giovedì 25 febbraio 2016

More than nothing

X-Ray Picnic - More Than nothing

Tempo che vola via, anche un quarto d'ora fa la differenza questa sera, una corsa sotto la pioggia, l'impazienza di arrivare, l'insofferenza che fa cambiare strada all'improvviso pur di non restare fermi. In quello scarto, invisibile e perso in mezzo a quelli di tutti gli altri, c'è una geografia nascosta, un sentiero fatto di parole da trovare, da mettere assieme nell'unica maniera giusta. E soltanto a quel punto, arrivati finalmente a casa, "nuoteremo nei fiumi a nord del futuro".
Le canzoni degli X-Ray Picnic sono piene zeppe di mappe, direzioni, prospettive, punti cardinali che servono a cercare l'ordine nei pensieri, a farsi largo tra i dubbi. Raccontano incontri dove le strade si incrociano, strade meticolosamente percorse a piedi, zaino in spalla, e lunghi tragitti in macchina. Per ritrovare casa bisogna ritrovare quei due occhi che ci sorridono e che hanno mandato all'aria i nostri giorni.
La musica sembra fare di tutto per rincorrere questa tensione. Chitarre nervose e ritmica incalzante. Il primo aggettivo che mi viene in mente è "irrequieta". Ma è una tensione positiva, energie nuove che spingono, un incitamento al fare, al prestare attenzione al qui e ora: "there are only two days of the year when you can't do anything: yesterday and tomorrow". La musica segue a passo svelto questa necessità.
Quando ho avuto l'onore di ospitare gli X-Ray Picnic in radio un anno fa, per uno dei loro primi live in assoluto, non ho potuto fare a meno di notare che il loro suono asciutto sembra avere poco in comune con le band da cui i quattro provengono. Tunas, Chow, Sumo, Sameoldsong, Yuri Gagarin: sono nomi che associo ad anni di infuocate serate punk e garage. Fabrizio, Davide, Davide Deitunas e Pietro: gente che ha sudato su centinaia di palchi. Invece per questo nuovo progetto hanno scelto riferimenti diversi. Dentro il loro clamoroso debutto autoprodotto More Than Nothing ci trovo i Clean e i Verlaines, ma anche i R.E.M. più spigolosi degli Anni Ottanta, e pure certi Silver Jews. Registrato da Jonathan Clancy (His Clancyness / A Classic Education) e Nico Pasquini (Stromboli), More Than Nothing sembra a prima vita un disco aspro, poco accomodante. Eppure, a poco a poco, rivela un altro carattere, come un sentiero che inizia in salita e soltanto più avanti si apre e si distende, e giunge all'altopiano: "I got a new life, I got it overnight... because of you, you!".






mercoledì 24 febbraio 2016

Bourgeois pop: DTCV live @ Freakout Club, 2016/02/22

Bourgeois pop: DTCV live @ Freakout Club, 2016/02/22!

