giovedì 24 settembre 2015

"Start another fire and watch it slowly die"

Per i dieci anni di "Clap Your Hands Say Yeah"


10 Years With Clap Your Hands Say Yeah

La settimana scorsa Stereogum ha pubblicato un articolo per il decennale del debutto dei Clap Your Hands Say Yeah. Negli ultimi mesi ho letto in giro almeno quattro o cinque pezzi del genere, e questo non è nemmeno il peggiore, ma l'ho trovato abbastanza elusivo, fin troppo ingiusto nei confronti di una band che si è ritrovata a reggere sulle proprie spalle un peso che non aveva mai avuto intenzione di sopportare. Così, mi è venuta voglia di celebrare anche qui questo anniversario tutto sommato importante, almeno per questo blogghetto.
Verso la fine della primavera del 2005 mi presi una cotta formidabile per la band di Alec Ounsworth, un vero e proprio trascinante amore a prima vista. Sembravano sbucare fuori dal nulla, con un suono fragile, ambiguo ed epico al tempo stesso, capace di darmi i brividi mescolando Talking Heads, Bob Dylan e Neutral Milk Hotel, e soprattutto con una voce schiva, agonizzante, che faceva infuriare più o meno tutti. Erano bastati un paio di mp3 che, se ricordo bene, la band aveva messo sul proprio sito, ancora prima che su Myspace, e mi avevano conquistato. Credo di averli suonati in radio fino allo sfinimento. Ricordo l'esatto momento in cui ho ballato The Skin Of My Yellow Country Teeth su una pista per la prima volta. Nessuno sembrava sapere nulla di loro. Avevi la sensazione che fossimo tutti lì intorno, a vedere qualcosa che nasceva in quell'esatto momento, e che Pitchfork, Coolfer o The Modern Age (ma ve li ricordate?) ne sapessero esattamente quanto te, e soprattutto fossero confusi e perplessi dall'entusiasmo generale. Cominciai a seguire ogni piccolo frammento di notizia che riguardasse la band con una serie di post più o meno settimanali, candidamente intitolati "Osservatorio Clap Your Hands Say Yeah". Lo so, è tutto molto naïf, ma per darvi l'idea del ritmo che avevano le notizie anche solo dieci anni fa, il buon Andrea Girolami ritenne rilevante chiedermene conto in una piccola intervista che mi fece per Rumore (inside job!). Intanto a settembre era arrivato l'album Clap Your Hands Say Yeah, stampato in proprio dalla band: normalissima prassi DIY nota da almeno tre decenni, eppure il sold out istantaneo ottenne comunque un certo clamore, con interventi a cura di venerabili opinionisti di Billboard ed editoriali del direttore marketing di Insound. Quello che si chiedevano tutti era: dunque questi blogger spostavano numeri? Giravano soldi? Esisteva qualcosa che assomiglisse a un business? La risposta è stata no, o magari un "sì-ma-non-come-te-lo-aspettavi", ed è stato evidente abbastanza presto, ma almeno la scena registrava un certo movimento. Personalmente, non ho mai preteso di farmi una carriera nel giornalismo musicale, però se dovessi dire qual è stato l'apice del successo per "il tizio di polaroid", probabilmente ricorderei quella volta che (grazie a Colas e al leggendario mensile Losing Today) una major pagò a me e al fidato Lucio con la sua Lomo un paio di biglietti aerei per andare a un festival in Francia. Non direi che quell'intervista ai Clap Your Hands Say Yeah sia uscita esattamente memorabile ma era merito loro se anche noi, modesti impiegati, avevamo vissuto il nostro piccolo momento Almost Famous. Era la fine del 2005, a Capodanno facemmo saltare l'impianto con i Bloc Party, gli Arctic Monkeys, gli Arcade Fire, i Maximo Park, Rough Gem degli Islands e le Pipettes, le Pipettes, le Pipettes! Era l'anno di Alligator dei National, Warmer Corners dei Lucksmiths e il debutto degli Architecture In Helsinki. Era l'anno di Frida Hyvönen, dei mille gruppi svedesi che duravano una settimana e per cui perdevo la testa, era l'anno dei nostri Le Man Avec Les Lunettes invitati a Emmaboda. Dite quello che volete, io ho splendidi ricordi di quella stagione. Qualche tempo fa, Dorian Cox dei compianti Long Blondes ha scritto un bell'articolo intitolato "Did I Love 2005?", in cui nota di passaggio che "there was still an outsider quality to indie music back then". Ed era quella che tenevamo stretta al nostro cuore.
