martedì 26 novembre 2013

From puberty to success

The Stevens

Variabile il cielo e l'umore, l'alba ancora indecisa e stanchezza intorno agli occhi che guardano senza meraviglia. Ma io voglio un sorriso e vincere il peso blando delle mie abitudini con un colpo di spalle, scansare l'insofferenza. Ci vuole una dose forte: ventiquattro canzoni in quarantaquattro minuti possono bastare. E non importa se alcune quasi non sembrano finite: quella che a qualcuno può sembrare imprecisione per gli Stevens è una tecnica sofisticata. L'eleganza schiva di un gesto compiuto ma non chiuso.
Provengono da Melbourne, condividono componenti ed etichetta con band come Twerps, Boomgates, Primitive Calculators e Dick Diver. A History Of Hygiene è il loro album di debutto ed è stato prodotto da Tex Houston, uno già al lavoro con Clean e Verlaines. Del resto la band australiana viene spesso accostata all'estetica Flying Nun (ma in un paio di momenti mostra di sapere anche spingere sul rumore e la psichedelia).
Amo questo suono imperfetto eppure purissimo, c'è un'energia in questa polvere e in questi graffi, in questa risoluta indecisione che mi travolge e fa uscire il sole, e alla fine la cosa più difficile è scegliere una canzone sola per farvi capire cosa sento in tutto il resto.Sperando davvero che possiate sentirlo anche voi.

(mp3) The Stevens - Turpin Falls

lunedì 25 novembre 2013

I need you bad


Sonny Smith di Sonny & The Sunsets è davvero infaticabaile: dopo aver pubblicato l'eccellente album Antenna To The Afterworld e portato avanti il "monumentale" progetto 100 Records Vol. 3, dentro questo 2013 ha messo la cura di una compilation dedicata alla scena lo-fi garage rock di San Francisco (ma vengono tirate in mezzo anche Portland e Oakland). Si intitola I Need You Bad e ha una playlist davvero perfetta che comprende tra gli altri le Sandwitches, i Warm Soda, Chris Cohen, i Little Wings e i Magic Trick di Tim Cohen dei Fresh And Onlys. L'artwork è opera di Shannon Shaw di Shannon and the Clams.
Date un'occhiata alle info sul sito per scoprire qual è "the best band on this comp". Qui sotto intanto c'è lo streaming integrale:

venerdì 22 novembre 2013

Not gambling

Shocking Pinks

“polaroid – un blog alla radio” – s13e07

Shocking Pinks – Not Gambling
Swearin’ – Parts Of Speech
The Clever Square – Azul Arena
The Spook School – I’ll Be Honest
The Hairs – Feed Me With Your Emails
The Electric Pop Group – Parliament Square
The Lovecats – Romanov
Westkust – Weekends

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes

Musica riformista: intervista ai Perturbazione

Ti capita l'occasione di scambiare quattro chiacchiere con i Perturbazione e ti rimetti ad ascoltare tutti i loro dischi in ordine cronologico, realizzando quanta strada hai fatto insieme a loro in questi anni. Non mi capita spesso con i gruppi italiani, e soprattutto con gruppi che cantano in italiano. Anzi, credo proprio che In Circolo sia stato praticamente il primo disco in italiano di cui si è parlato su questo blog ai tempi. Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti. E così arrivo alla telefonata con Tommaso Cerasuolo avendo in testa molte più domande di quelle che poi riuscirò a tirare fuori. La "scusa" è che questa sera i Perturbazione fanno tappa al Vox di Nonantola (MO), insieme a Boosta e Linea 77 per la seconda serata del Jack On Tour, e fervono i preparativi.


