasciata a metà, è da lacrime.
A volte non puoi far altro che abbandonarti a un crepuscolo (la tenerezza della conclusiva title track), a volte ti agiti e non riesci a controllarti (l'aspra e incalzante Stay Gold), a volte ostenti una sensualità quasi spavalda (Cry Later). Ma quello che non lascia mai il tuo cuore è quello che continui a cercare senza sosta.






lunedì 10 aprile 2017

We pretend I can be the one that you've been dreaming

Tennis - Yours Conditionally

Basta il primo pomeriggio ai Giardini in maglietta, basta il primo aperitivo in terrazza, basta un'inattesa lentezza al tramonto per non accontentarsi più: la nuova primavera appena cominciata non è più sufficiente, vogliamo già il mare, vogliamo già sentire il vento e la distanza sulla pelle. Può fare al caso nostro il nuovo album dei Tennis, che infatti cantano "Follow me into sweet fields of blue" (in una ballata attillata e ammiccante che sembra uscita da Emmerdale).
Coppia nella vita e nell'arte, come si dice sempre in questi casi, Alaina Moore e Patrick Riley hanno deciso di ripetere per questo quarto lavoro Yours Conditionally il trucco del loro esordio Cape Dory del 2011. Eccoli dunque raccontare ancora una volta come hanno solcato i mari con la loro barca e hanno trovato l'ispirazione per scrivere canzoni. Eccoli dunque ancora una volta alle prese con quel loro suono un po' Anni Sessanta con la drum machine, un po' Settanta sdolcinati ma consapevoli, come si conviene oggi. Possono raccontare l'amore più vulnerabile e romantico, quanto il disincanto di una donna contemporanea (My Emotions are Blinding, sul ruolo della femmina-oggetto nel pop, oppure Ladies Don't Play Guitar, sul sessismo dell'industria musicale). Difficilmente mancano il bersaglio (qui direi soltanto Please Don't Ruin This For Me mostra un po' di stanchezza nella formula), più spesso si mostrano per quello che sono: degli adorabili innamorati, e innamorati anche di una certa idea vintage di musica, impermeabili al vostro cinismo e capaci di insinuare ovunque melodie dolci e seducenti.
In fondo i Tennis sono la "band Instagram" ideale: prendono il momento più ordinario, o se vuoi un pop che potrebbe sembrare quanto mai datato, e lo trasformano in un delizioso quadretto dai colori saturi e dai riflessi sfumati. Tutto sta nell'equilibrio tra il soggetto e il filtro giusto, e nello scoprire che (fuga in barca a parte) anche tu stai cercando la stessa cosa: "happiness leaves me yearning / tell me that you feel it too".




Tennis - In The Morning I’ll Be Better


Tennis - Ladies Don't Play Guitar

domenica 9 aprile 2017

It was always you

MAJOR LEAGUES

"polaroid – un blog alla radio" – S16E24

Major Leagues – It Was Always You
Wurld Series – Rip KF
Punctuation Club – Art School Confidential
[in collegamento con Andrea “Benty” Bentivoglio per "Troppa Braga"]
The Boy Least Likely To – Follow Your Heart Somewhere
The Jasmine Minks – Ten Thousand Tears
Real Estate – Serve The Song
Tennis – My Emotions Are Blinding
Colombre – Pulviscolo
The Nowtist – Pick Up The Phone (live)

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giovedì 6 aprile 2017

"RAW 'n' LOUD": intervista ai Jackson Pollock!