Ho sempre detestato l'etichetta fasulla di "blog rock". Possiamo parlare finché volete della morte della forma blog; possiamo dubitare della consistenza di parecchi dischi usciti in quegli anni; possiamo riconoscere che, alla fine, si trattava sempre di "white male guitar bands". Ma "blog rock" è proprio un'espressione che trovo antipatica, antistorica e soprattutto inutile. Il deludente post di Pitchfork che, parlando dell'anniversario dei Clap Your Hands Say Yeah, cerca di accreditare la tesi secondo cui i blog all'epoca avrebbero voluto diventare "the next Seattle" e poi fallirono, è abbastanza rivelatore: "the excitement was understandable, as it is any time a perceived barrier is broken down". Il comune denominatore di questi pezzi, in fondo ben poco celebrativi di un anniversario, sembra essere questo tono da "Avete visto? Ve l'avevamo detto: non sanno suonare! Vi siete sbagliati!". Vaffanculo, Pitchfork: "now that I'm so sad and not quite right / I could dance all night / I could dance all night!". Il paternalismo della critica musicale a volte sa essere così mediocre.
La domanda che mi sembra manchi in tutti questi articoli riguarda i modi in cui si genera l'hype oggi. E soprattutto: questa domanda ha ancora senso? E perché sarebbe superata? Per qualche motivo, è stato lo stesso "case history" dei CYHSY a contribuire a scavalcarla e renderla obsoleta? Perché ha funzionato in quel modo, per quella band e in quel preciso momento, e non per altri? Come spesso succede, non è molto utile fare i nostalgici: sì, avevo dieci anni di meno, ma tanto c'è sempre qualcuno con dieci anni di più, pronto a dirti che a quel punto era già tutto passato e finito da un bel po'. Invece, quello che mi interessa è capire se e come la spontanea euforia per un suono o una band ha ancora la capacità di generare qualcosa di così nuovo e collettivo, tanto da doversi meritare un'etichetta deprecabile come "blog rock" da parte di qualche critico. La tentazione di prendersela con i social network e di dire che siamo diventati troppo pigri per nuove rivoluzioni è forte, ma non può essere tutto qui. Oppure non so, magari le cose succedono ad altri livelli, più fashion e club oriented, che mi sfuggono perché in ogni caso la next big thing del presente non è nella musica fatta con le chitarre. Ma quella forse è soltanto questione di "puntualità delle mode musicali", come cantava qualcuno. La cosa di cui ho sentito la mancanza leggendo le varie commemorazioni del decennale di Clap Your Hands Say Yeah è una riflessione sull'amore per la musica all'epoca di Spotify, Instagram e Facebook, scritta da qualcuno che ancora, in effetti, ama la musica. Qualcuno che non ha paura di fare brutta figura lanciandosi in dichiarazioni avventate, impulsive, imprudenti, spettinate ma, alla fine di tutto, sincere, perché fatte per condividere qualcosa e non per arrivare primi sul pezzo. Qualcuno che balla e suda e perde gli occhiali sulla pista piena. La cosa bellissima di un disco come quello, e che voglio ricordare dieci anni dopo, era che sembrava rendere necessario sbilanciarsi, esporsi e spettinarsi. E io voglio che succeda ancora fra dieci anni e dieci anni ancora. Clap your hands!

(mp3) Clap Your Hands Say Yeah - The Skin Of My Yellow Country Teeth

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