Confesso che fino a qualche settimana fa il nome dei DTCV non mi diceva nulla: è stato soltanto quando ho notato una data al Freakout segnalata come "DTCV (US - ex Guided By Voices)" che ho cominciato a incuriosirmi. Aggiungete che in apertura era stato aggiunto Flood Regions, ovvero il temporaneamente solista progetto di Giacomo D'attorre dei Clever Square: insomma, non potevo mancare. Così sono andato a cercare un po' di informazioni e a recuperare dischi.
La prima cosa che ho imparato è che DTCV sono un duo formato dalla francese Lola G. e dallo statunitense James Greer. Basterebbe già qualche cenno biografico di quest'ultimo per rendere la band del tutto peculiare: critico musicale per SPIN all'alba degli Anni Novanta, poi chitarrista prestato ai Guided By Voices, fidanzato di Kim Deal per buona parte del decennio, romanziere e sceneggiatore (un paio di collaborazioni anche con Steven Soderbergh). A un certo punto, "late at night at a party in the Hollywood Hills mansion of a film producer", incontra Lola G., che a quanto pare tentava la fortuna nella scena garage rock di Los Angeles. "Lola and James started a conversation about Super-Fuzz pedals and the imminent worldwide collapse of the capitalist paradigm [ma certo, un gancio da manuale, direi] and decided to form a band, named DETECTIVE after a Godard film and later shortened to DTCV to avoid confusion with homicide news on the internet". Molto bene, sembra già il pilot di una nuova serie di HBO.
Avanti veloce fino a questo inizio di 2016, quando vede la luce il nuovo album Confusion Moderne, un disco che la band decide di cantare interamente in francese, ispirandosi tanto al French pop di stampo Sixties quanto a Musique de film imaginé dei Brian Jonestown Massacre: lo spirito è "like Françoise Hardy fronting Buzzcocks". In realtà al concerto di Bologna, di Françoise Hardy se ne è vista abbastanza poca. L'approccio live dei DTCV (che sul palco erano accompagnati anche da basso e batteria piuttosto solidi), è stato più aggressivo di quanto mi aspettassi. Più punk, senza tanti fronzolim che post, con i livelli praticamente sempre sul rosso. Se mi concedete la tremenda battuta, più Yeah Yeah Yeahs che yéyé. La scaletta è stata in gran parte occupata dalle canzoni del nuovo disco: Conformiste (se ricordo bene) e Bourgeois Pop quelle che mi sono sembrate più compatte e dirette. Noi ballavamo nella stanza vuota (una ventina i presenti, nonostante la serata fosse "up to you"). La voce di Lola si trovava a giocare la parte della fatina contro il muro di rumore, e il contrasto funzionava bene. Bastava sentire due versi cantati nella lingua d'oltralpe per pensare subito agli Stereolab (la cosa fa sempre molto piacere) che però avessero i Fall come backing band. L.A. Boum! citava Charles Trenet, e qualche mossa divertita mi ha fatto tornare in mente qualche scherzo degli Stereo Total. A James Greer toccava il compito di riportare i DTCV verso atmosfere più bellicose, mentre la sua voce dal vivo si muove sorniona tra David Gedge e Lou Reed. Rispetto al disco, mi è un po' mancato quel lato squisitamente indiepop che viene fuori in pezzi come Velodrome, e poi pensavo che dal vivo avrebbero parlato un sacco del collasso del capitalismo, di rivoluzione e della loro definizione di "anarco-simbolismo", insomma i riferimenti principali dei DTCV, e invece sono stati molto concentrati a infilare una canzone dopo l'altra, senza tregua. Spero di vederli di nuovo in una sala piena e infuocata, come merita una band di questo livello.



DTCV - Bourgeois Pop


DTCV - It's A Stealer (Surf Version)

lunedì 22 febbraio 2016

Morning flowers

WAX WITCHES - MORNING FLOWERS

Forse una canzone che ripete "dream, dream the day away" non è il modo migliore per cominciare una nuova settimana, ma questa Morning Flowers, nuovo singolo di Wax Witches, mi si è conficcata in testa e almeno per oggi non credo se ne andrà più. Wax Witches è il progetto solista di Alex Wall, già frontman dei Bleeding Knees Club, band australiana di garage sgargiante ed estivo. A giudicare da questo primo assaggio del nuovo lavoro, Memory Painting (in arrivo su Burger Records), Wall sembra contaminare le atmosfere con sonorità più pop (il ritornello mi ricorda addirittura i nostri Brothers In Law) e il risultato è, come ha commentato qualcuno su Soundcloud, "addictive":


How do you do it

GIUNGLA

“polaroid – un blog alla radio” – S15E16 

Pinegrove – Then Again
Kids on a Crime Spree – Karl Kardel Building
Jaded Juice Riders – Pat And Oscar
Drug Pizza – No Reaction
[in collegamento telefonico con La Donna Di Prestigio]
Erasmus – Ti ricordi di me (Belgica Soundtrack)
Giungla – How Do You Do It (Empress Of cover)
Teleman – Dusseldorf
Kyle Forester – Won’t Go Crazy
Tangible Excitement – Northland Food Court

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venerdì 19 febbraio 2016

"Polaroids From The Web"

"My favorite artists are my friends" edition

SETH BOGART


- «Burger has the attitude of a trendy major label sealed with an insincere kiss. They are apolitical and deeply anti-intellectual, their bubbly ALL CAPS captions concealing their hoary self-interest, as if smiley emojis erase their calculated intentions, their Wonderbread homogeneity and rapacious need to absorb anything remotely “cool” into their brand to stave off cultural irrelevance»: avrei gradito qualche argomentazione in più, ma il punto di vista di Mariana Timony su Lo-Pie contro la Burger Records, Hedi Slimane e tutta l'operazione "indie rock californiano" di Saint Laurent è comunque interessante e da approfondire.

- A proposito di Burger, su Pitchfork c'è un gran bel profilo, tra arte, musica e moda, di Seth Bogart, già noto come Hunx And His Punx (e ancora prima nei Gravy Train, tanto per citare uno dei tanti progetti). Bogart sta per debuttare con un album solista omonimo alla fine di questo mese, spostandosi dal garage tutto glam verso suoni più sintetici.