THE JACKSON POLLOCK

Questa sera al Mikasa arriva il noise lacerante degli Spectres. In apertura alla band britannica suoneranno i nostri Jackson Pollock, una delle nuove band più interessanti che mi sia capitato di vedere da tempo qui a Bologna. Impetuoso duo chitarra e batteria, riescono a coniugare furia e divertimento, irruente tumulto e scanzonata catarsi. Si esce da un loro concerto frastornati, sorridendo come se non si sapesse bene dove ci si trova ma in fondo non importasse molto. Non a caso, il loro motto è "RAW 'n' LOUD".
Emily e Reginald, dalla loro base nell'hinterland bolognese, hanno appena registrato Bootleg, raccolta a bassa fedeltà di cinque tracce che tentano di catturare un'istantanea di quello che sono i Jackson Pollock oggi. Tra l'altro contiene anche una nuova versione di The Yeah Song, la canzone che avevano regalato alla compilation natalizia di polaroid dell'anno scorso. Per il resto non si trovano ancora molte tracce di loro in rete, e così ho voluto rivolgergli direttamente qualche domanda per conoscerli meglio, anche se la cosa migliore credo rimanga andare a vederli dal vivo. E soprattutto stare vicini, molto vicini, al palco.

Cominciamo proprio dalle presentazioni, visto che ancora non si sa molto di voi: da dove venite e come vi è venuta l’idea di mettere in piedi la band? Cosa si può rivelare intorno ai vostri personaggi?
Ah, l'annosa questione della bio! Niente di magico, veniamo dallo stesso paesino di provincia e ci siamo trasferiti a Bologna. Suonavamo insieme anche prima, ma il passato è tipo cancellato. Suonando a caso in casa abbiamo scritto un po' di roba e la band è venuta fuori per astrazione.

La prima impressione che ho avuto ascoltandovi (anzi: quando mi sono fatto travolgere dall’uragano della vostra musica a uno dei vostri concerti), è che ci sia una grande parte di jam e improvvisazione: è davvero così? Come scrivete concretamente i pezzi e come riuscite nell'impresa di assemblarli e farli stare assieme?
In realtà improvvisiamo poco, più che altro lo facciamo in privato perché a me piace molto improvvisare mentre Davide si vergogna. I pezzi escono naturalmente, si incastrano da soli a volte, cerchiamo di non domandarcelo e lasciare nella nostra musica una parte inconsapevole.

Ci sono dei riferimenti musicali che tenete sempre presente per la vostra musica? Uno potrebbe immaginare che i vostri ascolti comprendano tanto il rock, quanto noise o jazz. Insomma, cosa vi piace (compreso quello che non finisce direttamente nei Jackson Pollock)?
Il gruppo preferito di Davide in assoluto sono i Sonic Youth (pre Sonic Nurse), io ascolto sempre la stessa musica, canzoni singole più che album (ho lo skip facile, il replay infinito e il volume per me è o acceso o spento!). La musica nuova voglio scoprirla per caso.
Yes noise - no jazz! Una cosa che ci ha influenzato sicuramente è stato un concerto dei No Age visto al Covo: ci ha fatto capire che già in due potevamo essere una band, tipo l'acqua calda!

Quando Emily canta e pesta la batteria si resta immediatamente colpiti dalla sua energia, ma in effetti di cosa parlano le canzoni? Di chi sono i testi, e che cosa vi piace raccontare?
I testi li incastriamo insieme, a posteriori, con un metodo segreto che dovremmo brevettare. Non ci interessa comunicare a parole, ma quello che esce comunque ci riflette, anche se in un modo più criptico. Facciamo fatica anche con i titoli delle canzoni: chi ha visto la nostra scaletta lo sa!

È possibile catturare l'energia dei vostri live dentro una semplice registrazione? In che modo cambia il vostro approccio in studio?
Il feeling live è proprio quello che tentiamo di raggiungere nelle nostre registrazioni casalinghe. Abbiamo anche provato a registrarci con tecniche più canoniche, ma siamo subito tornati al lo-fi, "al nostro amato Tascam", per catturare l'aura (ovvero poter riascoltare i pezzi e ritrovarcisi e non sentirli distanti). Nel processo qualcosa lo abbiamo imparato, forse!



