mercoledì 30 marzo 2016

You know my heart is on fire

Flowers - Everybody's Dying To Meet You

Sto bene, va tutto bene ma non è un buon periodo. Sono ancora qui, sto ancora cercando di capire cosa devo fare e non mi piace. Mi ricordo bene di quando queste canzoni e questa voce laceravano i polsi, e ora ritrovo identica quell'intensità trascinante. Forse il suono sembra meno acuminato, ma va ancora pericolosamente vicino al cuore. O forse sono soltanto le cicatrici a essere diventate più spesse, tenaci, opache. Il tempo sbiadisce nell'abitudine anche la più entusiasmante tenerezza. Ma "Take me / break me" canta ancora Rachel Kenedy nel nuovo album Everybody’s Dying to Meet You, come sempre è lei, esile e irremovibile, a farsi carico di tutto il dramma nella musica dei Flowers, e io non so resisterle. Il cambio di produzione, da Bernard Butler a Brian O'Shaughnessy (già al lavoro con Primal Scream e My Bloody Valentine), ha smussato ulteriormente gli spigoli e ha giocato a riempire molti vuoti (compare anche qualche synth qua e là). Scelta comprensibile, forse anche necessaria, ma è come rendersi conto all'improvviso che passano gli anni e noi siamo ancora rimasti appesi a un'idea di noi stessi e del nostro posto nel mondo da cui facciamo fatica a separarci. "You're the hunger in me", e non so più dire se è una speranza o un'illusione. Possiamo parlare di influenze e di generi, di quanto erano belli gli Shop Assistants e quanto sia davvero persistente oggi l'estetica shoegaze. Possiamo fare ancora il nome di Elizabeth Fraser o dei Black Tambourine. Non cambierà la sostanza: questo è il secondo disco dei Flowers, e nonostante tutto quello che diremo poi, nonostante le nostre buone maniere, i tranquilli affetti, gli affabili ricordi, la nostalgia spiegata e ripiegata, continueremo a ritornare a quell'esordio e a ogni altro inizio. Quello che conta è che la musica grandiosa e perdente, la musica che fa stringere i pugni e saltare per aria è ancora custodita dentro di noi.



Flowers - Pull My Arm


Flowers - Bitter Pill

martedì 29 marzo 2016

"Una poltiglia indifferenziata"

The Simpsons - Skinner 'out of touch'

«I giovani oggi non sembrano avere più quella identificazione "fanatica" con i singoli generi. L'amore per la musica e la formazione della propria identità non vanno più di pari passo. L'ascolto è diventato eclettico. E quando non paghi la musica - perché la scarichi illegalmente o perché usi lo streaming o YouTube - non investi allo stesso modo dal punto di vista psicologico ed emotivo. Non devi fare scelte. Puoi avere un po' di tutto. [...] I giovani di oggi cresciuti senza molte barriere artistiche probabilmente faranno musica senza pensare ai generi. C'è però una conseguenza importante: si perde il brivido e lo shock che potevi provare quando gli artisti superavano quelle barriere».

Leggere la breve intervista di Gianni Santoro a Simon Reynolds è un'altra di quelle piccole esperienze quotidiane che ci ricordano quanto sia diventato complicato ed estenuante mantenere viva un'idea di critico musicale oggi. Finché non ne parlo, magari anche io sui "giovani" potrei pensarla più o meno nei termini della citazione qui sopra. Ma vedere quei ragionamenti lì, espressi in quella maniera, nero su bianco, d'istinto ti fa sentire che non possono essere quelli giusti. Il presunto problema che non nasceranno più sottoculture non può essere un ver problema. Primo perché presuppone la propria conseguenza (come fa a essere sicuro Reynolds che non nasceranno in futuro? Come fa a essere sicuro che la stessa definizione sociologica di sottocultura non si modificherà?). Secondo: presuppone che l'idea di sottocultura sia necessaria alla cultura musicale.
Mettendo per un attimo da parte le considerazioni di carattere economico sui mutamenti del mercato discografico, più ci penso più mi convinco che dobbiamo cambiare il modo in cui abbiamo concepito il formarsi del gusto musicale fino a oggi (o meglio: fino a ieri). Forse con una certa spocchia, scrivevo che la storicizzazione, come l'abbiamo sempre conosciuta, "diventerà soltanto un modo come un altro di approcciarsi al catalogo universale della musica". Ma in parole povere è questo: Reynolds sembra provare a misurare con un metro del Novecento qualcosa che Novecento non è più (e non tornerà mai più a essere).
Vorrei citare un altro pezzo girato parecchio sui social negli ultimi giorni, quello del Guardian sui "giovani che non vanno più nei club". Ma che è questa fissazione coi Giovani? È il 1994? In ogni caso, la cosa più deprimente dell'articolo è il tentativo di ridurre una generazione a delle strane figure ospiti del "nostro" tempo, o ancora peggio, il tentativo di farli passare per dei disgraziati alieni. I club costano troppo, non sono sicuri, sono sporchi: ma perché questo fintissimo atteggiamento da Azione Cattolica? Come se la club culture e la musica elettronica non esistessero più da un momento all'altro. Un esorcismo di senilità a livello delle peggiori inchieste del Resto del Carlino.
D'accordo: forse più che nella sua recente storia, alla musica sembrano mancare strumenti per leggere il presente e capire il mondo. Ma non facciamo finta di non accorgerci quando stiamo prendendo una posizione da Preside Skinner solo perché non siamo ancora stati capaci di inventarci qualche categoria di pensiero nuova. Retromania ora e sempre, ma non davanti agli occhi.


