giovedì 28 luglio 2016

Some littler things

Non credo di avere mai scritto di Mitski qui sul blog, e anche in radio l'avrò passata un paio di volte al massimo. Il fatto è che la sua musica, e ancora di più le sue parole, mi feriscono in una maniera così diretta e profonda, e al tempo stesso piena di grazia, che nonostante io stia sanguinando mi scopro a reagire con una specie di pudore. Mi fa lo stesso effetto di una Courtney Barnett più amara, ustionante. Speravo di riuscire a vederla dal vivo nel tour europeo insieme a Trust Fund (accoppiata micidiale per me) ma purtroppo non succederà. Per fortuna, con un tempismo impeccabile, Giacomo Buratti del blog Insipienza (e un sacco di altre cose) mi ha inviato questo gran bel report del concerto alla Horseshoe Tavern di Toronto. E un po', anche per me, è come essere stato lì. Grazie Giacomo!


Mitski live at the Horseshoe Tavern in Toronto
(foto by Blare)

Ogni volta che vado in bicicletta penso alla morte. Non sono un ciclista esperto, non ho un casco in testa, King Street è più intasata del solito, tra le macchine parcheggiate e il tram dobbiamo passare io e un suv nero e penso che basterebbe che qualcuno aprisse all’improvviso uno sportello per farmi finire sull’asfalto. Morto.
Penso che sono uscito di casa senza telefono e senza portafoglio, questi pantaloncini non hanno tasche. Sono incastrato tra le ruote di un suv nero, senza vita, e le forze dell’ordine accorse sulla scena insieme ai primi soccorsi non hanno idea di chi possa essere il mio corpo scomposto. Nel frattempo raggiungo incolume il lago. Passo accanto ad atletici giovani padri che fanno jogging spingendo figli insofferenti nei passeggini e mi chiedo chi chiamerebbero dall’ufficio del coroner per riconoscere il mio cadavere. Ho considerato che prima o poi qualcuno dal lavoro (dico i colleghi piuttosto che i due ragazzi con cui divido un appartamento da un paio di settimane, ché sono dei rincoglioniti) si sarebbe chiesto dove fossi finito e, nel giro di qualche giorno, avrebbe dato l’allarme. (Ovviamente anche in Italia dopo una settimana si sarebbero preoccupati, ma ho pedalato fino ad Humber Bay e l’Italia è piuttosto lontana). Allora dalla polizia avrebbero potuto dire “C’è una persona che non siamo riusciti a identificare” e Giulia, o Leonardo, sarebbero andati all’obitorio e avrebbero confermato che sì, ero in ufficio con loro da una quindicina di giorni, avevo imparato piuttosto in fretta a usare InDesign e non mi portavo mai il pranzo. Magari si sarebbero offerti di avvisare mia madre.
Poi mi ricordo che tra un po’ andrò con Sven al concerto di Mitski. Con lui ci siamo visti in tutto due volte ma ci scriviamo quasi tutti i giorni. Mi verrebbe a cercare se smettessi all’improvviso di rispondere ai suoi messaggi? Penserebbe che potrei essere finito sotto un suv nero o che sto solo facendo lo stronzo? Quanto vuole davvero vedere Mitski dal vivo?
Sono in questa città da meno di due mesi e, per quanto avessi ascoltato Puberty 2 già prima di imbarcarmi per Toronto, da quando sto qui raramente riesco a separarmi da queste undici canzoni. Raramente riesco a esprimere l’attrazione/repulsione che provo per questa mia nuova vita se non attraverso le parole di Your Best American Girl, o A Burning Hill, o Happy.
“Fa conto che io sono lei e l’all-American Boy è il Canada”, ho spiegato a Sven. Il sole e la luna (nemmeno la luna, nemmeno una stella), una foresta e l’incendio che la brucia e il tizio che la guarda bruciare. Il desiderio di far parte di qualcosa di cui pure forse non puoi o forse non vuoi far parte. Un “I finally do” in mezzo a due “I think I do”.