The Jackson Pollock - Chuck Norris


The Jackson Pollock - The Yeah Song

lunedì 3 aprile 2017

Indiepop Jukebox (marzo '17)

Major Leagues - It Was Always You

Dopo l'ottimo EP dell'anno scorso, tornano i Major Leagues, quartetto di Brisbane dal suono luminoso e, come direbbero da quelle parti, molto "breezy". Questa nuova It Was Always You è davvero deliziosa (consigliata ai fan di Alvvays e Hater, giusto per fare due nomi) e anticipa un album in uscita il prossimo mese su Popfrenzy.





BENT - MATTRESS SPRINGS

Dalla stessa città, ma su suoni decisamente più spigolosi e punk, arrivano i Bent, trio autore di una musica scarna e combattiva, che si è guadagnata paragoni con Slits e Raincoats. Il loro nuovo EP si intitola Mattress Springs ed esce in vinile per la sempre lodevole Emotional Response.





Brunch Club - Brunch Club EP

"It’s been fine since I disappeared / And being here again makes me feel weird / And all in all I’m confused": vi prego, non smettete mai di darmi canzoni piene di chitarre euforiche alla All Girl Summer Fun Band che parlano di adolescenza, nuovi amori e nuovi dolori. I Brunch Club sono in tre, provengono da Edmonton, Canada, e hanno appena pubblicato un EP in cassetta per la francese Hidden Bay Records. Un po' sono innamorato e un po' so già che ci sarà da soffrire: "I know it's nothing but a broken heart".






Mancavano dalle scene addirittura dal 1992, ma una reunion non si nega più a nessuno. Tanto meglio se si tratta di vecchie glorie dell'indiepop. I Darling Buds, dalla carriera poco fortunata nonostante diversi live per John Peel, li avevamo già visti di nuovo in azione sul palco dell'Indietracks Festival, un paio di edizioni fa, e ora arriva questo Evergreen, nuovo EP targato Odd Box Records:





The Jasmine Minks - Ten Thousand Tears

Altre vecchie glorie di nuovo sulla breccia: nuovo singolo per gli storici Jasmine Minks, invariabilmente presentati come "the first band signed to Alan McGee's Creation records" (veloce ripasso su Wikipedia). Il nuovo singolo autoprodotto Ten Thousand Tears ha uno scopo benefico: «This single release is for family loved ones now gone but never forgotten and in particular is dedicated to Wattie’s brother and band friend (Phil Duncan) who is currently fighting Motor Neurone Disease (MND). All monies (and we mean every penny) will go to Scottish MND». Da supportare, e non solo perché è davvero una bella canzone:





It's For Us - Come With Me

Gli It's For Us, band post-punk da Stoccolma dal suono decisamente epico e magniloquente, stanno per pubblicare l'album di debutto su Luxury. Si intitola Come With Me e se amate certe atmosfere notturne ma al tempo stesso sfarzose di band del Nord come Holograms o Iceage, qui vi sentirete a casa. Colpisce già al primo ascolto la voce notevole di Camilla Karlsson.





WURLD SERIES - AIR GOOFY
Per tutti i fan dei Pavement e dei Guided By Voices, buone notizie dalla Nuova Zelanda: il nuovo album dei Wurld Series spacca davvero. Quattordici sgangherate canzoni "recorded on a Tascam 424 Mk III in the living room" sature di fuzz e melodie ebbre raccolte, in maniera molto appropriata, su cassetta. La band di Christchurch ha appena pubblicato Air Goofy per la label della loro città Melted Ice Cream, già casa di Salad Boys e Team Ugly.





LADROGA - FANTASCIENZA

Questa canzoncina adorabile gira già da un mese in forma più o meno anonima, comprese mail al limite del phishing, ma volevo aspettare fosse piena primavera per postarla: è un suono che ha bisogno di sole e di pomeriggi passati a baciarsi ai Giardini. Ladroga non fanno sapere quasi nulla della loro identità, ma questo primo singolo Fantascienza sembra un impossibile punto di contatto tra i Cani e la Burger Records.
«Per ora non abbiamo molto da rivelare, a parte che non ci va di dire come ci chiamiamo. È bello che ci trovi divertenti, noi vogliamo proprio fare una cosa divertente, essere poco seri. Anche per quello il nome scemo e niente nomi nostri, così non ci vengono pensieri di doverci abbottonare e nessuno si aspetta niente di troppo serio da noi e possiamo viverci la cosa con tanta eccitazione senza stare a pensare a che figura ci facciamo o cosa pensano i nostri amici, conoscenti e genitori lol. Abbiamo fatto tutto un po' a caso in cameretta, vogliamo fare altre cose al più presto e speriamo che le persone ci volino».