Teen Suicide - My Little World

lunedì 28 marzo 2016

Now your days are passing fast

Plastic Flowers

Può un greco trapiantato in Gran Bretagna suonare così svedese? A giudicare da quello che Plastic Flowers ci sta facendo ascoltare in questa prima parte di 2016, bisogna proprio rispondere di sì. Il progetto musicale di George Samaras era già passato su queste frequenze, incrociato in qualche lontana puntata del MAP, e da allora era sempre rimasto sul radar. Quel suono pieno di luce che schiude però una serena malinconia, quella voce calda ma al tempo stesso inconsolabile, quelle chitarre scintillanti immerse nei riverberi non potevano lasciarmi indifferente.
La prima anticipazione di Heavenly, secondo album in arrivo a fine aprile su Native Sound, si intitolava Mary (Del) ed era una questione sentimentale ed eterea, un mid tempo cadenzato e indulgente che avrebbe potuto cantare Loney Dear. Questa nuova Diver, celeste e ostinata, è invece del tutto in territorio Radio Dept. (esultiamo!), e io ne sono letteralmente conquistato.




mercoledì 23 marzo 2016

Easier when I'm gone

GINNELS + TANGIBLE EXCITEMENT! by Emotional Response

Con la Emotional Response, l'etichetta di Stewart Anderson dei gloriosi Boyracer, funziona proprio come dice il nome: hai sempre una reazione emotiva a ogni disco che pubblicano (e ne pubblicano parecchi). Prendi questo fantastico nuovo split, in pratica un doppio EP, diviso tra Ginnels e Tangible Excitement! (punto esclamativo incluso, giusto per ribadire).
Questi ultimi sono una specie di supergruppo formato da Scott Stevens dei Summer Cats (australiani su Slumberland), Mark Monnone dei Lucksmiths e dallo stesso Anderson. Come se non bastasse, in quattro canzoni riescono a stipare collaborazioni con James Hoare (Veronica Falls, Proper Ornaments...), Gary Olson (Ladybug Transistor) e Jeremy Underwood dei Gold-Bears. Stiamo parlando di indiepop impulsivo e veloce, che sa essere sanguigno senza tralasciare un'irruente dolcezza. Mi piacciono nei momenti più diretti come Easier When I'm Gone, ma anche l'apertura di Northland Food Court ha un certo tocco Teenage Fanclub.
Sulla stessa frequenza sono anche le tre tracce firmate Ginnels, progetto solista del prolifico Mark Chester, già componente di Grand Pocket Orchestra e No Monster Club, qui accompagnato da Ruan Van Vliet alla batteria. Il cantautore di Glasgow include tra le proprie influenze Feelies, Byrds e Pavement (ehi: bell'assortimento!), ma è soprattutto quel suo modo luminoso di distendere le armonie (vedi My Eyes My Ears) ad arricchire la sua scrittura e a conquistarmi. Un altro Emotional Response andato a segno!






lunedì 21 marzo 2016

Steven Lipsticks And His Magic Band live @ polaroid!


Quando avevo ascoltato la prima volta l'omonimo esordio di Steven Lipsticks & His Magic Band (un album curioso, interessante e vario come un bel nastrone, capace di mescolare indie rock, pop da cameretta a bassa fedeltà e momenti più dilatati e psichedelici) avevo subito scritto alla band: dovevano a tutti i costi venire a presentarlo a polaroid. Lunedì scorso, finalmente, il quartetto bolognese d'adozione è arrivato negli studi di Radio Città del Capo, ed è stato davvero un grandissimo piacere avere tenuto a battesimo questa band dal vivo.
Qui trovate il podcast integrale della puntata, mentre qui sotto ci sono le tracce che ci hanno regalato dal vivo:

Steven Lipsticks & His Magic Band live @ polaroid - un blog alla radio:
Radio Città del Capo - 2016/03/14

- Riding The Tide / Still Riding The Tide
- December 8th
- Stay Away From My Dreams
- Jar Of Poetry Revisited