Sven mi ha detto che capisce ma non lo so. Gli ho detto che ho delle serie difficoltà a distinguere tra un canadese che è gentile con me perché intende esserlo e uno che è gentile solo perché è canadese, e lui ha Ontario tatuato sopra il ginocchio. Mi ringrazia di averlo invitato a venire con me. Aggiunge che l’Horseshoe Tavern è sold out.
Il locale potrà contenere tre o quattrocento persone ma è ancora quasi vuoto quando arriviamo. Sven si vanta di aver dato il cinque ai Radio Dept. mentre salivano su quello stesso palco anni prima e Melina Duterte aka Jay Som prende il microfono e inizia a suonare e la gente continua a entrare o ordina da bere o gioca a Pokémon Go perché è il 22 luglio 2016 e è questo che si fa anche ai concerti (e Jens che si lamentava di “men spooning their girlfriends”). Dopo una manciata di canzoni lascia il posto ai Japanese Breakfast e la temperatura inizia a salire – dopotutto siamo nel bel mezzo di una allerta meteo. Mi vanto di aver incassato su twitter un like di Mitski per un gioco di parole stupido sull’ondata di caldo, il suo concerto e l’espressione “bringing the heat”.
Quando sale sul palco, intorno alle undici, ci siamo tutti e fanno cento gradi. Accorda la chitarra mentre il batterista distribuisce bottigliette d’acqua alle prime file, poi attaccano Townie e qualcuno tira fuori un cartello con scritto “Marry me at Makeout Creek”. (“Mi piace davvero qui, forse dovrei sposare un canadese” dirà tra un pezzo e l’altro. “Anch’io”, dirò a Sven, pentendomene immediatamente). Nonostante qualche problema coi feedback della chitarra che sporca la cover di How Deep Is Your Love di Calvin Harris lei è precisa e controlla la voce e lo strumento come se lo facesse da vent’anni e non ne avesse venticinque e prosegue con altri tre pezzi dal terzo album prima di Once More to See You.
A metà set, poi, arriva Your Best American Girl e risulta chiaro che non ci sono cazzi per nessuno. Il pubblico perde la testa alla seconda nota, la canta tutta e alla fine esplode. Sven mi guarda per accertarsi che non stia piangendo. Gli avevo promesso che avrei almeno provato a trattenermi.
Mitski continua facendo la spola tra gli ultimi due dischi e dopo Drunk Walk Home il batterista la lascia da sola. Allora chiude con i brani conclusivi di Puberty 2 e Bury Me At Makeout Creek, due canzoni che forse sono la stessa e si specchiano come si specchiano le ossessioni di cui parlano (“And I am the fire and I am the forest / and I am a witness watching it”; “And you’d say you love me and look in my eyes / but I know through mine you were / looking in yours”) e rimandano un’immagine di ordine e pulizia (“So today I will wear my white button-down / I can at least be neat / walk out and be seen as clean”; “I am relieved that I’d left my room tidy”) che è forse l’unico modo di uscire da questo circolo vizioso, ma anche un modo piuttosto deprimente (“And I’ll go to work and I’ll go to sleep / and I’ll love the littler things”; “I always wanted to die clean and pretty”). Una corsa al lago, e se hai un coltello ficcato in un fianco lo tirerai fuori senza fare domande. Una camicia pulita e il letto fatto e forse le cose inizieranno ad avere senso.
Alla fine usciamo su Queen Street sudatissimi e provati e soddisfatti. Prendiamo la stessa metro per tornare a casa. Quando si avvicina la mia fermata guardo l’orologio e dico a Sven che ieri più o meno a quest’ora proprio dove sto andando hanno sparato a due persone. Mi dice che gli devo mandare un messaggio quando arrivo sano e salvo. Scendendo gli rispondo “Va bene, mamma”. Poi mi chiedo cosa sto facendo.


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