Pertubazione

Mentre l'altra sera riascoltavo Musica X per prendere un po’ di appunti per questa intervista, Twitter era sommerso dai commenti per il surreale talent show dedicato agli aspiranti scrittori. La prima reazione è quasi sempre quella di indignarsi e buttare giù un po’ di sarcasmo a caso. Poi arriva quel vostro ritornello che dice “Noi non siamo diversi dal resto”, e lo so che la canzone parla d’altro, ma in qualche modo ha messo ogni cosa in una prospettiva diversa. Una questione di proporzioni. Tutto questo per arrivare a dire: voi avete cominciato a fare musica più di quindici anni fa, avete attraversato le stagioni continuando a scrivere, a fare tour e a crescere, e noi comunque sapevamo che c’erano sempre i Perturbazione. Ora come vi trovate nell’era dei talent? Che paesaggio sentite di avere oggi intorno?
Al di là dei possibili giudizi personali, è tutto completamente diverso da quando abbiamo iniziato. Quando siamo partiti i demo si facevano in cassetta, dovevi andare in uno studio, lavorare con un fonico, mettere da parte centinaia di migliaia di lire. Ma per arrivare a quel traguardo impiegavi un tot di tempo, e quello era il tempo di “lievitazione”. Ti serviva. Per noi è stato molto lungo, probabilmente fin troppo, ma credo abbia anche contribuito a metterci di fronte a certe scelte, per esempio a quella di continuare o meno a comunicare in inglese a un pubblico italiano. Quella fase ti costringeva a tirare fuori la tua musica migliore, che non è per forza la canzone che vorresti scrivere ma quella che riesci a scrivere meglio, e c’è una grossa differenza.
Quella che di oggi è un’epoca molto diversa, più frenetica, che tende a masticare ogni cosa in fretta, puntando sulla sensazione immediata, sull’idea dello straordinario. Ogni prodotto deve soprattutto stupire. Il problema è che oggi questo stupefacente è l’unico ingrediente. In questo vedo il principale cambiamento: tutto viene fagocitato più velocemente. Ma allo stesso tempo, non siamo una band che si lamenta "com’era verde la mia valle", cerchiamo di vivere sempre il presente e di guardarci intorno.

Quindi si può dire che quella canzone racconta qualcosa di più di una semplice coppia un sabato pomeriggio all’Ikea?
PerturbazioneSì, certo, l’idea è quella, ovvero che nell’omologazione non ci siano soltanto aspetto negativi. È un tema presente un po’ in tutto il disco. Viviamo un'epoca di crisi, senza più molti ideali. Ogni tanto aiuta dirsi: ok, questo è il presente, non è il presente migliore del mondo, forse posso fare qualcosa per cambiarlo piano piano, ma tutto sommato ci dobbiamo vivere dentro già da ora. Penso sia meglio che stare sempre a ripete che Paese di merda, oppure internet fa schifo. È un atteggiamento classico raccontare che quando hai iniziato tu era tutto migliore. Io non sono sicuro che il mondo che ti ho descritto prima fosse meglio. Era un grosso casino riuscire ad avere anche un minimo di visibilità. Ti mancava del tutto l’aspetto molto più democratico della Rete oggi. Ora è molto più facile fare il primo gradino, ma per contro è diventato molto più complicato prendere le misure per quelli successivi. Anche in questo caso la categoria di mezzo è quella più penalizzata, ma questo accade in generale, non solo nella musica, anche dal punto di vista culturale e sociale. Un po’ la crisi della classe media.