venerdì 18 marzo 2016

I woke up feeling alright 'cause there is milk in the refrigerator

Magic Potion - Milk - PNKSLM

Da ormai un paio d'anni, una piccola etichetta dal criptico nome di PNKSLM, in apparenza una tra le tante del sottobosco cosiddetto garage lo-fi, sta maturando in maniera esponenziale, disco dopo disco, festival dopo festival, party dopo party, "band to watch" dopo "band to watch". Non siamo ancora ai livelli di una Burger Records, per capirci, ma il giro sembra abbastanza analogo, e l'aria di crescente coolness che la circonda è la stessa che circondava la label californiana qualche anno fa. Anche tralasciando un precoce endorsement da parte di Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre, basta dare un'occhiata a dove oggi escono abitualmente le anteprime dei suoi album: Fader, Line Of Best Fit, KEXP, Brooklyvegan... Ok, si tratterà soltanto buone PR ma bisogna riconoscere che anche il catalogo si è fatto via via più consistente, e la coerenza alla lunga paga. Nomi come Beach Skulls, Thee MVPs, Pinemen, Castillians, Sudakistan e Foetals, magari non sono ancora familiari a molte persone, ma appena fai partire una delle loro canzoni capisci subito in quale festa sei capitato (non è un caso che il nome provenga da Punk Slime dei Black Lips) e ti ci vuoi buttare subito anche tu. Questo, almeno sul piano della "percezione" dell'immagine di un'etichetta, mi sembra un risultato importante quanto delle buone recensioni, che pure non mancano.
Buona parte del merito sembra essere di Luke Reilly, vecchia conoscenza di questo blog dato che intorno al 2010-2011 suonavamo spesso il suo vecchio gruppo, i Sex Beets. Una cosa che Reilly racconta a proposito della sua nuova creatura mi ha colpito: "The big majority of music we've released so far though has been from bands we've come across personally at shows or on tour, or friends of friends. The whole family idea is a big thing for me. [...] We were lucky enough to be asked to host a PNKSLM showcase on the main stage at Liverpool Psych Fest last year, which was incredible, and at the end we got this ‘family photo’ of all of us in the car park in front of a PNKSLM banner. I love that photo, PNKSLM artists from the UK, Sweden and America all drunk as hell partying together". Sì, sono cose lette cento volte in cento interviste, ma se ti metti ad ascoltare i dischi del catalogo PNKSLM percepisci un'altra sincerità, un altro livello di entusiasmo in quelle parole.

E quindi, veniamo alla musica. Perché c'è una nuova band prossima al debutto che mi ha spinto a vincere la pigrizia e a scrivere queste righe. Si chiamano Magic Potion, provengono da Stoccolma ma di svedese non sembrano avere molto, a parte la naturalezza con cui riescono a tirare fuori un suono fighissimo. Di solito vengono etichettati come "slacker" e accostati a nomi tipo Mac DeMarco e ai Real Estate. Dalle canzoni ascoltate finora (compreso un EP uscito anche in cassetta su Beech Coma) io direi che c'è una maggiore propensione a un pop più primaverile e luminoso. Sono in quattro, e fanno filtrare tra i riverberi delle chitarre un po' di synth analogici e adeguatamente polverosi. Nel nuovo singolo Milk (prima anticipazione dell'album Pink Gum), sembra quasi di vederli, dietro questo suono annebbiato, concedersi un sorriso un po' beffardo e un po' frastornato. "Some nights are quite tough / Some nights are not quite so tough", giusto per far capire la filosofia di vita di questi ragazzi, perfettamente in sintonia con l'attitudine PNKSLM.




mercoledì 16 marzo 2016

Polaroids From the Web

"Indie music around was virginal and boring" edition

Belle and Sebastian - Sleevenotes: Tigermilk

- «But I did have a girlfriend! I had a really great girlfriend called Joanne. She supported me in all my foolish endeavor, the only one at the time who really did. She kind of got it, or seemed to get it, or seemed to see something good in what I was trying to do, or wanted to do. Maybe she just liked me, but she did have good taste, so that was an encouragement to me»: Stuart Murdoch dei Belle and Sebastian racconta la commovente storia di come nacque la copertina di Tigermilk. Sono passati vent'anni :')

- «The new album sounds more like how we play live»: Drowned In Sound intervista i Flowers a proposito del nuovo album e di quanto è stato istruttivo lavorare con due produttori differenti come Bernard Butler e Brian O'Shaughnessy.




- «This neighborhood really used to be populated by people who were creating things, and I think it’s definitely flipped to primarily people who are consuming things»: "The Death of Death by Audio", il New Yorker presenta un documentario di Matt Conboy sulla morte della scena di Brooklyn e di Williamsburg in particolare.
[Vedi anche l'approfondimento di Complex]

- «C'è questo mito dell'uscire su un'etichetta quando, in realtà, le cose oggigiorno si possono fare bene anche da soli, in completa autogestione. [...] Di base ho una formazione con etichette anni '90 americane e per me la label è come una famiglia [...]: io voglio supportare quelle cose che mi piacciono, ma che difficilmente vedrebbero la luce. Mettere il marchio a delle produzioni per cui chi ci segue sa che può fidarsi di quello che mettiamo fuori»: Rockit intervista Luca Benni di To Lose La Track su "come si fa un'etichetta indipendente.




- Awww! "Frankie Cosmos Is Ready to Be Herself": un lungo profilo di Greta Kline su SPIN.




- «Bro draws a line between cultural blackness and cultural whiteness while also drawing a circle around white male groups»: Wesley Morris sul New York Times Magazine a proposito della ‘Bro’-liferation.

- Every Song Ever di Ben Ratliff è sulla mia lista delle letture future (futuro inteso ovviamente come "i prossimi dieci anni"), intanto vi segnalo un paio di belle recensioni: Eric Harvey su New Republic e Spencer Kornhaber su The Atlantic.

- "SXSW 2016 kicks off with cautionary tale about music streaming": primo report da Austin di Greg Knot (che ribadisce un po' l'ovvio).