- «Some have claimed Stereolab were detached, studious, overly intellectual. Listening to their music, though, and with the benefit of hindsight, nothing feels further from the truth: this music is alive, rich with melody, harmony and texture, gesturing towards genres and other artists in all their wild multiplicity»: su FACT "The Complete Guide to Stereolab" a cura di Jon Dale.

- «For us, the whole point of blogging about music is because we’re passionate about it. We don’t want to be sitting here scheduling things and sending a million emails back and forth»: il problema non riguarda davvero questo blogghetto (che faccio ancora da solo nel tempo libero), ma nel mio piccolo condivido totalmente lo spirito del post di Indieshuffle contro le première musicali
Se vi interessa il discorso (per me abbastanza cruciale intorno a come fruisce la musica oggi chi ne deve parlare) si è inserito anche RAC, che ha aggiunto il proprio punto di vista da musicista: «it’s not about the music. It’s become a status check, a symbol of how big you are, an industry calling card».

- «What rings so false about the whole setup is that having these ripped T-shirt and eyelinered Brits snarling through their three-chord set before an unappreciative New York crowd pretty much ignores the cultural anthropology that theoretically is informing the entire show’s story line»: "The Debut Episode of 'Vinyl' Misses a Step With Punk". Tra i tanti commenti letti in giro in questi giorni, scelgo questo di PopMatters perché si concentra su una delle cose che ha più lasciato perplesso anche a me.

- "Which is the best music streaming service?": il Guardian fa un schematica e utile comparazione tra i vari Spotify, Deezer, Apple Music eccetera.

- «“These kids are so advanced—so, so advanced,” she said softly to her screen. Not just in their comedy, but in their business savvy. “They are the most brilliant digital strategists,” she said. “These teens are better marketers than anyone in the game right now”»: per favore prendetevi venti minuti e leggete "The Secret Lives Of Tumblr Teens" di Elspeth Reeve su New Republic, una storia che racconta così bene la contemporaneità che probabilmente fra sei mesi faremo già fatica a comprenderne la grammatica.

- "Wild Nothing Doesn't Need Your Nostalgia": bell'articolo su SPIN a proposito di Jack Tatum, del suo nuovo album Life Of Pause e di come gli va la vita. E quando dico "bello" intendo anche per il modo in cui a volte un'intervista riesce a mediare il fatto che l'intervistato non abbia poi così tanto da dire.




giovedì 18 febbraio 2016

We're going out of style, can't you see?

NO MONSTER CLUB - I FEEL MAGIC

Esattamente un anno fa, passava per Bologna Bobby Aherne, meglio conosciuto con lo pseudonimo di No Monster Club. Ora il cantautore irlandese torna con un nuovo album, I Feel Magic, in uscita domani su Popical Island e in cassetta in USA per Already Dead Tapes.
Andando a cercare un po' di info su questa nuova raccolta, scopro che il disco ha preso forma proprio durante lo scorso tour:

"I came up with all of the composite parts during the Carnaval parade in Sion, Switzerland last Valentine’s Day. The next day, I stitched them all together into a rough, drunken Jack Torrance demo in the ancient and creepy Hotel Europa (where Verdi used to live and Napoleon once stayed) in Ferrara, Italy. The lyrics came later."

Tra uno scanzonato carnevale e una presenza "creepy" che incombe: ecco una buona definizione della musica di No Monster Club! Dentro I Feel Magic ci sono momenti di efficacissimo indie rock a bassa fedeltà (Run With The Night, Charity Shop) accanto a canzoni che tendono a trasformarsi in filastrocche da bambini (You're The Brains). Sempre in bilico tra cerebrale nonsense e la voglia di lasciarsi andare a danze scomposte, No Monster Club ti lascia ogni volta l'impressione di essere già chissà dove mentre tu sei ancora lì che cerchi di decifrare qualche rompicapo ("Billy contorted the trees everytime we tried to grow them"...) . Da sempre prolifico e infaticabile campione del DIY e dell'autoproduzione, Aherne ha scritto e registrato l'intero disco da solo, ma data la sovrabbondanza di voci che popolano queste canzoni, ancora una volta sembra in ottima compagnia.





martedì 16 febbraio 2016

MAP - Music Alliance Pact #89

MAP - Music Alliance Pact

Bentrovati a un nuovo episodio dell'appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- i portoghesi Bed Legs, con un classico garage rock sporco e carico di blues;
- i maltesi Divine Sinners, con un delizioso twee-pop (ma voi lo sapevate che si trovava del twee-pop a Malta?) che mi ha ricordato dei Tullycraft giovanili;
- il messicano Memo Guerra, con un synth-pop oscuro e intricato, ma comunque molto orecchiabile;
- i canadesi P'ARIS, con un pop assolutamente mainstream e danzereccio;
- il giapponese Foodman insieme al produttore taiwanese Meuko Meuko, con un lavoro che sembra citare gli Anni Novanta di Mike Paradinas.

