giovedì 14 luglio 2016

Dance your pain away, keep your body moving

The Avalanches, Wildflower

Tra il finale di Going Home e l'attacco di If I Was A Folkstar, dentro Wildflower, il nuovo e attesissimo album degli Avalanches, si sentono questi rumori di cassette aperte e richiuse, riavvolte di colpo, frammenti di voci da un'autoradio in secondo piano, tutta quella musica dentro la plastica, l'aria che entra dal finestrino spalancato un giorno d'estate, la strada, un clacson, siamo quasi arrivati, una ragazzina che telefona per sapere se mamma è in casa (ti ricordi? chiamavi qualcuno a casa se lo cercavi, e non sapevi chi avrebbe risposto). Poi il beat della traccia prende il sopravvento e poco dopo entra la voce morbida di Toro y Moi (una piccola storia lisergica e sentimentale). Riascolto in loop questi pochi secondi di transizione quasi quanto il resto dell'album. Qualcosa mi cattura e mi stringe il cuore: questi sono "field recordings" provenienti dai territori della nostra adolescenza, senza nessun filtro. Questa è una mappa precisa di un luogo molto circoscritto che ci è appartenuto, e a cui non ci è più concesso ritornare. Immagino che qualcuno avrà provato la stessa cosa ascoltando l'enfatico frusciare delle puntine in certe vecchie canzoni di DJ Shadow o J Dilla. Io qui mi sono emozionato con questi pochi clac, stac, fzzz. Credo che da un certo punto di vista una premessa sottintesa di Wildflower, e forse di tutto quello che hanno prodotto gli Avalanches, sia creare una musica capace di mostrarti che cos'era sentirsi davvero immersi nella musica, anima e corpo, per tutto il tempo. Un'euforia. Una cosa che oggi sembra irripetibile con quella pienezza, da quando la musica sembra diventata per lo più accumulazione, condivisione, commento, pretesto e sottofondo. E nonostante tutto, non c'è nostalgia del passato negli Avalanches (non c'è ritorno, né tanto meno dolore), o almeno non più di quella che uno potrebbe voler leggere nell'archeologia. Quale problema può mai rappresentare il tempo per una band che ha impiegato sedici anni per consegnarci il suo secondo album? E ha davvero senso chiamarlo "secondo album"? No, il collettivo australiano non è nostalgico: il loro meticoloso - ai limiti della follia - assemblare sample è soltanto l'amorosa ricostruzione di una felicità tutta presente, immediata, piena. Sì, il funk esaltante dentro le fanfare spavalde di Because I'm Me, o nei coretti scanzonati "na-na-na-na" di Subways , la disco glitterata e il soul più solare, la poesia toccante di David Berman (che in parte conoscevamo già dal 2012), perfino l'hip da cartone animato di Noisy Eater o quello sguaiato e pacchiano di Frankie Sinatra, tutto è distillato da materiali di epoche passate, recuperati e salvati dall'oblio, ma la dimensione degli Avalanche è soltanto la felicità di questo attimo: ascoltalo qui e ora. Subito dopo attaccheranno un altro attimo, un altro sample e un altro sorriso, e poi ancora. E la cosa meravigliosa è che fanno tutto questo senza farti smettere di ballare un minuto, "dance your pain away", come quando riuscivi a far stare tutto dentro una cassetta.

(Se volete leggere una recensione seria ne trovate una davvero molto bella su Quietus: "lightning rarely strikes twice, but 16 years slash those odds".)

(mp3) The Avalanches feat. Toro y Moi - If I Was A Folkstar

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