giovedì 29 ottobre 2015

"C'è gente che ci scrive e noi non rispondiamo" (cit.) - Ottobre 2015

Sporadica rubrica fatta con i miei sensi di colpa e le vostre email

More Lemonade - Like falling in love in September '96
I More Lemonade sono un quartetto proveniente dalla pianura della provincia di Verona e suonano un post-hardcore che loro stessi, con una certa ironia, definiscono "thirtysomething emo". Comunque sia, lo sanno suonare bello forte, gridano e pestano tutte le corde giuste, "in una sala prove molto sporca. Ma fatta a mano". Il titolo del loro album è di quelli che strappa un singhiozzo: Like Falling In Love In September '96. Bravi. Mi piacerebbe un sacco vederli live, perché immagino facciano quei concerti dove si finisce tutti abbracciati e sudati, "I will not fight you / I will not regret my past".



La Tana Delle Tigri

Vi ricordate i leggendari Pecksniff? Qui a polaroid li avevamo parecchio a cuore. Stefano Poletti, che della formazione parmense era il frontman e che nel frattempo è diventato regista (già al lavoro con Baustelle, Tre Allegri Ragazzi Morti e Appino, tra gli altri), ha dato vita a un nuovo progetto musicale. Mi ha spiazzato non poco, vista la passata militanza twee: si chiamano La Tana Delle Tigri, fanno base a Milano, e suonano un potente post-rock epico e rumoroso, quasi debordante verso sonorità metal. Hanno realizzato un EP onomimo di cinque tracce strumentali, magniloquenti e scintillanti.




Homelette - Mornin’ Hollow
Nuova uscita, ovviamente su cassetta, per la More Letters Records, la piccola label che ama scrivervi lettere a mano. Questa volta è il turno dell'esordio di un giovane duo barese, gli Homelette. Vent'anni, chitarre acustiche, atmosfere autunnali e buon folk per riscaldarsi il cuore. Non si può non notare che l'EP Mornin' Hollow, "scritto al tramonto dell'adolescenza", mette tra le tag anche "Sparklehorse". Si potrebbe aggiungere un Elliott Smith con sfumature mediterranee: la propensione degli Homelette a mescolare i tratti più tradizionali di questa scrittura con accenti latini, infatti, promette davvero bene. Da tenere d'occhio.



Diverting Duo - DESIRE
Nuovo album, il terzo, per i cagliaritani Diverting Duo. Atmosfere sognanti, grazie alla voce eterea di Sara Cappai e ai suoni come sempre curatissimi e ispirati a nomi gloriosi come Cocteau Twins, Dead Can Dance e This Mortal Coil. Il nuovo lavoro, elegante fin quasi a diventare ipnotico, si intitola Desire e li accosta ad altri discepoli contemporanei di quello stile raffinato e seducente, come Beach House, XX o, per rimanere dalle nostre parti, Be Forest. Un disco essenziale ed asciutto, ma preciso ed efficace. Un'ottima conferma.



Regata '3 TRACCE'
Alcuni anni fa, Alessandro Fabbricat aveva messo in piedi una piccola band per cui mi ero preso una bella cotta: i Wax Anatomical Models, emo e nervosissimi, con qualche collaborazione anche di Pernazza. Si sciolsero dopo un solo EP, lasciandomi l'amaro in bocca per un bel po' di potenzialità non espresse. Ora Alessandro si riaffaccia con una nuova formazione, i Regata, e un nuovo singolo di tre tracce (per ora solo su YouTube e dentro un bellissimo cd che assomiglia a una confezione di medicinali). Il cantato ora è in italiano e i suoni si sono fatti ormai del tutto elettronici, ma l'approccio è rimasto lo stesso, molto teso e diretto, super orecchiabile e super divertente. Non vedo l'ora di sentire di più.



martedì 27 ottobre 2015

Polaroids From the Web

"Bizarre obsessions" edition

Tavi Gevinson - instagram

- «I’d rather hear about someone’s bizarre obsession with something that isn’t quote-unquote "cool"... I don’t just want to be told what music is quote-unquote "cool"; it’s boring.» - Tavi Gevinson, adorabile come sempre, intervistata da Pitchfork a proposito del suo nuovo Rookie Yearbook Four.

- «Claiming they were a detriment to broadcasting, NPR lobbied aggressively to destroy these small-fry noncommercial competitors, who were often forced to disband or convert to closed-circuit (campus-only) format. By the early nineties, college radio was squeezed to pathetic micropower status. [...] The college rock groups died off. Into the breech leapt something called “indie rock.”» - "The Rise and Fall of College Rock - How yuppies and NPR gentrified punk" di Ian Svenonius (MakeUP, Weird War, Chain & The Gang) è un'interessante rilettura della scena alternativa americana Anni Ottanta, con un punto di vista meno glorioso di quello che altre cronache ci hanno tramandato.