- In ogni caso: PLEASE, RESCHEDULE YOUR FLIGHTS: SXSW IS CANCELED THIS YEAR!

lunedì 14 marzo 2016

"Ci sono tutti i colori del mondo, e per lo sfondo, chico: solo il blu"

'a bologna non c’è più blu'

Il cielo si fa grigio come un muro dipinto da Blu mentre arrivo all'XM24. Non c'è più nessuno, tranne una ragazza che sta fotografando la fotocopia del comunicato appesa all'angolo e un signore con i capelli bianchi che cerca di accendersi una sigaretta. Tira parecchio vento, sembra che stia per rimettersi anche a piovere. Sono venuto a vedere quello che rimane di "Occupy Mordor" dopo che Blu ha deciso di cancellare le sue opere da Bologna. Nelle ultime ventiquattr'ore non ho letto e ascoltato altro che commenti intorno a questo clamoroso gesto (trovate un esaustivo recap in tempo reale curato da Simone su Frizzifrizzi) e mi sono sentito in dovere di compiere un piccolo pellegrinaggio personale.
Non lo faccio per l'artista, né per dimostrare niente a nessuno. Mi sembra di doverlo fare per te, che nonostante tutto sei ancora la mia città. Sono lì sul marciapiede accanto alla rotonda, il muro grigio si alza davanti a me, e mi chiedo perché da ieri mi gira in testa l'idea che Bologna sia (una volta ancora) più triste e povera. Ma sarà vero? Sono forse anche io uno di quelli del partito "Blu non doveva, non poteva, è un egoista!"? Diventerò anche io rintronato come Philippe Daverio (che mestizia leggere tante superficialità con la sua firma). Non mi sento di essere d'accordo con Leo questa volta: "vedo muri grigi dove prima c'erano opere straordinarie (e angosciose, va detto), e mi sembra una prepotenza nei confronti dei cittadini che fruivano di quelle opere ogni giorno". Ora che mi ci fai pensare, non ho mai creduto che la street-art servisse semplicemente ad abbellire la città, a rendere la nostra esperienza estetica urbana più "gradevole". Per il valore del gesto di Blu, questo muro grigio è altrettanto efficace e forte del disegno che ha coperto, proprio perché c'era quel disegno da coprire e proprio perché lo ha coperto. Ecco, magari sono le scritte apparse poco dopo, a mettermi un po' in imbarazzo, ma quello forse è un problema mio.
Sono davanti a questo muro alto e mi guardo intorno. L'orizzonte dei lavori verso ovest, tra la ferrovia, il Navile e la nuova gigantesca sede del Comune, è impressionante. C'è il disordine dei cantieri, ci sono un po' di rovine dell'XM, c'è un sacco di vuoto, che sembra ancora peggio del muro grigio. Se mai avverrà questa invocata gentifricazione della Bolognina, spero faccia passare in fretta tutto questo smarrimento. Come hanno già previsto molti, potrebbe arrivare presto anche lo sgombero dell'XM, ora che lo scudo del murales di Blu è scomparso, e per la felicità di tanti cittadini si potrà ripulire il quartiere.
Mi incammino lungo Via Fioravanti. Anche qui c'era una lunga opera, se non sbaglio realizzata insime a Dem (e ad altri?) in occasione di uno dei primi Anti-Mtv Day, ormai una dozzina di anni fa. Anche questa oggi è cancellata. Eravamo qui mentre la creavano, ricordo che guardavamo la vernice correre veloce sul muro, ero incantato dalla rapidità con cui venivano armeggiati quei bastoni lunghi diversi metri mentre disegnavano. Le figure sembravano prendere forma da sole. Oggi, in cambio, abbiamo la forma dei pensieri che il vuoto di quelle figure ci consegna. Dovresti riempirlo tu quel vuoto, Bologna. Sei capace? O sei già chiusa nel tuo genus? Finisce tutto con lo spietato conto delle vittorie e delle sconfitte, lucidamente elencato da Lucio, o possiamo sperare in qualcosa di meglio?
Torno a recuperare la bici. Mi fermo un'ultima volta davanti al muro grigio. Fisso l'unico frammento che Blu ha deciso di non ricoprire: il cassero di Porta Santo Stefano, la vecchia Atlantide, all'epoca ancora occupata. Come ha notato anche Alberto Ronchi, quel piccolo segno di Blu riesce a dire molto sulla nostra città di oggi. Per me è grande come il disegno che vedevamo fino a ieri. È un assedio del grigio, e anche Atlantide sta per soccombere? Oppure quella è la prima cellula da cui ripartirà il nuovo disegno che ricoprirà a sua volta il grigio? Un po' come i mattoni sulla porta del minuscolo cassero, dove siamo entrati cento volte per ascoltare un concerto e prendere una birra, quei mattoni che fanno venire un groppo in gola ogni volta che ci passi davanti, chiudono l'Atlantide e sono l'ulteriore conferma del modo di pensare e agire di una Bologna ormai soltanto ostile, oppure ti costringono a voltarti indietro e vedere che hai tutta la città davanti? "A Bologna non c'è più blu" scrive l'autore, e ha ragione, e so che ci fa male. Quello che resta a noi è capire se ci sei ancora tu, Bologna.