Hai usato una parola chiave oggi, "visibilità". Questa sera per esempio fate tappa al Vox con il “Jack On Tour”. L’evento si presenta anche come “una vetrina imperdibile per quattro band emergenti” che hanno partecipato a un concorso promosso da Jack Daniel’s via facebook. Siete stati coinvolti in qualche modo nelle selezioni tra le varie città del tour? Avete già avuto esperienze del genere? In generale volevo chiederti qual è lo spirito dell’iniziativa e perché avete deciso di partecipare?
La parte di selezione l’ha seguita in prima persona Davide "Boosta", che ha curato la direzione artistica. In generale, credo che in questo momento trovare promotori, se vuoi usiamo la parola “mecenati”, realtà che spingono eventi come questo rappresenta un po’ una via di fuga per il nostro mondo, vista anche la crisi complessiva del finanziamento pubblico di qualsiasi tipo di evento culturale. Questo per quanto riguarda la parte produttiva. Invece per la parte artistica, è una figata assoluta, noi ci divertiamo moltissimo e non sappiamo ma quale sarà l’esito finale. Prendi Davide, i Linea 77 e noi: siamo tre band che vengono da mondi “cugini” ma non così vicini. Ognuno sul palco ha la sua parte di set, ma poi ci incontriamo, nascono delle jam, a un certo punto ci mescoliamo ed è stato divertente già durante le prove. Sono quelle cose se vuoi anche vitali per un gruppo, soprattutto di lunga data.
Siamo convinti che sia necessario sperimentare sempre molte cose. Devi provare e sbagliare: solo sbagliando riesci a fare qualcosa, a ottenere quello che vuoi. Vedi per esempio il nostro tour Le città viste dal basso, dove in una stessa serata si potevano ritrovare sullo stesso palco Max Pezzali e Davide Toffolo, mondi lontani che in qualche modo si incontravano, questa è una caratteristica che è sempre stata nostra.

Perturbazione con i Linea 77

Nella bella intervista su Rolling Stone di qualche mese fa, a un certo punto, parlando del vostro pubblico che cambia e cresce, Gigi dice che non siete voi a invecchiare ma “sono i giovani a essere diversamente maturi”. Immagino che una band passi mesi e mesi a ragionare sulle più minute decisioni, a meditare le proprie scelte artistiche (voi a questo giro avete cambiato pelle un bel po’, la produzione di Max Casacci, i suoni più elettronici), ma poi quando finalmente arrivate a portare in tour le canzoni nuove, avete ancora il dubbio che ai concerti ci sia quello che vuole sentirvi cantare soltanto “Agosto è il mese più freddo dell’anno”? Come riuscite a far coesistere il vostro essere autori con il ruolo di “semplici” intrattenitori?
Eh, è il dubbio di ogni artista. Pensa a figure ben più autorevoli di noi, tipo Bob Dylan quando fece il passaggio dal folk all’elettrico, andando incontro a critiche pesanti e insulti. Ovviamente nel nostro caso non si tratta di nulla di così rivoluzionario. Siamo un gruppo più riformista che rivoluzionario! [ride] Non abbiamo quelle velleità. Per esempio, ci fa piacere che quella canzone trovi il suo posto in scaletta, come ci fa piacere che qualcuno la canti ogni volta, ci dà un affetto incredibile. Non abbiamo la spocchia di dire “che palle suonarla ancora”, non ce lo sogneremmo proprio. In generale non abbiamo mai fatto scalette che fossero interamente improntate su un disco nuovo. Sappiamo benissimo che tutti abbiamo bisogno di un po’ di tempo per affezionarci alle cose, è un altro dei problemi di questa epoca, talmente veloce che non lascia il tempo alle cose di depositarsi. Sì, il ruolo di "intrattenitori" lo comprendiamo. In tutti questi anni una delle cose più è cambiata per noi è la consapevolezza di come si sta sul palco, di tutto quanto fa parte dello spettacolo... o se vuoi della cerimonia.

Sono passati ormai diversi mesi dalla distribuzione del vostro ultimo disco nelle edicole tramite il magazine XL: quale bilancio ne avete tratto? Pensate si tratti di una iniziativa da ripetere e da prendere come esempio? Lo chiedo perché quando qualche gruppo si inventa qualche mossa di promozione o comunicazione per un disco nuovo, poi sembra sempre che siano obbligati a cambiare totalmente strategia la volta successiva e inventarsi qualcosa di diverso. Sarà così anche per voi? E questa volta le reazioni come sono state? Non raccontarmi solo quelle super positive!