- «Because we're so immersed in a digital space—Instagram, Facebook—people want something else. It's quite refreshing to write something down again and print it.» - interessante pezzo su The Fader a proposito di una piccola fanzine londinese. La cosa che mi piace è che con le fanzine, ogni volta, la storia sembra ripetersi dall'inizio, ma senza dimenticare i traguardi raggiunti prima, e con una consapevolezza della tradizione.

- «I first heard the term “anorexic” in the back seat of a car on the way home from the movies. It was the summer before seventh grade.» - sul Guardian un toccante capitolo dell'autobiografia Carrie Brownstein Hunger Makes Me A Modern Girl.

- «The power of Hopper’s book is that it exists fully within the fray and – despite the joke/truth of the book’s title – her prominence is not tied to her gender. Spanning 11 of her 20 odd years as a writer, it is shot through with a sense of in-the-moment engagement, of growing up and around the darkest corners and brightest lit stages of the contemporary music world.» - bella recensione firmata da Amy Pettifer su Loud And Quiet del libro di Jessica Hopper The First Collection of Criticism by a Living Female Rock Critic.

- «Everett True Launches Rejected Unknown» - nuovo progetto editoriale promosso dal leggendario critico allo scopo di supportare le idee dei giornalisti scartate dalle altre testate (sì, a quanto pare dice davvero così).

- «Toledo’s career thus far is a modern, indoorsy version of what it means to be young, testing your limits and pursuing ambitions in public, leaving the rough-draft version of yourself available for all to see. At its core is a sense of discovery, especially when it comes to the entrancing, soul-saving effects of other people’s music.» - un bel profilo di Will Toledo e del suo progetto musicale Car Seat Headrest sul New Yorker.



- Mancano tre giorni all'uscita ufficiale di Seems Unfair, il nuovo album dei Trust Fund (si può già ascoltare in streaming su Soundcloud) e Ellis Jones ha preparato per GoldFlakePaint una super playlist con le canzoni che hanno ispirato l'album: Built To Spill, Apples In Stereo, Field Mice, Subway Sect tra gli altri nomi.

- My Secret World, il bellissimo documentario sulla storia della Sarah Records che avevamo proiettato a Bologna questa estate, uscirà in versione DVD e verrà presentato il prossimo 5 novembre alla Rough Trade di Londra!

- Oggi è il secondo anniversario della morte di Lou Reed, così sono tornato a leggermi un po' degli articoli che avevo raccolto qui. Ci sono alcune cose che continuano a farmi commuovere

lunedì 26 ottobre 2015

Not much to do but miss you

 Knife Pleats - 'Hat Bark Beach'

Rose Melberg fa dischi da più di vent'anni, e anche per questo semplice motivo l'energia che, nonostante tutto, sprigiona il suo ultimo lavoro Hat Bark Beach mi lascia davvero pieno d'ammirazione. Nel suo ricchissimo curriculum può vantare un paio di nomi abbastanza decisivi per la piccola storia dell'indiepop, soprattutto quello statunitense, come Tiger Trap e Softies, e mi piace qui ricordare anche le più recenti Brave Irene, per cui mi ero preso una bella cotta. Ora la Melberg torna alla carica insieme a una nuova formazione e con l'ennesima ragione sociale: Knife Pleats. L'esordio, se così possiamo chiamarlo, è di quelli fulminanti: dodici canzoni, nessuna sopra i due minuti e mezzo, che si collocano apertamente nella tradizione figlia di Talulah Gosh e Shop Assistants, ma il tono questa volta sembra più solare e disteso, non distante dalle migliori All Girl Summer Fun Band (mentre il comunicato stampa che presenta il disco si spinge a citare anche Alvvays e Best Coast). Quello che è certo è che Hat Bark Beach, con le sue chitarre super fuzzy a fare da contrappunto alle voci celestiali, con i suoi ritmi sempre a rotta di collo e con la sua trascinante concisione, trabocca una freschezza e un'innocenza capaci di trasmettermi un imprevedibile buonumore. E poi c'è Wonderful, che per quanto mi riguarda è una delle più belle tracce di indiepop sentite quest'anno. Un disco zuccheroso e al tempo stesso potente, che conferma ancora una volta il ruolo di primo piano che Rose Melberg merita nella storia della musica che più amiamo.