(mp3) Sangue Misto - Fattanza blu

Una foto pubblicata da @polaroidblog in data:



sabato 12 marzo 2016

Vorrei vivere in un film di Wes Anderson

WES WES WES - Pollaz a Zoo

Questa sera verso le sei, inaugura da ZOO (Strada Maggiore 50/A) la mostra "WES WES WES", con le creazioni in stoffa di Paola Colombo, in arte Pollaz, dedicate all'opera del regista Wes Anderson. Trovate una bella introduzione su Frizzifrizzi con un sacco di foto super carine. Io vi anticipo soltanto che all'aperitivo ci saremo a mettere dischi io e l'Alice di Sound & Vision.
Avete mai pensato di stilare una playlist tutta tratta dalle colonne sonore di Wes Anderson? C'è da farsi scoppiare il cervello. Moltissime di quelle canzoni (Nico, Bowie, gli Zombies...) ormai si portano dentro, praticamente innestato, un movimento di macchina da presa (rigorosamente laterale) che rendono difficilissimo separarle da quelle scene.
Credo che, in ogni caso, un paio di Moscow Mule, qualcuna delle ottime birre artigianali di ZOO e lo humour dei quadri di Pollaz agevoleranno ampiamente la selezione. Ci si vede a banco!

(mp3) Peter Sarstedt - Where Do You Go To My Lovely


venerdì 11 marzo 2016

Life's a drag, so I drag my feet

TOMORROWS TULIPS - 'INDY ROCK ROYALTY COMB' (2016 - BURGER RECORDS)

Circa a metà di Quiet Riot Grrrl, la canzone che apre il loro nuovo EP Indy Rock Royalty Comb, i Tomorrows Tulips trascinano nel finale di una strofa le parole "come on, feel the noise". Impossibile non pensare subito a una citazione del classico hard rock degli Slade, che dal 1973 a oggi ha avuto mille cover. Quella più universalmente nota è prorio della band heavy metal di Los Angeles... Quiet Riot. A questo punto, va detto che anche la stessa Quiet Riot Grrrl è una cover, ed è un meraviglioso omaggio che i Tomorrows Tulips fanno ai Further, la formazione dei fratelli Rademaker (che avrebbero poi dato vita ai Tyde e ai Beachwood Sparks) il cui suono fu una perfetta connessione tra l'indie rock Anni Novanta più classico, tra Dinosaur Jr e Sonic Youth, e il ritorno alla psichedelia californiana Sixties.
I Tomorrows Tulips, con il loro stile slacker, da surfisti prestati quasi per caso al culto lo-fi dei feedback e dei riverberi, si innestano di diritto in questa genealogia, e lo fanno con la consueta e indolente sfacciataggine. A prima vista, Indy Rock Royalty Comb sembra un lavoro molto più laconico, per non dire elusivo, rispetto al grandioso When, il precedente album del 2014. Mi pare che la band di Costa Mesa abbia qui trascurato quel carattere di sensulità, quell'elemento giocoso e apertamente erotico che ti ricollegava a un rock'n'roll scarno e primitivo. In compenso, ci regala un set breve ma tutto sommato equilibrato in cui ogni frammento del loro caleidoscopio trova posto e si incastra. Parte del disco è stata registrata ai Dub Narcotic Studios insieme a Calvin Johnson; Why I Didn't Like August 93 potrebbe davvero essere dei Pavement (a parte lo humour); Walk Away e At The Movies sono una micidale doppietta velvetiana; la torbida Check Me Out te la immagini cantata da J Mascis, mentre Convertible PCH procede con quell'andatura dinoccolata alla Thurston Moore. (A proposito, non sarà un caso che il chitarrista Alex Knost abbia messo in piedi un progetto noise insieme a Kim Gordon chiamato Glitterbust.)
In attesa del prossimo album vero e proprio, i Tomorrows Tulips, con lo stridore delle loro chitarre da gloriosi perdenti e il sorriso delle loro voci sussurrate, continuano comunque a farti sentire il sole sulla pelle già dalla prima nota. Il fatto che verranno a suonare sulla spiaggia dell'Hana-bi (insieme alle Nots!) il prossimo primo giugno è davvero la migliore delle notizie.



Tomorrows Tulips - Why I Didn't Like August 93


Tomorrows Tulips - Check Me Out

mercoledì 9 marzo 2016

Bellissimo!

Jake Bellissimo - Piece Of Ivy

Comincerai a sbirciare il cielo alla fine del pomeriggio, come quando non resisti e corri a guardare per un attimo la pagina più avanti nel libro che stai leggendo. Terrai d'occhio quella luce che persiste un minuto di più, un minuto e poi un altro, e senza averlo chiesto starai già pensando alla primavera. E non vorrai lasciare scalpitare le tue gambe, è troppo presto, ti dici ogni volta, la pioggia potrebbe ricominciare da un momento all'altro! Ma la nuova stagione arriverà, tornerà, la sentirai già sulla pelle, e la nuova stagione avrà la stessa luce che c'è in questa canzone.
Questa piccola canzone che fiorisce, e parla soltanto di una piccola pianta dentro un bicchiere dentro una stanza. Oppure forse parla di me, non ho ancora capito. Leggera come foglie d'edera, anzi: come gocce d'acqua sopra le foglie dell'edera, che sta lì e guarda fuori dalla finestra, proprio come faccio io. "Oh, I empathize completely". E la canzone mi ricorda come stavo quando ho sentito Jens Lekman per la prima volta, mi ricorda com'era scoprire tutte le 69 Love Songs, mi ricorda com'era sdraiarsi sopra un prato e annusare l'erba sotto il sole dell'estate svedese, quando tutta la celeste poesia di cui avevamo bisogno era ricordarsi una strofa di Jonathan Richman o dei Belle and Sebastian.
Jake Bellissimo, ti ho appena incontrato ma Piece Of Ivy è già un pezzo di me. E se non bastasse questo tuo nome semplicemente fantastico, la tua etichetta si chiama Drunk With Love! Hai solo 21 anni ma sembra che tu la sappia lunga. Americano, abiti a Berlino e con il tuo precedente progetto Gay Angel hai scritto un disco di cento canzoni. Davvero, è tutto bellissimo. Poi ti conoscerò meglio, arriverà per posta il sette pollici di vinile immacolato, leggerò tutto di te e magari ti vedrò anche dal vivo. Ma oggi, oggi voglio ricordarmi soltanto questo: Piece Of Ivy che comincia, e io che ero distratto mi fermo, riconosco quel brivido, mi metto una mano davanti alla bocca e penso che sta succedendo un'altra volta. Grazie.