PerturbazioneL’input è arrivato da Mescalche ha preso contatto con XL. A noi è sembrata una buona opportunità, perché l’epoca è incasinatissima, sia per l’editoria sia per la discografia. Ovvio, non abbiamo pensato fosse la soluzione di ogni problema ma ci è sembrata una cosa bella e diversa. Al momento non so darti una valutazione precisa perché non abbiamo ancora i dati vendita. Dovevamo averli al 30 settembre e li stiamo ancora aspettando! Se ti dicessi che è stata una figata al cento per cento ti direi una bugia perché in effetti non lo so, non so quali siano i risultati effettivi. Sicuramente sul piano della visibilità immediata e della distribuzione secondo noi è stata una buona cosa perché abbiamo messo in cortocircuito diversi elementi, e quello ci interessava. Al momento come sappiamo XL sta attraversando un periodo un po’ burrascoso e quindi per ora è ancora un po’ tutto incasinato.
In generale il problema non è che uno si debba inventare ogni volta una figata, una cosa virale, inventarsi qualcosa che spacchi su youtube. Non devi scrivere e fare musica avendo in mente quel tipo di obiettivo, perché non ti riesce quasi mai. Devi fare le tue cose ma non devi avere paura di sperimentare. E quindi metodi distributivi, concerti, festival... Le cose che secondo me funzionano meglio adesso sono proprio quelle che fanno cortocircuitare mondi diversi. Dalle nostre parti per esempio Slow Food fa delle iniziative bellissime che uniscono musica e cucina e alla fine funziona. Ma ci sono mille altri esempi in Italia. La musica secondo me in questo momento è alle corde. È molto importante per tante persone, ma è proprio difficile venderla. Ovvio, uno non deve fare musica per venderla, ma comunque serve, ti permette di portare a casa i soldi per continuare a farla. Bisogna avere l’umiltà di dire "ok, mi metto assieme ad altri, l’unione fa la forza", vedi per esempio proprio questo Jack On Tour, che parte dalla premessa “non è solo il mio show ma quello che facciamo tutti assieme”. La devi vedere come un’opportunità e far nascere qualcosa di nuovo.

Non vi farò per l’ennesima volta la domanda sugli ospiti dentro Musica X (Luca Carboni, I Cani, Erica Mou...), su come li avete scelti ecc., lo avete spiegato già in tante interviste, ma in conclusione una curiosità me la vorrei togliere. Perché quando avete deciso di “restituire il favore” a Carboni con una cover, avete scelto tra le sue tante canzoni proprio Ci vuole un fisico bestiale? Devo ammettere che la scelta mi ha un po' spiazzato, e uno potrebbe nominare altri suoi titoli che sono "in teoria" più nelle vostre corde.
Per prima cosa ci piace molto la canzone. È nato tutto all’interno del festival "Corde dell'anima" a Cremona dove abbiamo suonato anche Velleità dei Cani. Il gioco è stato suonare i Cani “alla Carboni” e Carboni “come se l’avessero suonato i Cani”. Capisco cosa intendi, magari rispetto a una volta la scelta sarebbe stata su pezzi più malinconici, invece adesso magari giochiamo di più a "fare i giovani", i Perturbazione si sentono più sbarazzini e tendiamo a scegliere di più la via della leggerezza.



martedì 19 novembre 2013

We are all men of emotion

Sat. Nite Duets

Breve abstract per chi non leggerà il post qui sotto dato che la band non vi sembra abbastanza hype: il disco di cui parliamo è stampato in un "Phoenix Suns PURPLE vinyl with ORANGE center". Per me vince già così.