(mp3) Knife Pleats - Wonderful
 


Knife Pleats - Terrible

venerdì 23 ottobre 2015

You came here asking, now you’re going away

The Mantles - All Odds End

Indecisa e indolente, la storia che si distende tra le canzoni del nuovo All Odds End dei Mantles sembra passare da un momento di sospesa incertezza a un altro: trascorrere il giorno seduto sulla porta ad aspettare che piova; non capire come e perché alzarsi dal letto la mattina; il silenzioso appassire delle speranze; un amore che non sa come risolversi. Nemmeno se riuscirai a tornare a casa, canta lieve la voce di Michael Olivares, smetterai di sentirti inutile e inquieto. Ogni decisione sembra delegata, fatalmente: "Let me know if you ever decide / contact me and I'll burn", per citare il magnifico singolo Doorframe. La band di Oakland appare sempre più lontana da discendenze garage rock e sempre più incline a un pop psichedelico (ancora e sempre Nuova Zelanda a fare scuola) carico di autunnale malinconia, anche quando spinge maggiormente sull'acceleratore (Lay It Down, oppure Police My Love). La differenza rispetto ai lavori precedenti sta, in buona parte, nell'ingresso in formazione del nuovo bassista Matt Bullimore, già nei Legs, e soprattutto in quello di Carly Putnam alle tastiere, i cui arrangiamenti puntuali contribuiscono a creare un'atmosfera più sofisticata, un vintage frugale che ricorda certi Anni Ottanta, quelli niente affatto patinati. Una scelta simile a quella di un altro californiano che negli ultimi anni ha cambiato pelle, pur mantenendo il suo stile unico, ovvero Sonny Smith, con i suoi Sonny & The Sunsets e i mille altri progetti. Le recensioni di All Odds End forse non andranno oltre quei sette e mezzo di disinteressata simpatia, presto dimenticati, ma i Mantles si confermano una band capace di scrivere canzoni agrodolci con una classe non comune.




The Mantles - Hate To See You Go


The Mantles - Doorframe

mercoledì 21 ottobre 2015

Dignan Porch in tour in Italia!

Dignan Porch in tour in Italia!

Sì, ok, hanno queste facce un po' così, ma vi assicuro che sono carichissimi. E lo sono pure io! Comincia infatti questa sera il tour italiano dei Dignan Porch, che vedrà la band di Londra impegnata per quattro date:

- mercoledì 21 @ L'ANGOLO DEI 33 - Trento
- giovedì 22 @ MOOG SLOW BAR - Ravenna
- venerdì 23 @ LIO BAR - Brescia
- sabato 24 @ COVO CLUB - Bologna (+ Telescopes)

Di solito i Dignan Porch vengono presentati come "la prima band inglese che ha firmato per Captured Tracks" (pubblicando nel 2012 l'ottimo album Nothing Bad Will Ever Happen), ma per me c'è molto di più. Nel loro pop psichedelico, a tratti ruvido, sanno insinuare melodie capricciose e un nervosismo che richiamano alla mente le migliori band di tradizione Flying Nun. Quel suono che sembra sporco e polveroso, ma che nasconde gemme sorprendenti. Observatory, uscito lo scorso anno per Faux Discx, è a mio parere il loro lavoro migliore, ricco di svolte imprevedibili.
Di sicuro un live da non perdere. Se passate a quello del Moog di Ravenna troverete anche me a suonare un po' di dischi prima e dopo il concerto. Ci si vede a banco!




martedì 20 ottobre 2015

There’s no one like you

Alpaca Sports - When You Need Me The Most

Le stagioni passano, le persone cambiano, le cose non vanno quasi mai per il meglio. La misura in cui lasciamo che gli altri ci deludano si assottiglia anno dopo anno, a mano a mano che, crescendo, ci rendiamo conto di avere deluso, trascurato, ferito e disgustato gli altri a nostra volta. La nostalgia è una consolazione. Amiamo ricordare quelli che abbiamo perduto, forse perché in fondo sappiamo che è l'unica maniera in cui non possono più farci del male.
L'indiepop è quel particolare genere musicale che, malgrado ogni cosa stia crollando, continua a ripetere versi come "It’s been a long time now, since I saw you around / But deep in my heart, I know I’ll see you again". Come se tutte le nostre meschinità fossero un costume fasullo, e ce ne potessimo spogliare in un solo momento, per tornare a prenderci per mano, camminare in un giorno pieno di sole, "singing classics we love from the Sixties".
Gli Alpaca Sports sono una band svedese che, nella piccola scena indiepop, ha riscosso all'istante consensi universali. Sin dalle prime uscite, il loro pop continua a essere limpido, leggero e cristallino, forse per qualcuno prevedibile. Eppure non sbagliano praticamente nulla. Le loro melodie sono dolcissime e gli arrangiamenti pieni (archi, flauti, glockenspiel quasi ovunque, tutti splendenti) ma mai stucchevoli. Soprattutto, gli Alpaca Sports riescono ancora a cantare "I’ll be the sunshine in your eyes / I’ll be the shoulder when you cry" senza un'ombra di incertezza, senza mostrare un attimo di ripensamento, di ironia o, peggio, senza alcuna apparente disonestà. Sono una primavera colma di speranze, senza nessuna ruga di amarezza, e forse è questa la chiave del loro successo. Riescono a mettere in scena, con piccole canzoni twee, quella fiducia nella giovinezza così totale, quella che forse si ha soltanto una volta nella vita, e che ti fa credere che la giovinezza possa ritornare. Il loro ultimo EP si intitola When You Need Me The Most e ho quasi voglia voglia di dire che rappresenta la quintessenza dell'indiepop. Altri hanno saputo e sanno restituire chiaroscuri differenti, sfumature più complesse e discorsi più sottili (l'altra eredità, quella del post-punk). Ma senza pretese né presunzione, l'indiepop è già tutto qui, negli intrecci lievi delle voci di Andreas Jonsson e Amanda Åkerman, nei suoni nitidissimi grazie all'aiuto di Gary Olson (Ladybug Transistor) e di Ian Catt (Saint Etienne, Field Mice, Trembling Blue Stars) in fase di registrazione e produzione. L'indiepop è tutto qui, finché potrà dire "I’m sure you’ve changed but so have I / I’m sure you’ve changed but I miss you".