mercoledì 29 marzo 2017

The sky was wild with circumstance, the ground littered with chance

REAL ESTATE - IN MIND

Dammi ancora la primavera, dammi i cieli azzuri e i tramonti che si allungano, le ragazze in bicicletta e una canzone nelle cuffie. Dammi i sogni a occhi aperti, le voglie di ricominciare, le liste dei buoni propositi che ancora non hanno svanito la promessa del nuovo inizio. Fammi dimenticare le promesse degli anni passati, fammi dimenticare che la primavera ritorna ogni volta, voglio che questa sia la primavera incondizionata e totale. Dimmi che mi troverai ancora qui: "The birds singing / The sun rising / Impatiently / As I wait for you".
Torna ancora la primavera, nonostante tu abbia fatto di tutto per perdere tempo, per lasciarti distrarre lungo la strada. Ed ecco, tra cieli azzurri, i pomeriggi tiepidi e i tramonti che si allungano, ecco il nuovo disco dei Real Estate, con le sue promesse e la sua tenace dolcezza. È il loro quarto lavoro e anche loro alla fine tornano sempre. Eravamo già pronti al peggio: "the narrative is kind of already there", come ha detto Martin Courtney, "every single review, obviously, is gonna talk about how Matt Mondanile isn't in the band anymore".
Ma in qualche modo In Mind sembra ribadire che i Real Estate sono un risultato superiore alla somma dei loro elementi e dei loro travagli. Come dei Claude Monet dell'indie rock, continuano a modulare e rimodellare le loro ninfee in forma di canzoni, in ogni possibile sfumatura di verde tenue, foschia e acqua trasparente, in ogni immaginabile combinazione di Byrds, REM e Teenage Fanclub, senza esaurire mai la formula e riuscendo, al tempo stesso, a distillare una quantità sconcertante di preziosa bellezza in ogni opera.
"I sing to serve the song" dice il ritornello della seconda canzone in scaletta, e forse è la cosa più vicina a un manifesto di poetica mai espresso dalla band del New Jersey. C'è del metodo nella loro scrittura, e forse li amo proprio per quello, per la confidenza rassicurante che mettono al centro del loro suono: quegli arpeggi morbidi, quelle melodie luminose e distese (White Light), quei mid-tempo insistiti, tanto da sfiorare a volte una versione suburbana e schiva del kraut, la voce felpata di Courtney che porta sempre il racconto su toni in apparenza neutri, mai spensierati ma mai troppo malinconici.
In Mind aggiunge alla tavolozza dei Real Estate qualche synth in più qui e là (un po' Steely Dan, un po' - come nota Pitchfork - certi High Llamas), un bellissimo clavicembalo all'inizio di Stained Glass, la jam in coda a Two Arrows, e soprattutto il nuovo ingresso della chitarra di Julian Lynch ("A lot of the parts that Julian wrote are a little bit less melodic on this record", spiega Courtney in un interessante "track by track").
Ma quello abbiamo come risultato sono sempre i nostri Real Estate, una band che continua a produrre il proprio marchio di indie rock a un livello qualitativo impeccabile, con una coerenza che nel 2017 sembra quasi di un altro tempo, un'autentica presa di posizione. E fa sperare ancora nelle promesse di una nuova primavera.

