martedì 26 marzo 2013

The ballad of a mixtape

Spotify ad campaign - mixtapes

Non sono (per ora?) un utente molto convinto di Spotify, ma immagino sia solo un mio problema, l'abitudine, l'età, I'm losing my edge, eccetera. Però lo strumento mi incuriosisce, e quando qualche mese fa avevo fatto qualche prova con la piattaforma in realtà non pensavo alla musica, ma cercavo di capire in quali situazioni Spotify si immaginasse di venire utilizzata, come Spotify vedesse i propri utenti, quali possibilità concedeva, cose così.
Devo dire che, probabilmente per un limite mio, non mi è sembrata così coinvolgente come mi aspettavo, soprattutto dopo anni che ne leggevamo lodi assolute. Mi infastidiscono varie piccole cose secondarie che c'entrano poco con la musica, ma sono convinto che si tratta solo di prenderci la mano e prima o poi cambierò idea.
Ieri sera è uscita la notizia della sua prima grossa campagna pubblicitaria: ne trovate una buona sintesi sul New York Times. Il fulcro della comunicazione è proprio sul valore della musica. Ho dato un'occhiata e mi ha colpito questa foto. Semplice, diretta, a suo modo "calda". Mi sono chiesto quale appeal possa avere per quelli nati dopo Google e che dovrebbero essere le persone più interessate a Spotify.
La retorica dei nastroni oggi è più tramandata che realmente vissuta. Si cita Alta Fedeltà su facebook, si postano su Tumblr foto vintage, si ricopia la grafica dei vecchi foglietti Lato A Lato B per un flyer, ma nulla esce mai dal monitor.
"Mixtapes still work" invece allude a qualcosa tipo "puoi ancora conquistarla con il tuo incredibile gusto musicale". Ma chi? Ma dove? Sono io così fuori dal mondo e non capisco che il link a una playlist di Spotify può avere lo stesso fascino, racchiudere la stessa passione e dedizione che si mettevano dentro le vecchie cassette miste?
Questa pubblicità di Spotify è ovviamente indirizzata agli over 35 che da un pezzo non hanno più tempo di fare cassette né cercare musica nuova. "Stai tranquillo, qui funziona tutto come ricordavi: si limona subito, vedrai". Ma a parte che nemmeno all'epoca mi pare funzionasse poi così tanto, perché tirare in mezzo i limitatissimi nastroni per parlare di "musica nella nuvola", accessibilità universale, gratificazione istantanea del desiderio, e simili? Se mai diventerò un cliente Spotify non sarà perché "ci sono ancora i nastroni", tanto poi le playlist le crei soltanto per condividerle e mostrarle a tutti e guadagnarti i like.
Verrebbe quasi da dire che non è questione del solito "ci hanno davvero preso tutto", ma piuttosto di un bel "non hanno proprio capito niente". Se non fosse che anche questo rientra in qualche accuratissimo piano comunicazione e modello di business. Del resto, un segnale chiaro era arrivato dallo stesso Daniel Ek, CEO di Spotify, che l'anno scorso aveva dichiarato: "the more users we have to share their playlists, the faster users build up their collections. There is constantly increasing their willingness to pay for the service. The longer you use Spotify, the more likely you are to start paying for Spotify."


ps: Mi è tornato in mente questo articolo che avevamo citato tutti alla fine dell'anno scorso: "The sale of recorded music has become irrelevant to the dominant business models I have to contend with as a working musician. Indeed, music itself seems to be irrelevant to these businesses-- it is just another form of information" (Damon Krukowski - Galaxie 500)

pps: Sì, il titolo del post è proprio una citazione da matusa che ancora se la mena con i nastroni.

3 commenti:

Achille ha detto...

Forse può aggiungere qualcosa alla tua riflessione l'ultima trovata di una startup al SXSW: creare mixtape "fisici" (nel senso che almeno sono di plastica) e che funzionano tramite codici QR e chip NFC... Non so se te l'eri persa magari... http://culturous.org/music/sharetapes/

e. ha detto...

Ovviamente sì, me l'ero persa.
Molto carina, la chiave comunque mi pare sia ancora nel "digital should try to mimic or replicate the experience of physical goods".
Idea che posso ritenere vicina alla realtà, ma che sono sicuro è stata espressa da uno della mia generazione. Quelli più giovani la vedranno così?
grazie, ciao
e.

Achille ha detto...

Ti dirò: io sono un ventenne, ho scritto quel post e quella sensazione la condivido, pur non avendo mai vissuto veramente l'era pre-CD (e anche l'era CD l'ho vissuta ben poco: ho iniziato ad essere un ascoltatore consapevole con gli mp3, per quanto mi costi ammetterlo di fronte ai cultori della "vecchia guardia").
Del resto, rientra nel concetto di "postmoderno" la nostalgia per un passato che non si è mai vissuto (pensa alla mania della fotografia lomo... Quanti quattordicenni appesi ad Instagram tutto il giorno hanno mai avuto una Polaroid?).
Secondo me il richiamo alla mixtape, in un'epoca in cui si ha nostalgia di qualunque cosa e il futuro non sembra certo migliore del passato, può attirare anche i più giovani (che in concreto non hanno avuto modo di fare quel tipo di esperienza). Opinione personale...