Alpaca Sports - Need Me The Most

MAP - Music Alliance Pact #85

MAP - Music Alliance Pact

Eccoci a un nuovo appuntamento mensile con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una ventina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro:
- il portoghese Benjamim, con un pop da cameretta morbido e rilassato. Uno di quei casi in cui, a mio avviso, non avere usato l'inglese è stata la soluzione vincente per la canzone;
- i danesi Slaughter Beach, tra shoegaze e bassa fedeltà, a una voce che mi fa tornare in mente un po' dei miei classici scandinavi;
- i sud-coreani Silica Gel, con un pezzo strumentale molto cinematografico e dal crescendo inarrestabile;
- il canadese Harrison, che snocciola disinvolto una sequenza notturna di blip bip e beat davvero niente male;
- gli australiani Fresh Kills, che alzano il volume delle chitarre e finiscono nel territorio dei Modest Mouse e degli At The Drive In.

Port-Royal - Where Are You Now
Gli italiani scelti questo mese sono i Port-Royal, tornati in azione dopo sei anni con questo nuovo Where Are You Now, in uscita per la label statunitense n5MD. Per chi ha familiarità con la band di Genova, questo nuovo lavoro presenta la consueta e magistrale amalgama di riferimenti eterogenei: shoegaze, ambient, techno, post-rock e atmosfere più sognanti continuano a fondersi dentro composizioni dal respiro ampio e ambizioso, incalzanti e al tempo stesso quasi elusive, quasi fuori dal tempo, sospese dentro multiformi nubi di suoni. Quella che continua a sembrare quasi una novità, e invece rappresenta una delle qualità più brillanti dei Port-Royal sin dagli esordi, è la capacità di trasportare tutte queste influenze complesse verso un certo pop danzereccio, come per esempio nel singolo Death Of  A Manifesto oppure in The Last Big Impezzo, tra le migliori tracce di Where Are You Now, hit per utopici dancefloor di futuri paralleli. Nonostante la mole (dieci tracce per un'ora e un quarto di musica) l'album scorre liscio e sicuro come un a magnifica e imponente astronave diretta verso galassie lontane e sconosciute.

(mp3) Port-Royal - Death Of A Manifesto

Clicca qui sotto per leggere il resto della playlist del MAP di ottobre, con il link per scaricarla tutta in un colpo solo.


lunedì 19 ottobre 2015

#AtlantideOvunque

Signorine Taytituc + She Said Detroy

“polaroid – un blog alla radio” – s15e02

Any Other – To The Kino, Again
Girl Band – Pears For Lunch
Dignan Porch – Wait Wait Wait
[Bastonate – "Quando non escono i dischi dei Deafheaven"]
Deafheaven – Brought To The Water
[ospiti in studio: Signorine Taytituc / She Said Destroy! / Collettivo NullaOsta – Atlantide Occupata Bologna]
Signorine Taytituc – Spring Time
She Said Destroy! – Gardening
Signorine Taytituc – Awkward

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giovedì 15 ottobre 2015

Do you feel just like a stranger?

Martin Courtney - Many Moons

Non ricordo bene il motivo, ma seguo Martin Courtney su Instagram. Non è che lì succeda molto: parecchie foto della sua bimba in giardino, qualche foto dei suoi viaggi di lavoro, foto di sua moglie in bicicletta. Non è il tipo di musicista che finirà mai in quegli articoli tipo "This Week In Celebrity Instagrams!" e mi piace proprio per quello. Forse continuo a seguirlo proprio perché mi ispira la stessa serenità della musica della sua band, i Real Estate.
Qualche settimana fa la Domino ha annunciato che sta per arrivare un album solista, intitolato Many Moons, e dalle prime tre canzoni che si possono ascoltare in streaming (qui sotto) direi che possiamo nutrire aspettative abbastanza alte. Nel comunicato che presenta il debutto, mi ha colpito una frase: il momento che questo disco cerca di catturare è quello in cui "the nostalgia that used to comfort you starts to feel unfamiliar". È il suono di un autunno in cui hai voglia di non abbandonarti alla tue solite rese compiaciute. Ti senti straniero, vuoto come una conchiglia. Hai voglia di tirare fuori qualcosa di buono da tutto questo andare e venire del tempo, "trying to do this the right way". Le chitarre sono come sempre limpide e le melodie terse. Tu in mezzo, devi decidere cosa fare, "it's hard to know if we can rely on anything".
Per Many Moons Martin Courtney si è fatto aiutare da Jarvis Taveniere dei Woods, Matt Kallman, già tastierista dei Real Estate, e dal cantautore Julian Lynch.

