lunedì 2 ottobre 2006

Unreliable narrator

Il primo pensiero è che ci sono troppe cose. Poi mi viene in mente che forse questa era l'ultima frase dell'ultimo racconto che abbiamo scritto assieme e allora lascio stare. Lamentarsi dell'eccessivo attaccamento ai beni materiali durante un trasloco è piuttosto fuori luogo.
Il secondo pensiero è che bisogna possedere un particolare talento per incastrare i libri giusti dentro le scatole giuste e risparmiare spazio. Sembra Tetris. Ancora due rilegati e un tascabile a chiudere in mezzo, ecco fatto. L'unica cosa che non si incastra bene sono gli anni che ci ho messo ad ammucchiare così tanta carta. Mi avanza del vuoto.
Il terzo pensiero è che bisogna possedere un particolare talento anche per scegliere i dischi giusti, tutti in fila, il giorno in cui abbandoni una stanza.
Il quarto pensiero è che il progresso dell'umanità lo vedi da come, a differenza dei libri, i cd hanno tutti la stessa dimensione.
Il quinto pensiero è che non basta conservare le cose in maniera ordinata. Bisogna anche attaccarci un biglietto con argomentata motivazione di tale ostinata volontà conservativa. Il nostro io più vecchio, che un giorno dovrà decidere se mettere in uno scatolone proprio quella rivista, quel ritaglio di giornale o quel flyer, si domanderà perché quella roba sta ancora lì.
Il sesto pensiero va agli scatoloni. Per quanto alte e nobili siano state le nostre ambizioni, la vita finisce dentro gli scatoloni. In tutti i sensi. Sono importanti per la civiltà tanto quanto la ruota, la quale probabilmente è stata inventata proprio durante un trasloco, allo scopo di spostare scatoloni.
Il settimo pensiero va a quante macchine fotografiche vintage della Polaroid la gente ha continuato a regalarmi, nonostante fosse evidente che io non so nulla di fotografia.
L'ultimo pensiero, chissà poi perché, va ai poster. Anni di concerti e festival. Li stacco e li arrotolo soffiando polvere. Li guardo appoggiati al muro. Oggi danno l'impressione di chiedersi se saranno mai più appesi.

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