martedì 4 gennaio 2011

"Six degrees of indie"

stuart_murdoch_by_marisa_privitera
«And I thought about writing this because I wanted to describe a similar feeling I used to get, that maybe you could relate to a little, at least maybe to start with. It has to do with a band called Orange Juice, a mid-1980s summer in Glasgow, fanzines from 1979, their love of The Byrds and The Velvet Underground, and a school film club which I was too young to go to but which I perceived to be very cool.
In about 1986 I left my Led Zeppelin records, my Hendrix and my Van Halen, my Deep Purple and my Yes and became indie. I dropped out of university and followed my heart, and my heart led me to some pretty funny places. I eventually became a real indie snob but I didn't realise it. I had this real longing for something and it was making all these minute decisions for me, but at the same time leading me down this inexolerable path. But you can't see that at the time. Nothing profound in the result, but it's just interesting to stop and acknowledge what made you into a dentist or a slacker, a computer games designer or a cinema usher, or what led to you to marry a certain person, or to break up with another certain person. And it all just starts as a little tickle, this feeling that comes over you on a dull Saturday in February, or on the bus on the way to your humdrum job. At least, that's what I'm wildly proposing.»

La migliore lettura che ho fatto durante queste vacanze è stata Celestial Café di Stuart Murdoch. Un libro che ha poco a che fare con la musica in senso stretto, anche se racconta tra parecchie altre cose di concerti e dischi, ma che in qualche modo parla di come la musica (una certa musica, la nostra musica) sia tutta la nostra vita, e al tempo stesso ci serva per vivere.
Da quando i Belle and Sebastian hanno cominciato a muovere i primi passi, da quando i ragazzi e le ragazze nei loro primi rari filmati non sembravano ancora in "costume da hipster", da quando la parola "indie" non era un luogo comune, sono cambiate molte cose, è davvero passato another century of fakers. Quell'estetica in un certo senso oggi "ha vinto", ma ha lasciato una specie di vuoto intorno.
La penna di Murdoch passa leggera sopra a tutto ciò, e riesce a parlarti con eguale grazia delle sue attività in parrocchia e nella pagina dopo di come si comporta Trevor Horn in studio di registrazione, delle partitelle a calcio ogni settimana, di una sua cena in casa da solo il sabato sera e del viaggio della band a Los Angeles senza nemmeno sfasciare una camera d'albergo. Scherzando, si potrebbe dire che sia praticamente la rockstar ideale quella che riesce a citare la prova dell'esistenza di Dio di Berkeley e poi non riconosce Eva Mendes quando in ascensore si dichiara sua ammiratrice. Ma non vorrei mettere troppo sarcasmo proprio dove, per una volta, se ne può fare a meno. Godetevi il libro.

1 commento:

Anonimo ha detto...

bellissimo pezzo quello di stuart murdoch!
anche io recentemente mi sono cimentata con un pezzo su un'estate di tanti anni fa, sul mio primo incontro con certi dischi e proprio con quel maledetto termine: "indie"...(i risultati non sono gli stessi di stuart, va da sé...)
mi procurerò il libro, dal momento che non sono mai stata troppo costante nel seguire il suo diario sul sito!

Lau