mercoledì 14 ottobre 2015

"A very passionate audience of millennial males"

 Pitchfork founder Ryan Schreiber on Conde Nast sale: 'We feel really good about it'

«Quando ieri pomeriggio è uscita la notizia che il venerabile Pitchfork era stato acquistato da Condé Nast ho passato una mezz’ora molto divertente. Messaggi a raffica di amici che scrivevano “oh, ma hai sentito?”, battute sagaci su Twitter, thread di commenti censurabili su Facebook, tutti i feed in costante aggiornamento. Era il nostro piccolo momento “Newsroom” da cameretta. Si percepiva in maniera confusa uno Zeitgeist frenetico. Era una lontana e misteriosa operazione economica (le cui cifre non sono per ora nemmeno note), ma sembrava che avesse a che fare con le nostre vite molto più della prossima legge finanziaria italiana.»

(da "Condé Nast compra Pitchfork: la fine dell'indie?")


Per fortuna proprio ieri mi era capitato di leggere su Studio un interessante articolo a proposito della sovrabbondanza di contenuti editoriali disponibili in rete. Poi in serata sono finito a scrivere un fin troppo lungo pezzo per Rockit sulla notizia del giorno. Chissà se è davvero la fine di un'era (ne abbiamo già viste molte, in ogni caso), oppure l'inizio di una nuova (quale sarebbe questa volta la radicale novità?), però è stato piuttosto divertente seguire la faccenda minuto per minuto, come ogni "very passionate millennial male" che si rispetti!



Day Wave - You Are Who You Are

martedì 13 ottobre 2015

"I used to live in a world of rock and roll and tons of girls"

The Royal Headache - High

È come quando ti innamori e tutto suona fortissimo: non c'è vergogna e non ci sono esitazioni dentro una frase chiara e semplice come "Now I wanna be with you". Ecco, dentro la canzone che dà il titolo ad High, il nuovo disco dei Royal Headache, come dentro tutta la loro musica, c'è quella sincerità lì, quello slancio che non conosce ripensamenti, e ora più che mai ti travolge. Ogni cosa si schianta, è il tumulto (le loro gloriose e leggendarie invasioni di palco), si salva una bellezza amara. I ripensamenti poi verranno: la vita che racconta la voce lacerata di Shogun non regala nulla (Garbage: "you’re not punk, you’re just scum"), e il mondo dei Royal Headache è dominato dalla frustrazione. Ma è soprattutto la forza del desiderio che sembra muovere questo loro secondo lavoro, carattere che rende le canzoni ancora più orecchiabili e potenti. Quasi tutte sembrano essere dedicate a qualcuno o qualcosa che abbiamo perduto: "the only one who stood for me" di Carolina, oppure l'innocenza nei confronti della carriera da rocker, come in My Own Fantasy. Rispetto al fenomenale album di debutto, questa volta la band australiana ha voluto dare una forma in qualche modo più ripulita ed equilibrata al proprio suono, ma non hanno perso un briciolo della loro energia. Basta prendere una ballata d'amore come Wouldn't You Know, all'apparenza più lenta e misurata del resto della scaletta: brucia di soul e rimpianti, potrebbe essere una cover spaccacuore di Otis Redding. Oppure prendi l'impetuosa Need You, che piazza un organo sopra le chitarre e ti scuote di brividi: stanno ripetendo un trucco Motown da Rolling Stones, da Mod scalmanato in Town Called Malice dei Jam, ma non importa, i Royal Headache sono nel giusto, perché cantano qualcosa di vero, qualcosa che strappano dalla loro carne, e non si fermeranno di fronte a nulla. Un disco catartico, per usare una parola fuori moda, che ti piomba addosso con un'urgenza abbagliante,e ti fa sentire fortunato di essere qui e ora.