(mp3) Real Estate - Darling

lunedì 27 marzo 2017

Benefits of solitude

CHEMTRAILS

"polaroid – un blog alla radio" – S16E22

Famous Problems – Moon Thinking
Jens Lekman – How Can I Tell Him?
Adult Mom – Full Screen
Glaciers – Winter
High Sunn – Polaroids
Chemtrails – Deranged
Petite League – Pulling Teeth
Ladroga – Fantascienza
Clap Your Hands Say Yeah – Better Off
Dag – Benefits Of Solitude

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giovedì 23 marzo 2017

"Twenty Years Of Trouble": addio Fortuna POP!

Fortuna POP! - Twenty Years Of Trouble

Se non fosse esistita la Fortuna POP! non avrei saputo come riempire metà delle scalette dei miei anni alla radio. Non credo sia un'esagerazione affermare che l'etichetta fondata da Sean Price è stata semplicemente fondamentale nella piccola storia di quel bistrattato genere musicale che è l'indiepop. Eppure, anche da qui, dai margini, tanto del business quanto "delle cose che contano" per chi parla di musica, la Fortuna POP! è riuscita a diventare a suo modo un faro, una di quelle etichette di cui compravi ogni uscita "perché ti fidavi", un piccolo modello di coerenza artistica e di intraprendenza, continuando a trasmettere sempre anche una gran voglia di divertirsi.
All'Indietracks Festival dell'anno scorso Sean Price aveva annunciato che dopo vent'anni e circa 200 uscite era arrivato il momento di chiudere la label. Everything is ending here, e finisce in gloria. Ieri sera a Londra è infatti cominciato "Twenty Years Of Trouble", una cinque giorni di concerti e djset in varie location, con un cast da All-Star Game: dai Comet Gain a Darren Hayman, dai Tender Trap ai Martha, dai Would-be-goods agli Spook School, con l'aggiunta di un paio di reunion notevoli, come gli australiani Sodastream di cui si parlava ieri e i redivivi statunitensi Butterflies Of Love. Solo a guardare i poster delle varie serate già mi commuovo.

In queste settimane sono usciti alcuni articoli e interviste che mi sembra doveroso segnalare qui:
- "Bed bugs, Brexit and goodbyes: 20 years of indie, as told by Fortuna POP!" (The Guardian - intervista densa e sincera: "I think indie pop is dying off in a way"...)
- "20 years of trouble – Remembering the work of Fortuna POP!" (Loud And Quiet - con alcune foto bellissime!)
- "Fortuna POP! – The Little Label That Could" (Overblown - con i commenti di un sacco di band dell'etichetta, compresi i Pains Of Being Pure At Heart, con cui le cose non sono andate molto bene)
- "Fortuna POP! // On The Stereo" (London In Stereo - con una piccola playlist curata dallo stesso Sean)
- nel caso qualcuno di voi salga a Londra, lo staff della Fortuna POP! ha messo assieme una "Twenty Years Of Trouble // Food & Drink Guide"
- come post scriptum aggiungo anche "Of Loves, labels and Lexington burgers. Farewell Fortuna POP!", nonostante sia di qualche mese fa, perché è una bella lettura appassionata.

Qui sotto trovate il mio modesto e personale omaggio, ovviamente in forma di nastrone. Lo so, è sbilanciato verso la parte più recente del catalogo della Fortuna POP!, ma non ho la pretesa di fare una selezione esaustiva o "didattica" (per quella rimando al fantastico Be True To Your School, con le esilaranti note di copertina scritte dallo stesso Price). In questo mixtape niente di troppo raffinato o ricercato, solo le hit (ahahah!), perché quando si tratta di colpire al cuore, certe canzoni smettono di essere indiepop o twee: sono soltanto bellissime. E noi che le abbiamo ballate, le abbiamo sentite dal vivo nei posti peggiori, le abbiamo ricevute a qualche banchetto del merch dalle mani di Sean Price, siamo stati davvero molto fortunati.



Fortuna POP! mixtape
1) Comet Gain - You Can Hide Your Love Forever
"Well done, mate. Hai appena comprato la canzone più bella del mondo mai finita su un sette pollici". Non era un'esagerazione.