Paisley Reich – Blaze
Gli italiani scelti questo mese sono i Paisley Reich, da poco tornati con un ottimo EP intitolato Blaze, per la sempre più sorprendente Lady Sometimes Records, giovane etichetta romana che uscita dopo uscita sta mettendo assieme un catalogo davvero ragguardevole. I Paisley Reich li avevo segnalati proprio qui sul MAP ormai tre anni fa, e da allora i ragazzi sono parecchio maturati. Se già le prime forme più shoegaze mostravano bene il loro talento nel far sciogliere le melodie dentro matasse di rumore e psichedelia, queste nuove canzoni si spingono oltre, dando prova di sapere tentare altre strade, scritture più complesse. Tra una raffica elettrica e l'altra, a me sono venuti in mente un paio di nomi come Interpol e National, forse troppo "roboanti", ma che comunque danno l'idea di quali atmosfere possano raggiungere i nostri Paisley Reich. Spero che il prossimo passo sia l'album, finalmente (e spero pure di vederli prima o poi anche dal vivo).

(mp3) Paisley Reich - Fade


Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di febbraio con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.

lunedì 15 febbraio 2016

I split the difference of lonesome and lonely

Pinegrove - Cardinal

Se anche tu, mentre scende la sera sulla città e sul coro della timeline, e un'altra domenica finisce nel cassetto dei rimpianti, continui a sentirti in una specie di provincia della tua vita, sempre un po' alla periferia di qualcosa di meglio che sta succedendo da qualche altra parte, dentro Cardinal, l'album di debutto dei Pinegrove, ti sentirai un po' a casa.
"If I did what I wanted, then why do I feel so bad?"
Band proveniente da Montclair, New Jersey, guidata dal cantautore Evan Stephens Hall, con un indie rock sanguigno dalle radici folk i Pinegrove fanno riaffacciare al cuore quei sentimenti che provavi all'epoca in cui non si parlava d'altro che del suono di Omaha. E davvero la voce di Hall, la prima cosa che colpisce di questo disco, ha quegli stessi strappi alla Conor Oberst che all'improvviso ti fanno diventare gli occhi lucidi ("How long will I wander by your side?”). Ti fermi di colpo e ti chiedi dove hai già sentito quei versi: "how come every outcome's such a comedown?".
C'è quello stesso bisogno urgente di raccontare, di riempire ogni strofa con quante più parole possibile, storie suburbane di cuori spezzati e vecchi amici che se ne sono andati (o siamo stati noi ad andarcene?). Nonostante lo stile di Hall possa sembrare a prima vista schietto e diretto, un diario aperto e sincero, la qualità della sua scrittura è tale che mi fa venire voglia di leggere questi racconti tanto quanto mi piace ascoltarli in forma di canzoni. Mi succedeva la stessa cosa con gli Okkervil River, e anche se i Pinegrove non hanno (per ora?) la stessa raffinatezza, le qualità sembrano esserci già tutte.
Soprattutto, nei Pinebox mi piace il modo in cui ogni sentimento amaro si sforza di inseguire la propria redenzione, il riscatto dopo ogni pigra arrendevolezza da perdente. La conclusione di Size Of The Moon riassume bene lo spirito di questo disco:

Do you want to die?
Fine you're right
But I wonder what it feels like
To stop feelin so alive
What if we could wake up in five years and things'd be feelin alright?
I wanna visit the future and dance in a field of light!








domenica 14 febbraio 2016

Love The Unicorn live @ polaroid!

Love The Unicorn live @ polaroid!