(mp3) Royal Headache - Need You


Royal Headache - Another World

lunedì 12 ottobre 2015

Clean dreams

Kip McGrath

“polaroid – un blog alla radio” – s15e01

The Radio Dept. – This Repeated Sodomy
Knife Pleats – Wonderful
Trust Fund – Football
Woolen Men – Clean Dreams
Ultimate Painting – Out In The Cold
Frozy – Summer End
The Yellow Traffic Light – Hideaway
The Ocean Party – Greedy
Kip McGrath – Boy Candy
Hund – Exer (demo)

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sabato 10 ottobre 2015

Boys Forever

BOYS FOREVER

Il primo indizio l'avevo trovato per caso qualche giorno fa, dando un'occhiata al tour inglese degli australiani Terrible Truths (su cui torneremo). In apertura, alla data di Londra, leggo: "BOYS FOREVER - Do not miss! A new pop venture from Patrick Doyle (ex Veronica Falls)".
Come EX Veronica Falls? Ok, c'è il side project degli Ultimate Painting, c'erano stati i Proper Ornaments, e in generale dai tempi dei Royal We i ragazzi non sono mai stati fermi un attimo. Ma la notizia del vero e proprio scioglimento di una delle migliori band indiepop uscite nell'ultimo decennio non mi sembrava di ricordarla.
Comunque sia, Doyle ce la mette tutta per non farci rimpiangere i tempi andati. Due demo su Soundcloud (anticipazione di un album in arrivo) mostrano una scrittura e delle idee come sempre di altissima qualità. Un suono che ricorda qualcosa dei Clean, di certi Pastels o dei primi Vaselines non può sbagliare. Nonostante siano registrazioni ancora "da cameretta", Brian mostra già potenzialità da dancefloor, mentre Underground parte davvero come uno dei migliori singoli dei Veronica Falls, melodia a presa rapida e malinconiche ombre autunnali dietro l'angolo. Qualsiasi cosa ci riserverà il futuro, possiamo stare certi che questo collettivo di musicisti continuerà a regalerci sempre buona musica.







venerdì 9 ottobre 2015

Atlantide resiste, Bologna sempre meno

Atlantide sgomberata: 'Non può finire qua'

Dopo una lunga agonia, questa mattina è stato sgomberato l'Atlantide. Per chi conosce Bologna almeno da un po' di anni credo non sia stata una sorpresa. Purtroppo questo è soltanto un nuovo episodio (forse, ormai uno degli ultimi) del lungo e caparbio progetto di "pulizia" del centro storico. Dove per pulizia si intende che il chiacchierato e comodo "degrado", amato da Resto Del Carlino e simili, ha maggiore diritto di cittadinanza di un collettivo LGBT o di ragazzi che organizzano concerti punk. Purché tutto intorno possano aprire mille bar, bistrot, enoteche, pub e osterie. Basta farsi un giro in bici per la città: non è rimasto altro. Era evidente che un luogo di autogestione e colorata creatività, proprio nel Cassero di Porta Santo Stefano, risultasse scomodo a una certa fascia sociale, e a una certa classe politica. Rendiamoci conto che questa mattina sotto le Due Torri, dove è arrivato il corteo dell'Atlantide dopo lo sgombero, c'era uno striscione con scritto "Schiavi nella città più libera del mondo". Citava una provocazione vecchia di trentacinque anni, e io mi sono chiesto quanta strada ha fatto Bologna da allora? Oggi sembra il vicolo cieco di sempre, quello che finisce davanti a una porta murata.

Rispetto ad altre vicende del passato, però, il caso Atlantide ha avuto una particolarità, quella cioè di segnare lo scontro tra il sindaco Virginio Merola e l'assessore alla cultura Alberto Ronchi, che alla fine ci ha rimesso il posto. Su questo aspetto, uno ottimista potrebbe dire che si giocherà qualcosa del futuro (a sinistra?) della città. Non lo so, sono scettico e non ne so abbastanza, ma ho letto su facebook alcuni commenti interessanti di persone più coinvolte e più competenti di me. Li raccolgo qui, per non disperderli e perché oggi voglio ricordarmi questo (ennesimo) momento desolante per Bologna. Segnalate pure :

- Alarico Mantovani (Radio Città del Capo): «Alberto Ronchi era un'anomalia. Probabilmente l'unico uomo politico italiano che considera i PIL più importanti del PIL. Un paio d'anni fa voleva venire a fare il programma alla radio insieme a me, in nome della comune passione per il post-punk ed altre musiche non convenzionali. Poi non s'è potuto ma le chiacchierate musicali abbiamo continuato a farcele ogni volta che ci si becca in giro o a qualche concerto. Sì, perché Ronchi è uno che vai ai concerti e va al bar, a differenza di quelle altre merde di politicanti che non li vedi mai e frequentano solo i loro circoli elitari, le loro logge massoniche, le loro parrocchie del cazzo. Una volta mi ha detto che s'è persino comprato un disco di Actress: probabilmente perché gli scassavo la minchia con l'elettronica. Ecco, m'è venuto in mente che di recente ci siamo pure visti uno splendido concerto di Rob Mazurek insieme. E Merola gli sta molto simpatico. E' il PD che è una merda, ragazzi, ma questa non è certo una novità».

