venerdì 9 ottobre 2015

Atlantide resiste, Bologna sempre meno

Atlantide sgomberata: 'Non può finire qua'

Dopo una lunga agonia, questa mattina è stato sgomberato l'Atlantide. Per chi conosce Bologna almeno da un po' di anni credo non sia stata una sorpresa. Purtroppo questo è soltanto un nuovo episodio (forse, ormai uno degli ultimi) del lungo e caparbio progetto di "pulizia" del centro storico. Dove per pulizia si intende che il chiacchierato e comodo "degrado", amato da Resto Del Carlino e simili, ha maggiore diritto di cittadinanza di un collettivo LGBT o di ragazzi che organizzano concerti punk. Purché tutto intorno possano aprire mille bar, bistrot, enoteche, pub e osterie. Basta farsi un giro in bici per la città: non è rimasto altro. Era evidente che un luogo di autogestione e colorata creatività, proprio nel Cassero di Porta Santo Stefano, risultasse scomodo a una certa fascia sociale, e a una certa classe politica. Rendiamoci conto che questa mattina sotto le Due Torri, dove è arrivato il corteo dell'Atlantide dopo lo sgombero, c'era uno striscione con scritto "Schiavi nella città più libera del mondo". Citava una provocazione vecchia di trentacinque anni, e io mi sono chiesto quanta strada ha fatto Bologna da allora? Oggi sembra il vicolo cieco di sempre, quello che finisce davanti a una porta murata.

Rispetto ad altre vicende del passato, però, il caso Atlantide ha avuto una particolarità, quella cioè di segnare lo scontro tra il sindaco Virginio Merola e l'assessore alla cultura Alberto Ronchi, che alla fine ci ha rimesso il posto. Su questo aspetto, uno ottimista potrebbe dire che si giocherà qualcosa del futuro (a sinistra?) della città. Non lo so, sono scettico e non ne so abbastanza, ma ho letto su facebook alcuni commenti interessanti di persone più coinvolte e più competenti di me. Li raccolgo qui, per non disperderli e perché oggi voglio ricordarmi questo (ennesimo) momento desolante per Bologna. Segnalate pure :

- Alarico Mantovani (Radio Città del Capo): «Alberto Ronchi era un'anomalia. Probabilmente l'unico uomo politico italiano che considera i PIL più importanti del PIL. Un paio d'anni fa voleva venire a fare il programma alla radio insieme a me, in nome della comune passione per il post-punk ed altre musiche non convenzionali. Poi non s'è potuto ma le chiacchierate musicali abbiamo continuato a farcele ogni volta che ci si becca in giro o a qualche concerto. Sì, perché Ronchi è uno che vai ai concerti e va al bar, a differenza di quelle altre merde di politicanti che non li vedi mai e frequentano solo i loro circoli elitari, le loro logge massoniche, le loro parrocchie del cazzo. Una volta mi ha detto che s'è persino comprato un disco di Actress: probabilmente perché gli scassavo la minchia con l'elettronica. Ecco, m'è venuto in mente che di recente ci siamo pure visti uno splendido concerto di Rob Mazurek insieme. E Merola gli sta molto simpatico. E' il PD che è una merda, ragazzi, ma questa non è certo una novità».

- Massimo Carozzi (ZimmerFrei): «Le istanze che in città hanno a che fare con la nebulosa del "contemporaneo" (ovvero chi produce - o semplicemente chi si appassiona a - ciò che è nel presente e al tempo stesso proiettato nel futuro) hanno trovato in Ronchi un interlocutore in grado di capire ciò di cui si sta parlando. E cioè, un politico che sa chi sono e cosa fanno i Pansonic o i Tuxedomoon, o Jerome Bel o Xavier Le Roi o gli MK o Cuoghi/Corsello; Qualcuno che che se non conosce una cosa, piglia e la va a vedere o ad ascoltare in prima persona; Qualcuno in grado di capire che esperienze come il Dom al Pilastro (per dirne una) non sono astruse ed elitarie ma al contrario sono aperture sul territorio e su situazioni generalmente escluse o marginalizzate dal mondo culturale. E non è un caso, a mio parere, che in questi ultimi anni a Bologna si è assistito a qualcosa che assomiglia ad un risveglio culturale, accompagnato anche da un bel ricambio generazionale; mi sembra di averlo avvertito negli artisti, nelle proposte degli operatori e soprattutto nel pubblico. Ora, succede che Ronchi venga cassato per aver difeso una trattativa in corso con una ventennale realtà antagonista, e per aver stigmatizzato come "Giovanardiana" l'espressione 'lobby gay' usata dal sindaco Merola in riferimento ad Atlantide, e che viene cassato da quella stessa classe politica (Partito Democratico e Forza Italia, in intesa e in piena sintonia) che negli anni scorsi ha affidato il governo della cultura di questa città a Marina Deserti (nomen omen), al matusalemico Angelo Guglielmi (max rispetto per carità, ma, giustamente, alla sua età era costantemente in catalessi) e alla vedova di Pavarotti (pace all'anima)».

- Daniele Rumori (Covo Club): «La cosa paradossale della vicenda Virginio Merola vs Ronchi è che alla fine dei conti, con un blitz ben organizzato, è stato fatto fuori l'unico assessore che pubblicamente (e non) ha sempre difeso il sindaco e lavorato per la sua rielezione, coinvolgendo e convincendo anche gente che non lo avrebbe mai votato, come il sottoscritto. Il tutto per far felice un partito che il sindaco lo ha sempre ostacolato e che lo ricandida con un forte mal di pancia. Un partito che magari si augura che Merola non vinca al primo turno, così da poterlo rendere sempre meno autonomo».

- Francesco Locane (Radio Città del Capo): «Qualche tempo fa, in un club, mi fermo a parlare con un uomo. C'è anche la mia ragazza, all'epoca arrivata da poco a Bologna. Con l'uomo parlo di musica, dei programmi live dei locali di Bologna, nominiamo band e dischi, ep e ristampe, band note e sconosciute, poi inizia il concerto e ci salutiamo. Lei mi chiede: "Ma chi era quello?" e io: "L'assessore alla cultura di Bologna". Lei fa due occhi così e ancora una volta si rende conto di essere capitata in una città unica, che da ieri (per tanti motivi) lo è un po' meno. L'assessore Ronchi c'era: nei locali, nei club, alle mostre, ovunque ci fosse qualcosa di nuovo e interessante da vedere, leggere e ascoltare. Aveva un'idea di cultura viva e dinamica, slegata dalle solite cose, vicina agli operatori e ai suoi ambienti più fertili. Era uno degli elementi che rendeva speciale la città nella quale vivo da quasi vent'anni. Lo dico da cittadino e da "operatore del settore": grazie di tutto, Alberto, anche degli umanissimi errori compiuti, che comunque non cancellano un operato innovativo e progressista, nel vero senso del termine».

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