La quindicesima puntata della quindicesima stagione di "polaroid - un blog alla radio" non poteva essere festeggiata in maniera migliore: domenica scorsa, da ZOO, c'erano i Love The Unicorn a presentare il loro nuovo album A Real Thing, uscito per la nostra We Were Never Being Boring. Immediato invito in studio per una veloce sessione unplugged, quattro chiacchiere (ma voi lo sapevate che tra le loro fila si nasconde un celebre street artist?) e qualche immancabile brindisi. La band romana suona quell'indiepop carico di melodie dolcissime a cui non so resistere, e ha concluso il set proprio con Fence, forse la mia preferita del nuovo disco. Hanno confessato che suonare in acustico non li entusiasma particolarmente, ma a me sono piaciuti un sacco anche così.  Qui trovate il podcast integrale della puntata, mentre qui sotto ci sono le tracce che ci hanno regalato dal vivo:


Love The Unicorn live @ polaroid - un blog alla radio
Radio Città del Capo - 2016/02/07


- Weekend
- Don't Look At Me In That Way
- Acid Rain
- Fence

giovedì 11 febbraio 2016

Stranger (in a sense)

GRANDSTANDS

Quando cominci ad ascoltare per la prima volta Stranger, l'album di debutto dei Grandstands, pensi subito a certi Real Estate, a quel passo rilassato, crepuscolare e suburbano. Poi, a mano a mano che ti inoltri tra le canzoni del quartetto di Melbourne, ti accorgi che c'è anche altro: una nota più amara, ma non disperata; una sfumatura più slacker e perdente che fa prendere loro una specie di distanza. Avverti un certo disincanto, ma senza sarcasmo e nemmeno troppa malinconia. Una musica che ti dice di avere capito che sei così, poteva andare meglio, ma tutto sommato pure molto peggio. E allora, di che ti preoccupi? Nel comunicato di presentazione di Stranger mi piacciono due frasi in particolare. Una sulla lavorazione del disco: "The songs were coaxed out, slowly, steadily, surely—both delayed and inspired by the daily routines of the band". Me li immagino i ragazzi al pub dire "cavolo, guarda, i Twerps hanno fatto un altro disco e noi ancora un cazzo, ed è passato un'altra estate". Poi c'è questa descrizione del loro sound: "the album is rooted in everyday reality, familiar as the old couch on the front porch". E me li vedo proprio, stravaccati sul vecchio couch, alla settima o undicesima birra, concludere che "vabbè, però sai cosa, non si sta poi così male qua".



Stranger (In A Sense)


All My Life

martedì 9 febbraio 2016

Jaded Juice Riders

Jaded Juice Riders

Qualsiasi giovane band che dichiari l'intenzione di voler "take over the world one garage-show at a time" mi avrà dalla sua parte. Loro si chiamano Jaded Juice Riders, provengono da Irvine, California, e descrivono la propria musica come "surf garage". La prendo per buona, soprattutto perché quando partono le canzoni ti fanno subito venire più voglia di ballare e divertirti che stare a pensare a definizioni ed etichette. Hanno pubblicato per Spirit Goth un nuovo album intitolato Girlfight, e fila via che è un piacere. Ogni tanto sembrano una versione più a bassa fedeltà e scanzonata di certi Drums, altre volte sono più aggressivi e strokesiani (Luukin For A Turtle), mentre la clamorosa Another Dimension sembra una versione dei Cure da spiaggia. Disco da tenere in macchina e tirare fuori non appena tornerà l'estate!




Jaded Juice Riders - Another Dimension


Jaded Juice Riders - Zelena Homez

Radio Alice da quarant'anni per aria

40 ANNI DI RADIO ALICE

Sarà per via di tutti questi portici. A Bologna, da quella soffitta di Via Del Pratello 41, Radio Alice cominciò a trasmettere quarant'anni fa, il 9 febbraio del 1976. Le onde cominciarono a propagarsi e ancora rimbalzano nell'aria della nostra città. Una prolungata eco libera fatta di parole, musica, politica, cazzeggio, poesia e felicità. Sì, deve essere senz'altro per via di tutti questi portici che continuano a fare da cassa di risonanza.
Non che sia così importante, ma credo che non sarei qui nemmeno io, con le mia canzonette e le mie frivolezze, se non fosse esistita Radio Alice, e credo che la stessa cosa valga per molte altre persone che conosco. Radio Alice compie quarant'anni e, nonostante qui in città si celebri qualche Anniversario Del Settantasette più o meno ogni due tre mesi, ha preso il via una bella serie di manifestazioni per sottolineare come si deve questa ricorrenza:

• un buon punto di partenza sono le parole (e soprattutto le domande) di Valerio Minnella (tra i fondatori di Alice) ospitate dalle pagine di GIAP dei WuMing;
• da un po' di tempo è tornato in attività il sito RadioAlice.org, stracolmo di documenti, mettetelo tra i segnalibri;
• questa mattina Radio Città del Capo e Radio Città Fujiko (figlie di quella Radio Città contemporanea di Alice) hanno trasmesso a reti unificate un bello speciale, recuperate qui il podcast;
• Lettera43 ha intervista Bifo;
Alice di Gianni Celati
• il MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna ha dedicato una sezione a fotografie e audio originali di Alice;
• questa sera al Kinodromo viene proiettato Alice è in paradiso, il documentario di Guido Chiesa nato in parallelo al film Lavorare con Lentezza.