Segue approssimativa recensione. Era già abbastanza evidente dall'anteprima di Stone Free che tutti i riferimenti Pavementiani spesi per Summer Of Punishment, il precedente disco dei Sat. Nite Duets, andassero fin troppo stretti alla band di Milwaukee. I ragazzi sono riusciti a stipare dentro questo nuovo Electric Manland una quantità di citazioni, allusioni, mutazioni e rimandi che le semplici parole "slacker" o "pazzi fradici di birra" non riescono a contenere abbastanza. Vedi anche la parata di volti più o meno celebri sulla copertina a metà strada fra Stg. Pepper's e La Ruota della Fortuna.
Progetto ambiziosissimo e al tempo stesso pervaso da un'aria di cazzeggio assoluto e inebriante, questo album vede ancora una volta i vari componenti alternarsi sia alla scrittura che alla voce. Ne esce un lavoro complesso ma coerente, capace di tenere assieme pezzi alla Pixies come la strepitosa Born To Walk (Springsteen pun intended) o alla Hives come I Have The Wine ("I wanna get too fucked up to die" + chitarra suonata con il trapano), in mezzo a cose che potrebbero sembrare Bowie tradotto da Frank Zappa, se mai questa cosa avesse un senso, tipo The Three Wiseman o Women's Prison, oppure strappi nervosi alla Modest Mouse come Process of Elimination.
Un rock compatto, a volte infuso di un elemento funk, vedi i vari omaggi a Hendrix (il migliore in Last Summer), che sa anche allargare lo spettro sonoro utilizzando synth e archi con estro. Quanto alla vena surreale dei testi, nonostante i Sat. Nite Duets credo non ne possano più dei paragoni ai Pavement, tocca dire che l'ironia imprevedibile di Malkmus torna in mente in più di un'occasione: "What if God was just a big worm?". Electric Manland è un disco scatenato e intelligentissimo, a prima vista forse fin troppo bizzarro e multiforme, ma che alla fine non mostra nemmeno un momento di incertezza e diverte tantissimo.

(mp3) Sat. Nite Duets - I Have The Wine


lunedì 18 novembre 2013

Feed me with your emails

CALL

"It is meant to be funny. It doesn’t feel real if it’s not funny. If it’s too serious, it doesn’t make sense to me." Lo ha detto Kevin Alvir degli Hairs in una intervista e mi sembra la descrizione migliore del loro sound. Sgangheratissimo indiepop a bassa fedeltà ma ogni volta molto divertente e con uno straccio di melodia a cui puoi sempre aggrapparti. Sul loro bandcamp campeggia il motto "Woody Allen meets Syd Barrett" e mi pare un buon suggerimento: una sfumatura di cinismo ma anche una sincera e appassionata voglia di lasciarsi andare. Dopo l'ottimo The Magic's Gone EP della scorsa primavera, ora il trio di Brooklyn ha pubblicato un nuovo singolo intitolato Call Me Mista (di cui apprezzo molto anche la citazione delle Salt'N'Pepa), tre canzoni di jangle-pop perdente e vorticoso, di quelle che ti lasciano addosso un gran sorriso.

(mp3) The Hairs - Feed Me With Your Emails

MAP - Music Alliance Pact #62

Music Alliance Pact

Nonostante il megaritardo, anche questo mese non può mancare l'appuntamento con il progetto MAP - Music Alliance Pact, ovvero una trentina di blog di tutto il mondo che selezionano per voi una nuova band interessante del proprio Paese, ve la presentano e vi regalano una canzone. Un ottimo modo per scoprire nuova musica in modo non convenzionale. Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, questo è il riassunto delle puntate precedenti.

Tra i nomi che mi hanno incuriosito a questo giro: i francesi Belle Arché Lou, dalle parti dei nostri cari Detektivbyrån ma ancora più delicati; altrettanto lieve, la giovanissima giapponese Boe Oakner, quasi surreale tra glockenspiel e voci di fantasmi; i portoghesi The Glockenwise, con un indie rock diretto e senza fronzoli, qui un po' Weezer; il rumeno Tony Baboon che solo per essere definito "a tropical one man pop band, with jazz and trip hop influences" vince già tutto, e in più ha delle cadenze a tratti morrisseyane; gli irlandesi Crayonsmith, che giocano su atmosfere alla National "più leggeri", trascinanti senza debordare.

Gli italiani di questo mese sono i Tiger! Shit! Tiger! Tiger!,con una canzone tratta dal loro nuovo album Forever Young. Ho già scritto qui quanto mi sembri un disco portentoso e non voglio ripetermi. Spero che molti di voi condividano la scelta. La cose migliore credo sarebbe vederli dal vivo al più presto per farsi spettinare un bel po'.

Questa è la playlist del MAP di Novembre, compreso il link per scaricarla tutta in un colpo solo. 

