martedì 13 febbraio 2007

Loney, Dear

 LONEY, DEAR - Loney, NoirMa da quand'è che la home page della Sub Pop ha la forma di un blog, con tanto di link e commenti? È solo uno scherzo di carnevale? Come quella volta, tanti anni fa, che si conciarono da finto Pitchfork?
Internet c'è davvero da troppo tempo.
Comunque, ero sulla pagina della Sub Pop per leggere cosa scrivevano di Loney, Dear. Mi suona sempre strano e lontano quando gli americani parlano degli artisti svedesi. Lasciano cadere battute tra le righe che mi sprofondano nell'incertezza. Eppure, in fondo, sono più simili a loro di quanto mai lo sarò io.
Ma dicevamo: Loney, Dear. Onestamente, non mi ero mai fermato ad ascoltare davvero le sue cose vecchie, che pure avevo più volte incontrato. Faccio sempre così, non imparo mai a prestare attenzione. È stato soltanto quando l'ho visto tra i collaboratori dell'album degli I'm From Barcelona che questo solitario cantautore di Jönköping ha cominciato a incuriosirmi. Poco dopo è uscita la notizia che era stato messo sotto contratto dalla Sub Pop. Per un attimo mi ero domandato se per caso anche la celebre label di Seattle volesse solo il suo Jens Lekman in scuderia, un po' come la Secretly Canadian.
Ma poi mi ero imbattuto nel singolo The City, The Airport e mi ero reso conto che in fondo Loney, Dear aveva più cose in comune con i suoi nuovi colleghi di etichetta, gli statunitensi Band Of Horses, per esempio, che con l'indiepop scandinavo. E quando finalmente ero arrivato all'album, che si apre con Sinister In a State of Hope e piazza, dopo il singolo I Am John, una gloriosa Saturday Waits, l'impressione aveva trovato conferma.
La radice delle tracce contenute in Loney, Noir è folk, per quanto sia un folk orchestrale e raffinato. Non è un disco "difficile", come piacciono a tanti, ma il suo valore può risultare offuscato dall'apparente semplicità. Loney, Noir muove un gesto ampio, un cielo limpido che fa commuovere. La voce di Emil Svanängen non si concede mai un passo di troppo, a parte il vezzo di qualche falsetto che non ha nulla di ironico. Ma è soprattutto la ricchezza degli arrangiamenti a trasportare l'ascolto verso gioia e malinconia al tempo stesso, a far scintillare anche le giornate più cupe. Sinfonie di quattro minuti come Carrying A Stone hanno un crescendo che leva le parole dalla gola e lascia un nodo che non sai sciogliere. Ci sono archi, organi, cori su cori, oboe, sassofoni, armoniche, un tintinnio di glockenspiel, sussurri e battimani. Sorrisi e rimpianti in egual misura, nelle distanze di ricordi, ripresi per mano con sincerità. Un lungo esame in cui ci si trova a essere tara e bilancia, in prima persona, quella che ricorre in quasi tutti i titoli: I am John, I am The Odd One, I Could Stay, I Will Call You Lover Again, And I Won't Cause Anything At All.

>> (mp3) I Am John
>> (mp3) Carrying A Stone
>> (mp3) Saturday Waits
>> (video) I Am John

4 commenti:

MarMar ha detto...

E con un post cosi' appassionato direi che un ascolto attento da parte nostra lo merita assolutamente

ink ha detto...

Peraltro del singolo c'è in giro anche una versione remixata dai CSS davvero niente male..

maurizio ha detto...

sto cercando questo disco non sai da quanto. conosco solo the city, the airport e la trovo bellissima.
come posso fare?
lo compro a scatola chiusa??

maurizio ha detto...

vabbè sì.. insomma.. maurizio sarebbe quello della scimmia, alterX.