Jake Bellissimo - Piece Of Ivy

martedì 8 marzo 2016

Soft days


Soft Days, il nuovo album dei Sea Pinks, deve contenere qualche specie di incantesimo. Conosco a memoria dove vuole portarmi, so cosa vuole da me e so quale effetto mi fa, eppure continuo a seguirlo nota dopo nota. Mi dico che è per via di quelle melodie che tendono sempre a scendere, come la china di una malinconia risaputa. Mi convinco che la chiave sta in quelle chitarre, così fluide e squillanti al tempo stesso, tra atmosfere alla Smiths (Everything In Sight), Beach Fossils (Yr Horoscope), Real Estate (I Won't Let Go) e DIIV (Depth Of Field). Mi ripeto che è colpa della voce di Neil Brogan, all'apparenza trasparente e inoffensiva, e invece capace di tessere con calma una fredda tela che irretisce. Ma, in fondo, so bene che è la micidiale combinazione di tutti questi elementi (con un effetto Felt irresistibile) a non lasciarmi scampo. I "giorni morbidi" della title track sono quei giorni grigi e soffocanti in cui una pioggia sottile sembra restare sospesa come una nebbia. "Soft days" come i giorni in cui mi arrendo a me stesso. "I know I can't wait another day", ma malgrado ciò mi trovi ancora qui. Dentro queste canzoni c'è quella vaga aria oscillante che da qualche tempo etichettiamo come "surf", forse perché è una qualità di indiepop che ci porta a sognare qualche forma di evasione. E io sogno, oscillo e desisto: so dove questo disco vuole portarmi e torno sempre a seguirlo.


Sea Pinks - Ordinary Daze


Sea Pinks - Everything In Sight




lunedì 7 marzo 2016

Verdo: Out Of Focus

Verdo: Out Of Focus

Verdo è il nome che porta la musica di Corrado Verdolini, già chitarrista nei Karibean, band che qui a polaroid abbiamo sempre avuto molto a cuore. Il loro scioglimento mi aveva lasciato l'amaro in bocca, e così mi è sembrata un'ottima notizia venire a sapere della nascita di questo nuovo progetto solista. "Verdo assomiglia a una traversata all'interno di tanti anni di musica e ascolti, per capire cosa tutto questo mi ha lasciato e dove mi sta portando", spiega lo stesso Corrado. "Lavoro da solo, dalla composizione dei pezzi al mastering, e questo ti lascia libero di fare quello che vuoi come vuoi. Puoi seguire le piccole intuizioni che si accendono nella mente, ma allo stesso tempo è una cosa che richiede molte energie e molto controllo su quello che stai facendo, una visione generale continua del progetto, e tutto questo ti mette davanti ai tuoi limiti creativi e tecnici".
Out Of Focus è il titolo del suo secondo EP, quello che finalmente ha cominciato a portare in giro anche dal vivo. Dentro ci ritrovi proprio questo senso di continua ricerca, "questa sensazione di non sentirsi mai completamente a fuoco", in mezzo a tante voci diverse. Dal folk pop di In This Land, che sembra sempre sul punto di deragliare e poi innesta una tromba a placare gli animi, a Ballad For An Imaginary Friend, che potresti immaginare rifatta dai Wave Pictures, allo slow rock sornione, tipo ultimo bicchiere prima di chiudere il locale, dell'apertura di C.
"Out of focus", forse, ma anche molta carne al fuoco.




sabato 5 marzo 2016

Oh! What power can be drawn from just a day of being alone

Eskimeaux

“polaroid – un blog alla radio” – S15E17 

Wax Witches – Morning Flowers
DIIV – Out Of Mind
Love The Unicorn – Weekend
Ski Lodge – Crush Your Heart
Eskimeaux – Power
Plastic Flowers – Diver
Lost Boy? – Love Of My Life (Daniel Johnston cover)
La Sera – I Need An Angel
Grandstands – All My Life
Pooches – Crabhammer
Husky Loops – Dead
Labradors – Strangelove
Surf Friends – Holiday
Day Wave – Stuck
Seth Bogart – Plastic
Joy Again – Looking Out For You
No Monster Club – Lemonade

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venerdì 4 marzo 2016

Le recensioni di dischi sono morte, i blog sono morti e anche io non so bene perché continuo a leggere queste robe

High Fidelity

«Though music criticism may have become more of a personalized operation, the downside is that with so many voices shouting wildly for attention, it has become a veritable trash pit of amateur opinions and toxic discourse. The ushering in of a new generation of free-to-low-wage clickjockeys, outrage-generators, and online opinionistas racing against one another to be the first out of the gate with a piping hot take is largely said to have contributed to the death of the professional critic, and reduced collective feedback of art to a pass/fail, “classic or trash” consensus.»
"Is the Album Review Dead?" - Dan Ozzi - NOISEY