- Massimo Carozzi (ZimmerFrei): «Le istanze che in città hanno a che fare con la nebulosa del "contemporaneo" (ovvero chi produce - o semplicemente chi si appassiona a - ciò che è nel presente e al tempo stesso proiettato nel futuro) hanno trovato in Ronchi un interlocutore in grado di capire ciò di cui si sta parlando. E cioè, un politico che sa chi sono e cosa fanno i Pansonic o i Tuxedomoon, o Jerome Bel o Xavier Le Roi o gli MK o Cuoghi/Corsello; Qualcuno che che se non conosce una cosa, piglia e la va a vedere o ad ascoltare in prima persona; Qualcuno in grado di capire che esperienze come il Dom al Pilastro (per dirne una) non sono astruse ed elitarie ma al contrario sono aperture sul territorio e su situazioni generalmente escluse o marginalizzate dal mondo culturale. E non è un caso, a mio parere, che in questi ultimi anni a Bologna si è assistito a qualcosa che assomiglia ad un risveglio culturale, accompagnato anche da un bel ricambio generazionale; mi sembra di averlo avvertito negli artisti, nelle proposte degli operatori e soprattutto nel pubblico. Ora, succede che Ronchi venga cassato per aver difeso una trattativa in corso con una ventennale realtà antagonista, e per aver stigmatizzato come "Giovanardiana" l'espressione 'lobby gay' usata dal sindaco Merola in riferimento ad Atlantide, e che viene cassato da quella stessa classe politica (Partito Democratico e Forza Italia, in intesa e in piena sintonia) che negli anni scorsi ha affidato il governo della cultura di questa città a Marina Deserti (nomen omen), al matusalemico Angelo Guglielmi (max rispetto per carità, ma, giustamente, alla sua età era costantemente in catalessi) e alla vedova di Pavarotti (pace all'anima)».

- Daniele Rumori (Covo Club): «La cosa paradossale della vicenda Virginio Merola vs Ronchi è che alla fine dei conti, con un blitz ben organizzato, è stato fatto fuori l'unico assessore che pubblicamente (e non) ha sempre difeso il sindaco e lavorato per la sua rielezione, coinvolgendo e convincendo anche gente che non lo avrebbe mai votato, come il sottoscritto. Il tutto per far felice un partito che il sindaco lo ha sempre ostacolato e che lo ricandida con un forte mal di pancia. Un partito che magari si augura che Merola non vinca al primo turno, così da poterlo rendere sempre meno autonomo».

- Francesco Locane (Radio Città del Capo): «Qualche tempo fa, in un club, mi fermo a parlare con un uomo. C'è anche la mia ragazza, all'epoca arrivata da poco a Bologna. Con l'uomo parlo di musica, dei programmi live dei locali di Bologna, nominiamo band e dischi, ep e ristampe, band note e sconosciute, poi inizia il concerto e ci salutiamo. Lei mi chiede: "Ma chi era quello?" e io: "L'assessore alla cultura di Bologna". Lei fa due occhi così e ancora una volta si rende conto di essere capitata in una città unica, che da ieri (per tanti motivi) lo è un po' meno. L'assessore Ronchi c'era: nei locali, nei club, alle mostre, ovunque ci fosse qualcosa di nuovo e interessante da vedere, leggere e ascoltare. Aveva un'idea di cultura viva e dinamica, slegata dalle solite cose, vicina agli operatori e ai suoi ambienti più fertili. Era uno degli elementi che rendeva speciale la città nella quale vivo da quasi vent'anni. Lo dico da cittadino e da "operatore del settore": grazie di tutto, Alberto, anche degli umanissimi errori compiuti, che comunque non cancellano un operato innovativo e progressista, nel vero senso del termine».

mercoledì 7 ottobre 2015

Lesser is more

Frozy - Lesser Pop

"Songs are better shared!" è il semplice motto della Trilingual Records. Suona quasi banale, detto oggi, all'epoca dei social e tutto il resto. Se non fosse che la piccola label statunitense si definisce un progetto "Do-It-Together". Considerato il genere di band e produzioni in catalogo, è chiaro che l'innocente gioco di parole non è in contrapposizione all'etica Do It Yourself, ma vuole essere solo un simpatico segnale: ciao, siamo qui, suonare assieme è molto divertente. Il linguaggio del corpo applicato alle etichette indipendenti.
Lo stesso spirito mi sembra animi anche la band dei fondatori dell'etichetta, i Frozy, trio che si divide tra Brighton, New York e Amsterdam, e che evidentemente ama complicarsi la vita. Eppure, a giudicare dalle loro canzoni, hanno proprio l'aria di divertirsi parecchio. Non a caso, ho scelto una loro fotografia sopra uno scivolo ai giardinetti: mi sembra rappresenti bene il loro stile.
C'è stato un momento, mentre ascoltavo per la prima volta Lesser Pop, il loro nuovo album, che un po' sovrappensiero mi sono detto: "wow, ma questo potrebbe sembrare quasi un pezzo di Julian Nation". Non è una cosa che mi capita spesso, e all'istante ho capito che questo disco meritava più attenzione. Non ci sarà, forse, la stessa toccante poesia adolescenziale del mio amato cantautore australiano, ma il modo di accarezzare certe strofe (come in Cardinals o in Ferris Wheel) è del tutto affine. In generale, i Frozy suonano un indiepop scarno alla Beat Happening, e alcuni momenti lasciano trapelare una tenerezza sfrontata che ricorda certi primi Moldy Peaches. Suona tutto così diretto e senza fronzoli che ti conquistano anche con il più semplice pa-parapa-pa-parapa, come in Hang Up, oppure nel candore twee di Angela ("Quando Angela è entrata in classe, io sono arrossito"). Ogni tanto, qui e là nella scaletta, decidono di suonare una canzone soltanto strumentale (magnifica la desolata Summer End), e magari proprio lì sbagliano clamorosamente l'assolo di chitarra (vedi Ohio), ma immagino faccia tutto parte della loro ricerca di essenzialità. Un indiepop ridotto all'osso, quasi da kit di sopravvivenza, ma non per questo meno ricco, pieno d'entusiasmo, adorabile e coinvolgente.

