giovedì 21 aprile 2016

A melody abandoned in the key of New York


Il titolo di questo post non c'entra niente, è solo che mi piaceva quel verso di Captive Of The Sun. Trovo che sia un'immagine suggestiva, anche se non credo serva a spiegare la musica dei Parquet Courts. O almeno, non più di quanto la spieghino gli abituali riferimenti a Velvet Underground, Wire, Television o Talking Heads nelle recensioni. «Living in New York doesn't mean the same thing as when Lou Reed was living in New York, or when a lot of my favorite hardcore bands from the ’80s were around in New York. It's a totally different world. You have to reflect your own time and you have to address the world that you are actually living in», diceva Andrew Savage a Fader, qualche settimana fa.
Il succo per me è tutto lì: "il mondo nel quale vivi oggi". Credo sia proprio questo che, disco dopo disco, continua ad affascinarmi dei Parquet Courts: la maniera acuta e piena di stile con cui si sono appropriati di un linguaggio ereditato e noto (un post-punk teso e mutante, capace di trasformarsi tanto in folk quanto in schietto rock'n'roll, a seconda delle occasioni), e lo adoperano per raccontare il lato più nevrotico della vita contemporanea, l'irragionevole tentativo di tradurre in rigore la confusione. Quella racchiusa nelle canzoni dei Parquet Courts mi sembra la descrizione della battaglia, tutta intellettuale e votata alla sconfitta, di un uomo che cerca di riprendere quello che resta di un bandolo della matassa. La cosa peggiore è che continua a farlo nonostante sia del tutto consapevole della propria condizione. "My mind's worn out / Without a doubt" (I Was Just Here).
Soltanto i Parquet Courts potevano aprire un album con una canzone dedicata all'ossessione per la polvere: "dust is everywhere: sweep!". Oppure il restare connessi a ogni costo visto come una fatica di Sisifo: "Cellphone service is not that expensive / bt that takes commitment and you just don’t have it" (Berlin Got Blurry).
La determinazione dei Parquet Courts di rendere lo spaesamento a ogni livello è totale, implacabile: "Outside? I'll check It out: it's just a mirror / “Look back now!”: an empty page" (One Man, No City). Non sembra esserci conforto nemmeno nell'amore: "I know I loved you / Did I even deserve it when you returned it?", come canta sarcastica la title track.
La familiarità con la depressione è una condizione ormai accettata: "It never leaves me, just visits less often / It isn't gone and I won't feel its grip soften, without a coffin", eppure non direi che è il passivo disincanto l'ultimo orizzonte nella poetica dei Parquet Courts. Io continuo a sentire in questa musica una grande combattività, il suono di una band che non si piega ma che nemmeno ne fa una questione di particolare eroismo: "Hard words to sing but I laughed cause they were true" (Outside). Insomma, per usare una parola forse un po' bizzarra in una recensione, oltre che piuttosto logora, una appassionata umanità

(mp3) Parquet Courts - Berlin Got Blurry

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