(mp3): Tiger! Shit! Tiger! Tiger! - Golden Age

venerdì 15 novembre 2013

Lovers Without Borders

Lovers Without Borders

Vecchia conoscenza della famiglia K Records, nonché collaboratore di Microphones e Laura Veirs, l'iperprolifico cantautore statunitense Karl Blau ha messo assieme da qualche tempo una nuova band chiamata Lovers Without Borders. La prima cosa che colpisce è la formazione: chitarra, batteria e sassofono. Ad accompagnarlo ci sono Jessica Bonin e Allen Peril. Poi passi sul loro Bandcamp e scopri piccole canzoni pop che arrivano subito al punto, acerbe ma al tempo stesso dolci. Nomi che ti passano per la testa mentre li ascolti: Jonathan Richman, Yo La Tengo,certe cose tranquille dei Clean. Nel nuovo sette pollici uscito su K anche una cover di The Second Most Beautiful Girl In The World dei Lois.

(mp3) Lovers Without Borders - Dentist
(mp3) Lovers Without Borders - Detective


lunedì 11 novembre 2013

Found a way to run wild

His Clancyness - Vicious

"A sassy, dreamy, glam rock'n'roll album": così sulla fanzine allegata alla versione in vinile di Vicious Jonathan Clancy descrive il debutto sulla lunga distanza firmato His Clancyness. E forse la chiave del fascino di questo disco sta proprio nel connettersi e ricomporsi di continuo di questi elementi distintivi: l'energia selvaggia accanto alle atmosfere più sognanti, il luccicante glam e il tenebroso mistero rock'n'roll.
Vicious è uno di quei dischi di cui puoi avere una nuova canzone preferita ogni settimana. Per me è stato così. Il primo colpo di fulmine fu per Gold Diggers, forse il pezzo più immediato di tutta la scaletta, un folk rock che sembra doversi spalancare da un momento all'altro e invece resta coi piedi per terra, ti guarda negli occhi e si ferma prima di farne un dramma: "there is nothing else you can do". Poi ho avuto il periodo Miss Out These Days: un tempo medio, autunnale, ritmica morbida, chitarra acustica contro tappeto sintetico e melodia che sale e ti avvolge. Quando è uscito il video di Machines non smettevo di ascoltarla. Il suo insistere, svilupparsi nella ripetizione, costruire e aggiungere dando però l'impressione di restare conficcata sempre sullo stesso attimo, l'esaltazione ipnotica delle chitarre e quello strappo improvviso sui versi "Oh I stand like a dog / Until I’m buried by absence". A un certo punto avevo in loop soltanto Run Wild, scarna e senza tempo, velvetiana. Dopo è stata la volta dei nervi scoperti di Zenith Diamonds, una canzone superba che parte a razzo, sembra volersi mangiare il tempo e continua a rimbombare di un'urgenza fragorosa. C'è vigore e c'è luce quando Clancy ripete "You are pure, you are pure, you are pure". Ma il mio testo preferito rimane quello di Crystal Clear, forse il più "semplice" del disco ma anche il più apertamente passionale: "When I have no light be my torch", e quelle mani capaci di fare domande. E a proposito di testi, le poche parole di Avenue potrebbero passare inosservate, eppure la delicatezza che racchiude tra le righe ("written the day after an earthquake hit our Bologna area last year and we had to run outside") fanno di questa ballata acustica - unica canzone del disco a essere stata registrata "a casa" - una piccola cosa molto preziosa, commovente, forse la più simile alle tracce che His Clancyness suonava quando ancora non era una band al completo.
L'altra cosa che mi ha colpito, tra quelle raccontate da Clancy a proposito di Vicious, è che per l'album sono stati utilizzati 17 synth. E il numero sembra ancora più notevole per un album che appartiene inconfutabilmente al mondo indie rock, che suona innegabilmente rock. Non è tanto la questione del "si può fare rock con l'elettronica", qui il concetto è diverso. Sta nel gioco dei contrasti, qualcosa di più che semplici chiaroscuri. Nel modo in cui proprio dove ti aspetteresti una presa di posizione diretta, vistosa, il suono invece ti spiazza, accenna, sfugge, crea una grande immagine ma senza darti tutti gli elementi. Questo è un altro tipo di audacia, o di seduzione se vuoi. Ascolti Vicious e ti ritrovi dentro una mappa in qualche modo familiare ma che al tempo sesso chiede anche di essere scoperta. Credo che buona parte del merito stia, da una parte, nella produzione di Chris Koltay (già al lavoro con Atlas Sound, Lotus Plaza, Akron Family - giusto per citare un po' di nomi che aiutano a orientarsi qui), e dall'altra alla cultura musicale onnivora di Clancy che presentando il disco non fa mistero delle proprie influenze: "I adore Swell Maps, Can, Bowie, Modern Lovers, Lee Hazlewood, Scott Walker, Gun Club, Women, Sonic Youth, Stevie Nicks, Gastr Del Sol, Zombies and just about every psychedelic pop nugget produced". Uno potrebbe fare già una recensione con queste tre righe, mancano solo i decimali di Pitchfork e le medie di Metacritic, e molti sarebbero già contenti così. Ma non è quello che importa, non è quella la strada, e continuerebbero a fraintendere la traduzione del titolo.