Restate sintonizzati.

sabato 6 febbraio 2016

Big Cream live @ polaroid alla radio!

Big Cream live @ polaroid alla radio!

Sono stati illuminati dal verbo dell'indie rock durante un concerto dei Dinosaur Jr. a Bologna, e sono stati tenuti a battesimo da Giacomo dei Clever Square: direi proprio che i Big Cream hanno tutte le carte in regola per spaccare davvero. Tre ragazzi provenienti dalla provincia di Bologna, un furioso EP di debutto, intitolato Creamy Tales e uscito in cd su MiaCameretta Records e in cassetta per More Letters.
Lunedì scorso sono entrati negli studi di Radio Città del Capo e li hanno letteralmente fatti tremare. Qui trovate il podcast integrale della puntata, mentre qui sotto ci sono le tracce che ci hanno regalato dal vivo:

Big Cream live @ polaroid - un blog alla radio
Radio Città del Capo - 2016/02/01

- What A Mess
- Sleepy Cloud
- Sleep Therapy
- Space Collage

venerdì 5 febbraio 2016

Still Flyin' + O/R/F + James Ausfhart + My Teenage Stride @ Cake Shop!


O/R/F live at Cake Shop, NYC

Cake Shop, Manhattan, mercoledì 3 Febbraio 2016. La prima e, fino a questa sera, unica volta che ero entrato in questo minuscolo tempio della musica dal vivo newyorkese era stato insieme ai Be Forest, al CMJ 2014. Stasera invece ho il piacere e l'onore di essere io sul palco, negli Still Flyin', e per di più come headliner!

Cake Shop, foto di Gary Olson
James Ausfhart (ovvero Åke Strömer, già nei Love Is All, negli Hemstad, e anche lui in passato negli Still Flyin'...) apre la serata cantando in mezzo al pubblico (numeroso oltre ogni aspettativa, forse anche grazie a un post di Brooklyn Vegan?). Fa partire le tracce da un mangianastri, come una specie di karaoke in cui canta sopra i propri stessi pezzi, ammiccando a chi gli sta intorno e facendo muovere anche gli spettatori più avversi alle danze. Per darvi un'idea, una cosa del genere. James Ausfhart è bravo, diretto, canta di rapporti umani in modo scherzoso, e sconvolge tutti concludendo il concerto spaccando a terra il mangianastri. Finale epico!

O/R/F a seguire. Il nome della band è composto semplicemente dalle iniziali dei cognomi dei tre membri: Gary Olson (Ladybug Transistor, produttore e proprietario dello studio di registrazione da cui sono usciti innumerevoli album indiepop che amate), Julia Rydholm (Essex Green, Ladybug Transistor, Jens Lekman, Of Montreal...) e Kyle Forester dei Crystal Stilts. In realtà credo stiano ancora cercando un nome definitivo e quello di questa sera, fra tensioni, errori e simpatia, è quasi il loro primo live. Julia suona il basso, Kyle le tastiere, la chitarra in un pezzo, e fa partire basi dall'iPhone, oltre a cantare qualche coro. Gary suona un basso Danelectro mezzo rotto, con due sole corde attaccate (tenete presente che io più tardi suonerò un fighissimo Rickenbacker prestato da lui). Il povero strumento però è super effettato, e Gary si diverte molto a lanciarsi in deliziosi assoli (mi ci ritrovo molto nel suo gusto e stile nel salire di scala). Per la maggior parte dei pezzi però si concentra sul cantato: bellissime melodie, voce profonda e testi intensi ma con una specie di poetica lieve. Gary guarda negli occhi il pubblico, è un momento molto carico. Poi, ovvio, non può fare a meno di inserire qualche suo stacco di tromba (mai invadente). Commettono anche qualche errore venale, ricominciano un pezzo perché non erano a tempo con la base, ma nel complesso è stato un ottimo show e grande dimostrazione di mestiere sul palco. Mi sono piaciuti molto, sono riusciti a ricordarmi di tutto, dai Tindersticks ai Notwist passando per Andrew Bird.