2) The Lucksmiths - T-Shirt Weather
Il suono della nuova primavera. Per sempre.

3) Allo Darlin' - The Polaroid Song
Forse uno dei più grandi talenti scovati dalla Fortuna POP!, passata da un set acustico con l'ukulele su un vagone di un treno a vapore ai sold-out di Londra.

4)  Tullycraft - Lost In Light Rotation
Il ritorno della band che mi fece conoscere la parola "twee" fu uno dei più entusiasmanti frutti della lunga collaborazione tra Fortuna POP! e Slumberland.

5) Bearsuit - True Love Will Never Find You
Totalmente sgangherati e imprevedibili, giocavano d'anticipo su un linguaggio frenetico che poi avrebbero perfezionato i Los Campesinos, e sapevano essere rrriot anche con le trombette, le maracas e i costumi da orsetto.

6) The Pains Of Being Pure At Heart - Come Saturday
Il brivido folgorante, l'euforia che provammo tutti la prima volta che sentimmo le chitarre dei Pains, una cosa che ti paralizzava e ti faceva agitare tantissimo.

7) The Ladybug Transistors - Oh Christina
Come potrei fare questo nastrone senza la voce (e il sorriso) di Gary Olson? Quante volte avremmo suonato questa canzone alla radio?

8) Flowers - Lonely
Bisognerebbe ascoltare soltanto musica che ci fa saltare per aria, stringere i pugni e prendere a calci i giorni là fuori.

9) Crystal Stilts - Shake The Shackles
Seguivo la band di Brooklyn dalle prime uscite, ma questo fu forse il primo vero singolo che si poteva buttare sul dancefloor e fiondarsi a ballare buttando via cuffie e bicchieri.

10) Evans The Death - Catch Your Cold
Quella maniera squisitamente Brit di essere stilosi e arrabbiati allo stesso tempo.

11) Airport Girl - Between Delta And Delaware
Un nastrone per la Fortuna POP! deve per forza contenere almeno una traccia della band di Sean Price!

12) Let's Wrestle - Codeine And Marshmallows
Il passaggio dei Let's Wretle su FP! coincise con la loro "fase in cui cercavano di far credere di essere maturati", uscendo con un disco forse un po' intermittente e troppo uggioso, ma alla fine mi fa piacere poterli inserire qui.

13) Milky Wimpshake - Not Poetry
Il cantutore che ci insegnò che marxismo e tweepop andavano a braccetto.

14) The Spook School - I Don't Know
"Gender, sexuality and queer issues" mescolate a noise-pop e gusto per il nonsense e concerti che assomigliano più spesso a delle feste.

15) Martha - 1997, Passing In The Hallway
La band che chiuderà "Twenty Years Of Trouble", e così a occhio la più giovane band della casa Fortuna POP! e anche tra i più inclini a buttarla su sonorità più punk. Se esiste ancora un futuro per questa musica da sfigati, la risposta arriverà anche da ragazzi come questi.