(mp3) His Clancyness - Zenith Diamond 

venerdì 8 novembre 2013

Buon compleanno Matinée!

Various Artists - A Sunday Matinée CD

Sono sicuro di avere già usato questo titolo per qualche vecchio post. Il fatto è che la Matinée Recordings è con molta probabilità una delle etichette più citate in assoluto sulle pagine di questo blog, oltre che una delle più suonate in tutti questi anni di radio. Una buona parte del catalogo dell'etichetta californiana è composto da ottime compilation che hanno marcato via via anniversari e uscite, e questa nuova A Sunday Matinée, pubblicata per festeggiare i quindici anni di attività, tiene alta la media.
Quindici canzoni tra inediti, cover e rarità, alcuni davvero notevoli. Il poker d'apertura è eccezionale: Bart Cummings (Cat's Miaow) e Pam Berry (Black Tambourines) regalano una versione acustica della già classica There's No Place, che mi strappa ogni volta una lacrima; i danesi Northern Portrait distillano jangle pop purissimo e vibrante; gli scozzesi Bubblegum Lemonade confezionano un piccolo inno da tenere più spesso a mente: You Can’t Be Sad All The Time, pieno di ba-ba-ba-ba e la-la-la-la come amo io; e le irlandesi September Girls confermano di avere la stoffa per diventare il girl-group per eccellenza dell'indiepop.
In mezzo alla scaletta altre perle, come la cover di When I’m Walking di Jonathan Richman fatta dagli indimenticati Lucksmiths, gli eredi Math And Physics Club con un pezzo perfettamente a metà strada fra Housemartins e Smiths (bingo!) o il ritorno dopo quattro anni degli amati svedesi Electric Pop Group.
Qui sotto lo streaming integrale, il link per fare gli auguri alla Matinée nel migliore dei modi è questo.



A Sunday Matinée sampler

Creepy creepy world

The Clits

“polaroid – un blog alla radio” – s13e05

The Clothes – Creepy Creepy World, Creepy Creepy Shoes
The Clits – 22 past 5
Unity Floors – Day Release
The Ocean Party – Quarter Life Crisis
[Bastonate feat. Capra dei Gazebo Penguins: L'altro cerchio che devo chiudere]
Be Forest – I Quit Girls (Japandroids cover)
of Montreal – Sirens Of Your Toxic Spirit
[Plenum: Allarmi antincendio]
His Clancyness – Zenith Diamond (Plastic Health rework)
DID – You Read Me

Download / Streaming / Iscriviti al podcast / iTunes

martedì 5 novembre 2013

Diamanti VS plastica

 His Clancyness - Zenith Diamond (Plastic Health Rework)