«The conversation can be chaotic, disjointed, even personal — Ozzi’s highlighting of artists who have written responses to negative reviews is an ugly but undeniable part of the critical conversation. The mess of critical opinion and response grants the meaning of art. Without criticism, art is the fallen tree in the uninhabited forest; it doesn’t make a sound. Art is always intended for an audience and critique; otherwise it would be an entity without artifice, like instinct or necessity. Critical writing and assessment doesn’t end the conversation about art; it quite literally allows for it.»
"Five Reasons Why the Album Review Will Never Die" - Geoff Nelson - Consequence of Sound

«Do we still need the album review? Well, it does not really matter to the writer. That is not the point of the article. The point of the article is to a) ensure the writer is still getting paid for (not) writing about music and b) ensure we all know that the writer views himself as one of those commentators on the cutting edge.»
"A rejoinder to Noisey’s entirely pointless ‘is the album review dead’ article" - Everett True - Music That I Like


Potrei cavarmela con una battuta del tipo: qualsiasi argomento per cui valga la pena scrivere un thinkpiece sul genere "X è morto" non è poi così morto, e quanto meno continua a vivere nella discussione che genera (nel clickbait a cui ambisce). D'altra parte, per essere stato "il #PEZZO (cit.) importante della settimana", quello di Dan Ozzi su Noisey non mi pare abbia suscitato molte reazioni. Un'eccezione è il bel thread su facebook di Sean Adams (fondatore di Drowned In Sound), come sempre una delle menti più lucide e al tempo stesso più "umane" e interessanti di questo settore.
Per il resto, trovo che l'articolo di Ozzi fosse abbastanza irritante nel suo deliberato inseguire ragionamenti banali e citazioni trite: Lester Bangs (ancora?), l'hype dei Clap Your Hands Say Yeah (dude, è il 2016), il rituale "ognuno può scrivere dalla propria cameretta", le recensioni di Pitchfork, i giornalisti di Pitchfork, lo stile di Pitchfork, Pitchfork, Pitchfork, Pitchfork.
È uno di quegli articoli che, piuttosto che all'oggetto di cui si parla, mi fa venire voglia di guardare all'autore che scrive. A Noisey interessa smontare o denigrare l'informazione musicale (usiamo questa terminologia vaga e generica) facendo informazione musicale? Bene, un tentativo come un altro per accreditarsi qualche sorta di pulpito e credibilità nella... uhm, informazione musicale. Ti capisco, ma puoi fare di meglio. In giorni come questo sento la mancanza del primo Hipster Runoff, la sua complicata spontaneità.
“I think the artists might be the only ones that read the reviews”, dice a un certo punto l'articolo. In realtà, parte del problema è che la democratizzazione dell'informazione musicale ha portato a una situazione per cui le recensioni le leggono soprattutto quelli che le scrivono. Sono pur sempre tantissimi, ma la natura di quello che si scrive, il suo scopo, è cambiato. In generale, credo che abbiamo in mente ancora un'idea delle recensioni che si è formata molto tempo fa. Ripetiamo che "siamo tutti critici oggi", parliamo di Rete e social network, ma in realtà associamo alla parola "recensione" ancora un carattere novecentesco. Aggiorniamo la timeline ma crediamo di abitare ancora nel mondo di Alta Fedeltà. Non dovremmo pensare alle recensioni di dischi come alle recensioni di Tripadvisor: i voti, le stellette, il "compro questo disco perché ne ha parlato bene NME". Sono sicuro che le schede di Metacritic sono utili soltanto a chi deve scrivere un articolo. Ora che ci penso, la metafora della guida turistica, del libro di viaggi, è utile perché non cerchi questa scrittura per decidere dove andare, ma per capire come è il viaggio, per sapere come muoverti.
In questo senso, non è la forma recensione (di dischi) a essere morta. Invece, è forse il pubblico delle recensioni (di dischi) a essere cambiato o, cosa più probabile, scomparso. Semplicemente, non siamo più lì davanti al tabellone delle partenze ad aspettare di partire, e il critico musicale non è più un capotreno. Siamo già in movimento, lo siamo sempre, e a qualcuno (spero a molti) piace ritrovare ancora un buon compagno di viaggio.



Twerps - Nothin About Nothin

giovedì 3 marzo 2016

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Febbraio 2016

Sporadica rubrica fatta con le vostre email e i miei sensi di colpa


IL CIELO DI BAGDAD

Leggo che questo nuovo album No Bad Days, rappresenta una svolta abbastanza radicale per Il Cielo Di Bagdad, nati da sonorità più power-pop e arrivati con questo lavoro, dopo un decennio di carriera, in territori del tutto elettronici. Io invece parto da qui, e trovo che la band napoletana sia del tutto a proprio agio dentro questo linguaggio. Siamo dalle parti di nomi come M+A, Welcome Back Sailors e Casa del Mirto, giusto per citare riferimenti di casa nostra, ma con un approccio più soul e carico di pathos. Lo scenario è del tutto sintetico ma è la voce a farla da padrona. La cadenza di certe melodie mi ha ricordato addirittura certi Phoenix: spero di non cadere troppo lontano da dove Il Cielo aveva intenzione di mirare, ma a tratti ritrovo quella stessa morbida dolcezza mista a malinconia, ma senza cadere mai nello stucchevole. L'album è pubblicato da Bizarre Love Triangles, quindi potete stare tranquilli.