mercoledì 22 marzo 2017

I felt like losing hope so got busy fighting

SODASTREAM - LITTLE BY LITTLE

Sarà stato ormai vent'anni fa. Qualcuno deve avermi detto una cosa tipo "a te che piacciono i Belle and Sebastian e i Lucksmiths, sicuramente piaceranno anche questi nuovi Sodastream". E così è cominciata questa curiosa confidenza a distanza: sembrava di conoscerli bene, questi due ragazzi australiani dall'aria seria, eppure in qualche modo i Sodastream restavano sempre ai margini dei radar. Hanno fatto tanti concerti, anche da queste parti, grazie anche a Bob Corn e alla sua Fooltribe (per la quale incisero un memorabile Concerto Al Barchessone Vecchio), ma nonostante l'innegabile talento non sembravano mai ottenere tutto il successo che avrebbero potuto meritare.
Dopo aver diviso palchi con nomi del livello di Pavement, Lambchop, Yo La Tengo, Smog e Low, subito dopo un ultimo album amato anche se non perfetto (Reservations del 2006), decisero di sciogliersi. Anche il loro scioglimento, se ricordo bene, non ebbe poi troppa risonanza. Sarà per quel tono dimesso che aveva sempre pervaso la loro musica. Passati ormai dieci anni, si può anche pensare che, più che un vero e proprio scioglimento, sia stata una lunga pausa dalla frustrazione.
In questo 2017 così diverso e lontano da quegli anni ("indie"?), tornano i Sodastream con un nuovo disco che forse rappresenta il dovuto culmine di una carriera da rivalutare a pieno. Si intitola Little By Little, ed è proprio così, "a poco a poco" che si presenta. La prima nota è sola, ed è del contrabbasso di Pete Cohen, poi arriva una carezza della chitarra di Karl Mith, l'immagine comincia a mettersi a fuoco. Colouring Iris parla di acquerelli, il colore lo tiene assieme una viola struggente. La melodia si coagula adagio, "if you need to rise / don't be hasty": no, i Sodastream sanno "rialzarsi" ma non sono certo frettolosi, e non lo sono mai sembrati. Queste nuove canzoni, anzi, si prendono tutto il tempo e lo spazio necessario. Da questo punto di vista, è davvero esemplare il portentoso crescendo di Three Sins, forse una delle migliori canzoni della loro intera discografia.
I Sodastream riescono a dare a ognuna delle loro storie un'atmosfera speciale e peculiare: c'è la nervosa fanfara di Letting Go, che guida una fuga rabbiosa ("don’t give me songs about God or country / Or about the violence I attract / I thought you might have evolved through more than these things"); c'è il rimpianto tutto racchiuso nelle poche note di un arpeggio sospeso come un punto interrogativo di Grey Waves ("we had a fortune, it's gone..."), i cui cori sembrano quasi un omaggio a Simon & Garfunkel; c'è l'amara rincorsa di Moving ("I wish I could've been more") che sfocia in un inevitabile addio; c'è l'insofferenza di Tyre Iron che spinge nei suoi archi inquieti, e poi c'è la quiete dopo che il peggio forse è passato nella conclusiva Saturday's Ash, con un theremin però subito pronto a instillare il dubbio ("the sun burns through a new kind of truth / and my fears are so tall").
I Sodastream dimostrano di essere una band in ottima forma, hanno realizzato un album compatto e ricco, a tal punto coinvolgente che non si direbbe sia passato un solo giorno dalla loro stagione migliore, e quasi ti sembra di troppo salutarli con un "bentornati".


I Sodastream stanno per arrivare in Italia per cinque date. Questo il calendario dei concerti:






martedì 21 marzo 2017

"Welcome To The Post-DIY Era"

Una rubrica che una volta si chiamava "Polaroids From The Web" [*]

James Mercer - The Shins

► «It’s probably just that I’m getting older,” he laughs. “You get to a certain age and, for some reason, you start to imagine that there’s something interesting about your childhood. Maybe there’s not, but it’s certainly something that’s become more interesting to me. I guess I’m becoming more nostalgic, because I used to really hate the feeling of looking back - it felt like a negative. Now, I feel like I can reflect on it and not be so embarrassed for who I was»: su Line Of Best Fit una lunga chiacchierata di Joe Goggins con James Mercer degli Shins.

(mp3) The Shins - Name For You

► «This new breed of superstar DIY artist enjoys the benefit of fiercely held independence with world class distribution and marketing. They are taking the tools of DIY but not all of the ethos»: "Welcome To The Post-DIY Era", Mark Mulligan su Music Industry Blog.

► «The great publishing enterprise known as American rock journalism was invented in January 1966. By a kid. In a basement. With a borrowed typewriter.» Su PopMatters, un bell'articolo racconta Paul Williams e gli inizi di Crawdaddy!: niente che non si sia letto già, forse, ma comunque un piccolo bignami appassionato per un ripasso sempre opportuno.