Vicious, il nuovo album di His Clancyness, è ormai in alta rotazione stabile da un paio di mesi: è il momento di aggiungere alla playlist quel remix che ti dà la giusta botta di adrenalina. Ci pensa Plastic Health, aka Matteo Gatti from New York, ai bei tempi pure prezioso inviato di "polaroid alla radio".
Questo suo "rework" spinge sui bassi e lascia in primo piano la voce di Clancy ma la immerge nei delay, la circonda di percussioni rimbombanti. Il dj ci scherza su e la definisce "una Cerronata" dal tocco francese, ma io credo si senta l'influenza dei lunghi anni da praticante DFA. In attesa che qualcuno arrivi a rappare su quel perfetto beat iniziale, prendete e scaricatene tutti:


Quarter life crisis

The Ocean Party - Split

Io credo di non essere il solo a sentire parecchio la mancanza dei Pants Yell (e intanto il debutto sulla lunga distanza dei CUFFS tarda ad arrivare). Per tutti voi là fuori messi come me, ecco una buona notiza: a nemmeno un anno dall'ultimo Social Clubs, sono tornati gli Ocean Party e hanno sfornato un altro magnifico lavoro di pop malinconico ma che, come spiegano loro, non ha niente a che fare con l'amore.
Dentro questo nuovo Split i componenti della band di Melbourne si dividono i compiti in fase di scrittura e si alternano anche alla voce, ma il risultato suona comunque coeso e convincente. Jangling guitars, (auto)produzione ridotta all'osso, melodie che a volte sembrano finire con un punto interrogativo. Quando le atmosfere si fanno più languide e rilassate viene facile il paragone con i Real Estate, ma rispetto alla serenità della formazione statunitense gli Ocean Party sembrano più occupati a fare i conti con un'inquietudine riassunta dall'ironico titolo della traccia di apertura: Quarter Life Crisis: "I'm wasting my youth away" è la sconsolata ammissione. La title track spiega poi che "I’m torn between what I want and what I have to do", mentre più avanti Every Decision confessa che "every decision I make I could regret".
L'estate è arrivata in Australia ma ritrovarsi costretti a diventare adulti sembra complicato anche laggiù. Per fortuna (almeno nostra) il disagio a volte ti fa produrre bellissime canzoni così.

(mp3) The Ocean Party - Found Out



sabato 2 novembre 2013

Forever young

Tiger! Shit! Tiger! Tiger! – Forever Young

Ma si potrà, alle soglie dei quaranta, ritrovarsi ancora in queste scene perennemente jackfrusciante in cui tu salti in sella, parte il disco al primo colpo di pedali e ti scatta addosso tutto il cinebrivido? L'alba, la città sgombra, studenti morti di sonno ammucchiati alla fermata dell'autobus, faccio play e la strada è un cavo dell'alta tensione, la bicicletta prende fuoco, con un ghigno calo in picchiata verso la stazione, il cronometro mi concede il tempo di due pezzi prima di perdere il treno, ma nelle cuffie sfondo il muro del suono e arriverò prima dell'Alta Velocità.
Forever Young è il poderoso nuovo album dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! e nonostante qualcuno voglia descriverlo in termini di chitarra basso e batteria io credo sia tutto soltanto una imponente e fenomenale scarica elettrica. Qualcosa che in natura si produce solo tra grandi pericoli e tempeste. Certo, per completare il quadro si potrebbe chiamare in causa tutta una serie di nomi, a partire dai Sonic Youth per arrivare ai più vicini Wavves, Male Bonding o magari No Age, ma non renderebbe abbastanza l'idea del folgorante prodigio racchiuso in queste dieci canzoni. Tipo il crescendo inarrestabile di Broken o la carica bruciante di Twins.
E nell'impossibilità di decifrare quello che sta cantano la voce persa tra le scosse e i riverberi mi affido a una raffica di titoli come Forever Young, Golden Age, Whirlwind Weekend, Fearless Youth, Rage: tutto quello che sento fremere con urgenza sotto pelle, fili scoperti, e poi l'esplosione appena si accende il contatto tra la musica e l'orecchio. Tantissima, abbagliante, micidiale elettricità.

(mp3) Tiger! Shit! Tiger! Tiger! - Broken