Poi sono saliti sul palco i My Teenage Stride e subito si è capito che la serata aveva preso un’altra piega, più scanzonata. Avevo già suonato con loro quando ero nei Calorifer Is Very Hot! insieme a Nicola Donà (ora Dizzyride e Horrible Present...) in una serata del CMJ 2010, dividendo il palco con A Classic Education, Chris Leo e L'Altra. In un certo senso quella di questa sera sembra una reunion, tutti si divertono e nessuno cerca di prendere troppo sul serio la situazione. Il cantante si ritrova a suonare chitarre che non tengono l'accordatura, ma le melodie delle loro canzoni in stile Postcard / TVPs restano ancora veramente catchy dopo tutto questo tempo.



(mp3) My Teenage Stride - To Live And Die In The Airport Lounge

STILL FLYIN' LIVE @ CAKE SHOP
Still Flyin', foto di @aaronford
Gli Still Flyin' chiudono la serata. Eravamo in forma e mi sono divertito davvero un sacco. Per gli ultimi pezzi (All Lips Touch, Hott Chord...) sono saliti sul palco anche James Ausfhart e Gary Olson con tromba e sax, e il tutto è culminato con una caduta a effetto domino che ha mandato all'aria birre e tastiere, ma non ha fermato nessuno dal suonare. Non potevamo chiedere finale migliore!




[Report di Samuele "Jack" Palazzi - Grazie!]

mercoledì 3 febbraio 2016

Indiepop jukebox

Boys Forever - Poisonous
Avevamo già presentato i Boys Forever (la nuova band di Patrick Doyle, ex Veronica Falls, Royal We, Sexy Kids e chissà quanti altri) qualche mese fa. Ora finalmente è arrivato la contagiosa Poisonous, il sette pollici di debutto via Amor Foo Records, e le promesse sono state mantenute in pieno:



The Golden Eaves
Dalla collaborazione tra Brent Kenji, già nei Fairways, e Joe B, proveniente dai Pines, storiche band di casa alla cara vecchia Matinèe, garanzia di qualità, sono nati The Golden Eaves, che a quanto pare fanno base ad Augsburg, in Germania. Ora arriva il sette pollici di debutto No Other, sonorità cristalline alla Belle and Sebastian e melodia super malinconica:



HUSKY LOOPS
Gli Husky Loops, la band bolognese trapiantata a Londra che era stata anche ospite live in radio lo scorso autunno, ha finalmente pubblicato il sette pollici d'esordio promesso. Chitarra lancinante, basso grassissimo, groove killer e ritornello ipnotico: tutti gli elementi del trio qui vengono combinati al meglio. Di solito i regaz mi piacciono molto quando riescono a tirare fuori la loro vena più pop, ma Dead entusiasma perché riesce a esplodere di ansia e rabbia in maniera implacabile:



FAKE LAUGH
Se può esistere una versione indiepop di certi suoni che per semplicità etichettiamo "alla Captured Tracks", il singolo di debutto di Fake Laugh intitolato Birdsong ci va molto vicino. Quartetto londinese guidato dal giovane Kamran Khan, il quale spiega che la canzone "is based on having a fairly nocturnal routine and generally feeling pretty pathetic". Il resto della loro produzione per ora su Soundcloud sembra avere altre ispirazioni più Smithsiane e atmosfere più intime (compresa una clamorosa cover degli Alvvays).



SODA FOUNTAIN REG
Della cantautrice di Bergen Soda Fountain Rag qui a polaroid eravamo innamorati già da prima che esistesse la We Were Never Being Boring. Ora mi rende davvero felice il fatto che il prossimo album di Ragnhild Hogstad Jordahl lo pubblicheremo proprio noi, il prossimo mese di aprile. Intanto è uscita questa bella anteprima, Love Song For The Geek:



BEST FRIENDS
L'anno scorso, l'atteso primo album dei Best Friends mi era piaciuto tantissimo e ora, in occasione della ristampa per il mercato americano, la banda di Sheffield fa un po' di promo pubblicando (in free download via Bandcamp) una nuova traccia Wash Me Out, in precedenza apparsa soltanto in una compilation a tiratura limitata pubblicata per il Record Store Day:



Gentle Brontosaurus
Da Madison, Wisconsin, mi scrivono in un ottimo italiano i Gentle Brontosaurus per presentarmi il loro ultimo lavoro Names Of Things And What They Do. Twee pop davvero delizioso, ispirato a Camera Obscura e Velocity Girl, con un bel gioco di rimandi tra le due voci maschili e femminili: "suoniamo canzoni dolci e allegre assai ma con un po' di melancolia nascosta". Perfette per me!