(mp3)  Frozy - Ferris Wheel



Frozy - Angela

lunedì 5 ottobre 2015

polaroid - un blog alla radio: la quindicesima stagione!


Corro fuori di casa già in ritardo, mi butto con la bici in mezzo alla strada, taglio per Piazza Santo Stefano, mi infilo sotto le Due Torri dove ci sono ancora i lavori, poi giù per Via Zamboni, attenti a quelli fuori dall'irlandese, in Piazza Verdi echi di bonghi, giro a sinistra, verso le Moline, rischio la vita all'incrocio di Belle Arti, svolto per Borgo San Pietro, tutta dritta fino alla chiesa, per fortuna è in discesa. Prendo l'ultimo pezzo contromano e sto già cercando le chiavi in tasca. Intanto penso alle canzoni che questa sera suonerò alla radio. Dopo tutti questi anni, continua a sembrarmi bellissimo mettere musica per questa città. Per aria, di notte, il miglior indiepop che ci sia. Bologna che mi hai visto passare per un attimo in bicicletta, pedalando come un pazzo, e che non saprai mai che sto per dedicarti un nastrone, io sono sempre qui.
Questa sera comincia la nuova (quindicesima!) stagione di "polaroid - un blog alla radio (e qualcosa da bere)", come sempre sulle frequenze di Radio Città del Capo, in onda sui 94.7 e 96.250 in modulazione di frequenza, nonché in streaming su www.radiocittadelcapo.it. Ci si vede a banco!

(mp3) Teenage Fanclub - Radio

«There's no such thing as “First” anymore»

There's no such thing as 'First' anymore

Qualche giorno fa Jon Caramanica (critico musicale per il New York Times, Rolling Stone e altri) ha scritto un pezzo davvero interessante su The Fader a proposito del concetto di "firstie", quel fenomeno per cui sembrava che sul web fosse vitale arrivare primi (su una canzone, una band, una recensione, un commento). La sua tesi è che non funziona più così:
«Everything is aggregated and reblogged. When something is truly viral, it’s pointless for someone to claim first — once a thing is created, it belongs to the world. [...] People will never not want ways to set themselves apart, but what that means in an environment of total flooding will have to evolve. For some, it might mean finding a way to re-enforce scarcity, though that only solves the problem of message, not medium. Mostly, taste will evolve.»
Le parole chiave qui per me sono ovviamente "flood" e "taste". Nel teso contrasto fra queste due (la contemporaneità), l'idea del "first" per come l'abbiamo "vissuta" dall'inizio dell'epoca dei blog finisce per essere abbastanza superata.
L'articolo racchiude spunti per cento ragionamenti, ma come spesso mi succede qui era rimasto tutto in bozza. Per fortuna è arrivato Gianluigi Peccerillo che ha voluto riprendere il discorso sulle pagine di Dance Like Shaquille O'Neal, coinvolgendo anche me e Francesco "Bastonate" Farabegoli.
Non credo di essere riuscito a spiegare tutto quello che volevo (il first contrapposto al piacere, per esempio, oppure come sopravvive un'idea di gusto), ma il pezzo è già un bel mattone così. Spero si capisca almeno qualcosa, perché il tema mi sta molto a cuore!
Tutta questa fretta per essere poi nel mucchio con altri diecimila blog. C’è una certa contraddizione, ma rivela anche qualcosa del meccanismo stesso con cui si è comunicata la musica negli ultimi dieci, quindici anni. [...] Ma, per parlare in prima persona singolare ─ interessante fino a un certo punto─ io non mi ci ritrovo più da un po’ di tempo. Sia come persona, sia come tizio che ha un blog che del tutto accidentalmente è online dal 2001. (continua...)