Robert Nash ha questa faccia qui, e può succedere che anche tu abbia la stessa espressione dopo aver ascoltato le sue canzoni in un grigio giorno di pioggia. Un po' tipo oggi, insomma. Nash è un cantautore di Sidney che ama molto Elliott Smith e Bob Dylan (e io aggiungerei anche Badly Drawn Boy), e bisogna riconoscere che nel suo nuovo album The Ghost of Your Old Love si sente. Una scrittura classica e limpida, chitarra e voce con molte storie da raccontare, più alcuni arrangiamenti di archi e fiati puntuali, caldi e delicati al tempo stesso. "I saw you waiting at the station / I just walked on by / What’s the use in knowing, in which direction you are going / I know that it’s not mine". Ecco, ora ho quella faccia lì:





The Floating Ensemble - SOAR

Quartetto di Imola, con alle spalle una precedente esperienza a nome Tequila Funk Experience, i Floating Ensemble mescolano un assolato folk rock e alcune aperture più psichedeliche senza perdere mai di vista le melodie. A giudicare da certe sonorità del loro debutto Soar, te li aspetteresti arrivare dalla California (vedi Looking Back o la coda di Spark). Molto belle e nitide le armonie vocali, con alcune azzeccate sfumature Fleet Foxes.





AustraliA - The Very Truth

Nel comunicato di presentazione dichiarano di rifarsi a Mates Of State e Devo e con questo bizzarro ambo si assicurano la mia curiostià. In realtà, all'ascolto mi sembrano abbastanza più aggressivi dei primi e decisamente meno cervellotici dei secondi. Si chiamano AustraliA, e sono un duo di origini toscane che fa base in Romagna, composto da Mr. Xicano, alla chitarra e voce (super filtrata e a volte trattata come pura fonte di rumore) e Olga alla batteria, al basso e ai synth. Quella che ti arriva addosso è musica sporca e agguerrita. Gli AustraliA dichiarano di suonare "android punk", etichetta azzeccata e interessante, e in effetti le tracce contenute nel loro nuovo ep The Very Truth hanno sempre una cadenza secca e marziale. A me una certa ossessività piace, ma a volte qui il minutaggio di certe canzoni lascia l'impressione che un po' più di concisione rock'n'roll non guasterebbe.





WEIRDO - BUTTER

Di tanto in tanto ricevo mail vuote, soltanto un link di Soundcloud e un titolo. Qualcuno pensa che la strategia di sottrarsi al rumore, restando anonimi nell'era della sovrabbondanza di informazioni, possa pagare. "No press. Picture avail on request" è tutto quello che fanno sapere questi Weirdo. Certo, se poi non hai le canzoni, anche i teaser contano poco. Butter è un giochetto indulgente che mescola synth-pop e R'n'B. Non gli dai due lire e invece ha qualcosa per cui resti ad ascoltarlo fino alla fine, sarà quel falsetto che sembra quasi appassionato, saranno quei continui stop-and-go che movimentano l'atmosfera, sarà quella patina tutto sommato lo-fi che ti fa quasi credere sia una faccenda sincera. Revival Terence Trent D'Arby in arrivo?





MARLE THOMSON

Quando ricevo i dischi di questi cantanti bravi, troppo bravi, quelli che potrebbero essere usciti da qualche talent show, che suonano canzoni pulitissime e hanno voci sempre intonate, ricche di colori e di modulazioni intense... e che non mi dicono mai niente, non mi sfiorano proprio, boh mi chiedo ma perché mandano a me questa roba. Poi magari capita quella volta che premi play e ti fermi incuriosito, e vai a vedere lei chi è. Ecco, lei è Marle Thomson, viene da Amsterdam e ha una formazione musicale classica. Nella sua scrittura mescola senza problemi folk, jazz, qualche rarefatto abbozzo elettronico. Il suo EP di debutto si intitola The Canopy. Mi ricorda quel genere di cantautrice alla Lianne La Havas o alla Laura Marling: non esattamente roba da polaroid, ma fatta con un certo gusto.






“I spent the day dream catching / while reality kept trash talking me / and my ideas on the way things should be”: cari Fell Runner, capisco benissimo di cosa state parlando. Quartetto di Los Angeles, influenze che tengono assieme un'ispirazione africana, qualche cadenza più scura e matematica e un po' aria allegra alla Vampire Weekend per compensare. Molto bello il gioco tra le due voci morbide di Steven van Betten e Gregory Uhlmann. Questa super carina Dream Catching è una nuova canzone, non contenuta nel precedente album, uscito lo scorso autunno:





HOLY WAVE

Gran viaggione cosmico tra surf, droni e psichedelia, questa California Took My Bobby Away degli Holy Wave, canzone che anticipa l'album Freaks of Nurture, in arrivo l'11 marzo su The Reverberation Appreciation Society. In realtà, anche se su questa traccia sembrano così rilassati e svagati, nelle corde degli Holy Wave c'è anche molto altro, qualcosa che avresti voglia di definire tipo kraut del deserto. Una bella occasione per vederli in azione sarà il prossimo 2 aprile al Bronson di Ravenna.