► «A lot of people are like, "OK, queer musician, but female-fronted." People can’t understand that there are multifaceted identities. It’s strange. It’s definitely a worry, but I’m pretty used to it at this point. I wasn’t even thinking about that when we were deciding on the artwork and the aesthetic and everything else»: Adult Mom intervistata da Rookie Magazine per presentare il suo nuovo album Soft Spots.

► «Spoon is arguably the greatest indie band of the last 20 years, with a new album to prove it. How have they stayed so good for so long?» Rob Harvila la tocca piano su The Ringer a proposito della band di Britt Daniel.

► Dopo la rivoluzione di Snapchat, negli ultimi mesi ci siamo ritrovati le "stories" su ogni piattaforma immaginabile (come se uno avesse sempre tutte queste cose interessanti da raccontare poi). Su Music Tech Future, Bas Grasmayer prova a immaginare come potrebbe funzionare uno strumento "story" applicato ai social musicali.

► "The Like Button Ruined the Internet": sull'Atlantic, James Somers parte dalla nostalgia per Google Reader per raccontare qualcosa di più sull'ecosistema dell'informazione completamente guidato (e intossicato) dall'engagement. Mi sembra che possa valere anche per quel che resta dell'informazione musicale.

lunedì 20 marzo 2017

Everyone moved out long ago

 The Butterflies Of Love / Famous Problems

Proprio nella settimana che vede l'addio della storica etichetta Fortuna POP! (parleremo tra poco del festival "Twenty Years Of Trouble") debuttano con un nuovo sette pollici a nome Famous Problems quattro quinti dei componenti dei Butterflies Of Love, ovvero la prima band che, verso la fine degli Anni Novanta, fece fare un deciso salto di qualità al catalogo della label indiepop britannica, tra Peel Sessions e singoli della settimana su NME. I Butterflies Of Love erano maestri nel maneggiare un indie rock a tratti intimo e a tratti psichedelico, tra Velevet Underground e Galaxie 500. Questa nuova creatura sembra seguire le stesse tracce, accentuando le sfumature folk rock più languide e malinconiche. L'anteprima della b-side Moon Thinking è una ballata agrodolce che finisce troppo in fretta. Vedremo se la temporanea reunione della band di New Haven, Connecticut, dopo questa reunion temporanea, e una manciata di date tra USA e UK, tornerà a produrre con una regolarità. Intanto, accontentiamoci di questo ottimo singolo uscito per Where Is At Is Where You Are.

sabato 18 marzo 2017

Past the breakers

Ben Seretan - Past the Breakers

Prima di pranzo avevo un'oretta libera e la casa vuota, e mentre cucinavo mi sono messo ad ascoltare per intero Past The Breakers di Ben Seretan, una traccia di oltre 50 minuti in cui racconta la sua estate del 2015 in tour in Italia. In pratica è la versione audiobook del libro con lo stesso titolo che potete trovare su Adult Punk (tranquilli: in Italia c'è la fidata Love Boat di Andrea Pomini: pre-order disponibile qui).
La scrittura di Ben è piuttosto diversa dalla sua musica: limpida, senza quelle improvvise accensioni che a volte prendono il sopravvento nelle sue canzoni. Nella sua lettura, mi è piaciuto il suo stile fatto di frammenti, eppure al tempo stesso carico di passione e stupore (non riesce quasi a smettere di ripetere "amazing"!). È bello vedere luoghi che conosco bene attraverso gli occhi di un giovane americano che ci capita in mezzo per la prima volta, come lo ZOO di Bologna o l'Hana-bi, e mi ha strappato un sorriso sentire pronunciare da lui nomi che mi sono familiari da una vita (prova a immaginare di dire "San Martino Spino" ad alta voce, là in mezzo a Brooklyn). In un passaggio si ricorda anche dell'intervista a Radio Città del Capo, non si poteva chiedere di più!
Grazie Ben, non solo per la tua musica incredibile, ma anche per la tua poesia.