The Pooches sono un quartetto proveniente da Glasgow, ma non pensate subito a influenze scozzesi. Le loro chitarre scintillanti e soprattutto i loro cori fanno venire in mente altri riferimenti: a volte i più distesi Beach Boys, nella title-track gli Shins e altrove hanno certi sussulti caraibici da Vampire Weekend. Hanno firmato per la statunitense Lame-O Records, sulla quale esce questo nuovo EP intitolato Heart Attack (oppure in cassetta su Gnar Tapes) Nuovo nome da tenere d'occhio:



FRANKIE COSMOS
Ormai Greta Kline, in arte Frankie Cosmos, passa tutti i giorni su Pitchfork ma a me piace continuare a considerarla ancora una piccola cantautrice da cameretta. Ora ha annunciato il nuovo album, seguito del fortunato Zentropy del 2014. Si intitolerà Next Thing e arriverà il prossimo primo aprile su Bayonet (etichetta fondata da Dustin Payseur dei Beach Fossils e da sua moglie Katie Garcia, ex manager Captured Tracks). C'è anche una ricchissima edizione limitata in vinile trasparente con fanzine e poster. L'anticipazione è questa Sinister:



JOY AGAIN
Un po' dalla Pennsylvania e un po' da New York City, i Joy Again (che vedono al loro interno il cantautore Arthur Shea, su cui torneremo) potrebbero diventare un caso curioso di come l'indiepop si possa rinnovare e contaminare, trovando altre strade. Non per niente i giovani ragazzi hanno attirato l'attenzione di un artista come Shamir, non esattamente un tipo conformista e prevedibile. Il loro primo singolo Looking Out For You esce per Lucky Number e rimbalza tra banjo e battimani ubriachi d'amore, mentre la b-side How You Feel si insinua più liquida e languida, quasi Seventies.
This is a love song for a girl / Who will never know it’s about her
I know it’s pretty stupid / But I’m much too shy to tell her

Da manuale proprio.

lunedì 1 febbraio 2016

Aurora

I CANI - AURORA

Nella tensione tra il “dovremmo monetizzare questo nostro grande amore”, da un lato, e "la polvere che sta aspettando il mio ritorno", dall'altro; nell’attrito tra il profondamente quotidiano, pieno di desideri e bisogni (“qualunque cosa, anche una cosa stupida”), e la necessità di staccarsi da terra (Protobodhisattva); nel rimbalzare tutto all’indicativo futuro tra un filosofico Non Finirà e un quasi spirituale Finirà, la voce di Niccolò Contessa cerca la strada per raccontare l’Aurora dei suoi Cani.
Terzo album, e non stiamo più parlando di “canzoni generazionali”, e non sono più racconti romani: è la strada di un essere umano, con le sue sfacciate riflessioni universali e le sue schiette seghe mentali, slanci d’amore e sbagli, le sue debolezze e la scoperta di un’umiltà che passa sopra a ogni cinismo (Calabi Yau). Tra le righe puoi quasi pensare di leggere qui una lezione: come se la compromessa consapevolezza di quello che stiamo facendo, di quello che siamo diventati ci avesse fatto scrollare di dosso, a poco a poco, il dovere di ripetere le parole che gli altri si aspettano sempre da noi, in eterno. Devo dire che mi sono accorto di essere quasi felice di non trovare dentro Aurora un singolo tipo Pariolini Parte II. Da una band come i Cani preferisco farmi trasportare fino all'Ultimo Mondo, ricevere senza preavviso "una scossa dal cuore alla pelle", e poi farmi stupire con un silenzio cosmico e cullare dal rumore di onde e gabbiani in mezzo a una canzone. E se c'è una short story sul presente lucido, è di quelle capaci di essere spietate senza bisogno di sarcasmo.
Anche se l’espressione "mondo cane" ricorre più volte tra i versi, quello che ti resta addosso dopo queste canzoni assomiglia più a una specie di stupita, incredula, fragile serenità. Resisterà? E anche se dentro questo disco ogni nota è sintetica, quantizzata e distillata, quello che ti resta dentro assomiglia davvero a una scintilla che scalda, al raggio di un’alba ancora tutta da decidere.

(una versione breve di questa recensione è uscita su Prismo)